13/10/2009, 00.00
KUWAIT
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Parlamentare kuwaitiana: abolire il riferimento alla sharia nella legge elettorale

Rula Dashti, che non indossa l’hijab, contesta l’obbligo posto alle donne che vogliono esercitare i loro diritti politici a portare il velo islamico. La questione dell’abbigliamento delle donne musulmane ha suscitato negli ultimi giorni opposte fatwa di studiosi musulmani.
Kuwait City (AsiaNews/Agenzie) - Abolire l’articolo della legge elettorale del Kuwait per la quale le donne che vogliono partecipare alla vita politica - candidate o elettrici – debbono adeguarsi alle prescrizioni della sharia. E’ la proposta avanzata in Parlamento da una deputata kuwaitiana, Rula Dashti (nella foto).
 
Il suo intervento entra nei contrastanti pareri che, in questi giorni, arrivano da studiosi musulmani a proposito del velo islamico.
 
La norma della quale la parlamentare kuwaitiana vuole l’abolizione è stata introdotta quattro anni fa, quando fu votata la legge che concedeva alle donne pieni diritti politici, alla condizione, appunto, che rispettassero i requisiti richiesti dalla legge islamica.
 
La legge non specifica quali siano tali requisiti, ma la settimana scorsa il Dipartimento per le fatwa dell’emirato ha affermato che, per la legge islamica, le donne musulmane sono obbligate a indossare l’hijab. Questa fatwa aveva una portata generale e non aveva alcun specifico riferimento alla legge elettorale, essa ha suscitato reazioni contrastanti all’interno del Parlamento. I conservatori hanno chiesto alle loro colleghe e a quelle facenti parte dell’esecutivo di adeguarsi all’editto religioso, i liberali hanno sostenuto che la fatwa non è vincolante poiché non viene dalla corte costituzionale.
 
“La fatwa – ha dichiarato la Dashti – non è obbligatoria per la società kuwaitiana. Per noi l’unico riferimento è alla costituzione”. E a suo avviso, inserire la sharia nella legge elettorale è una violazione della Costituzione.
 
Rula Dashti è una delle quattro donne che fanno storia nelle recenti vicende del Paese, in quanto elette in Parlamento nelle elezioni svoltesi nel maggio scorso. Delle quattro, due indossano l’hijab e due no. Non lo porta neppure l’unica donna ministro, Mudhi al-Hmoud, che è responsabile dell’educazione.
 
Quanto accade in Kwuait rientra nel contrastato dibattito che da tempo si svolge sul velo islamico, nelle sue diverse forme. Fatwa a favore o contro sono giunte in questi giorni da parte di studiosi musulmani. Così, colui che è ritenuto la maggiore autorità del mondo sunnita, Mohammed Saeed Tantawi, che presiede l’università egiziana di Al Azhar, ha posto il divieto di indossarlo a studentesse e professoresse, in quanto “non islamico”. Sulla stessa linea, in Canada, una associazione di musulmani ha chiesto al governo di bandire il niqab, sostenendo che esso è “un simbolo medioevale di misoginia e di estremismo”. A loro ha replicato il Gran muftì di Dubai, Ahmed Al Haddad, per il quale il velo “non è mai collegato al fanatismo o al terrorismo” e “le donne musulmane non sono mai state costrette ad indossarlo”. Forzarle a toglierlo, invece, è “mancanza di rispetto per loro, la loro fede, cultura e tradizione”.
 
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