25/10/2009, 00.00
VATICANO
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Papa: Africa, coraggio, alzati! Segui il Signore della vita e della speranza

Gli africani che “soffrono povertà, malattie, ingiustizie, guerre e violenze, migrazioni forzate”, sono “figli prediletti del Padre celeste”. La Chiesa è segno di riconciliazione fra le molte etnie. Attuata dai missionari, da 40 anni l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI offre la logica più adeguata per lo sviluppo del continente. È urgente correggere la globalizzazione perché sia a favore di tutti i popoli. La solidarietà della Chiesa universale. All'Angelus, il ricordo di don Gnocchi, beatificato oggi a Milano.

Città del Vaticano (AsiaNews) - "‘Coraggio, alzati!…’. Così quest’oggi il Signore della vita e della speranza si rivolge alla Chiesa e alle popolazioni africane, al termine di queste settimane di riflessione sinodale”.  “Coraggio, alzati!” è l’invito che per 4 volte Benedetto XVI ha rivolto ai partecipanti della messa per la conclusione della II Assemblea speciale per l’Africa, a cui hanno partecipato i 236 vescovi africani e migliaia di fedeli. Le parole “Coraggio, alzati!” sono pure il leit motiv del Messaggio finale del Sinodo (Cfr.: AsiaNews.it, 25/10/2009 Il Messaggio del Sinodo: Africa, alzati e cammina)

L’invito è rivolto a tutta la popolazione del continente, “ai fratelli e alle sorelle che in Africa soffrono povertà, malattie, ingiustizie, guerre e violenze, migrazioni forzate”, “figli prediletti del Padre celeste”. Ma è anche rivolto alla Chiesa in Africa perché offra la “fede in Gesù Cristo – [che] quando è bene intesa e praticata – guida gli uomini e i popoli alla libertà nella verità, o, per usare le tre parole del tema sinodale, alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace”.

Il tema del sinodo è infatti “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. ‘Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo’ (Mt 5, 13.14)”.

Il pontefice sottolinea che la Chiesa è “sale” e “luce”, luogo in cui si costruisce un continente pieno di fraternità: “la Chiesa è Famiglia di Dio, nella quale non possono sussistere divisioni su base etnica, linguistica o culturale…. La Chiesa riconciliata è potente lievito di riconciliazione nei singoli Paesi e in tutto il Continente africano”, dalle molte “appartenenze religiose, etniche, linguistiche, culturali e sociali”.

L’impegno della Chiesa e di tutti i cristiani è anche un impegno “sacerdotale”, che “non è più primariamente rituale, bensì esistenziale”: da una parte esso porta a “compimento i sacrifici antichi”, e nello stesso tempo apre al servizio,  “a condividere fino in fondo la condizione degli uomini e delle donne del suo tempo, per testimoniare a tutti l’amore di Dio e così seminare speranza”.

Per il papa questo messaggio di salvezza è portato dalla Chiesa attraverso il suo impegno di evangelizzazione e di promozione umana. A tale proposito egli ricorda l’enciclica Populorum Progressio di Paolo VI, le cui riflessioni sono state attuate dai missionari, “promuovendo uno sviluppo rispettoso delle culture locali e dell’ambiente”, con “una logica che ora, dopo più di 40 anni, appare l’unica in grado di far uscire i popoli africani dalla schiavitù della fame e delle malattie”.

Tale logica è in pratica quella della dottrina sociale della Chiesa, molto apprezzata dai padri sinodali durante le tre settimane dell’assemblea, confermando gli insegnamenti di Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI. Citando la Caritas in veritate, il pontefice afferma l’urgenza di “rinnovare il modello di sviluppo globale, in modo che sia capace di ‘includere tutti i popoli e non solamente quelli adeguatamente attrezzati’ (n. 39). Quanto la dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto a partire dalla sua visione dell’uomo e della società, oggi è richiesto anche dalla globalizzazione (cfr ibid.). Questa – occorre ricordare – non va intesa fatalisticamente come se le sue dinamiche fossero prodotte da anonime forze impersonali e indipendenti dalla volontà umana. La globalizzazione è una realtà umana e come tale è modificabile secondo l’una o l’altra impostazione culturale. La Chiesa lavora con la sua concezione personalista e comunitaria, per orientare il processo in termini di relazionalità, di fraternità e di condivisione (cfr ibid., n. 42)”.

 “Mentre offre il pane della Parola e dell’Eucaristia – ha ripetuto il papa -  la Chiesa si impegna anche ad operare, con ogni mezzo disponibile, perché a nessun africano manchi il pane quotidiano. Per questo, insieme all’opera di primaria urgenza dell’evangelizzazione, i cristiani sono attivi negli interventi di promozione umana”.

“In tale impegnativa missione – ha concluso - tu, Chiesa pellegrina nell’Africa del terzo millennio, non sei sola. Ti è vicina con la preghiera e la solidarietà fattiva tutta la Chiesa cattolica, e dal Cielo ti accompagnano i santi e le sante africani, che, con la vita talora sino al martirio, hanno testimoniato piena fedeltà a Cristo”.

Durante la celebrazione sono stati eseguiti anche canti africani, d parte della comunità nigeriana di Roma e del Collegio Etiopico.

Alla fine della messa, Benedetto XVI si è mosso verso il sagrato della basilica di san Pietro e davanti a una piazza straripante di pellegrini, prima della recita dell'Angelus ha sottolinato ancora una volta i valori del Sinodo africano appena concluso, mettendo in luce  anche "lo slancio missionario" delle Chiese in Africa, "che ha trovato terreno fertile in numerose diocesi e che si esprime nell’invio di missionari in altri Paesi africani e in diversi Continenti".

Egli ha pure ricordato che "per il prossimo anno è prevista un’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi", sulla difficile situazione delle Chiese e delle popolazioni in quell'area.

Dopo la preghiera mariana, Benedetto XVI ha ricordato che a Milano, in questo giorno, è stato beatificato don Carlo Gnocchi. "Egli - ha detto il papa - fu dapprima valido educatore di ragazzi e giovani. Nella seconda guerra mondiale divenne cappellano degli Alpini, con i quali fece la tragica ritirata di Russia, scampando alla morte per miracolo. Fu allora che progettò di dedicarsi interamente ad un’opera di carità. Così, nella Milano in ricostruzione, Don Gnocchi lavorò per 'restaurare la persona umana' raccogliendo i ragazzi orfani e mutilati e offrendo loro assistenza e formazione. Diede tutto se stesso fino alla fine, e morendo donò le cornee a due ragazzi ciechi. La sua opera ha continuato a svilupparsi ed oggi la Fondazione Don Gnocchi è all’avanguardia nella cura di persone di ogni età che necessitano di terapie riabilitative. Mentre saluto il Cardinale Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, e mi rallegro con l’intera Chiesa ambrosiana, faccio mio il motto di questa beatificazione: 'Accanto alla vita, sempre'".

(Foto: CPP)

 

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