Patriarca Nona: ‘Unità e coraggio, la missione di noi caldei in un mondo impaurito’
Il nuovo primate che si insedierà il 29 maggio a Baghdad sottolinea ad AsiaNews le priorità della sua missione alla guida di una delle Chiese più antiche dell’Oriente. Gli anni fra le comunità della diaspora in Australia e il dramma dell’Isis quando era vescovo a Mosul i due cardini del suo episcopato. Il rapporto con il mondo musulmano e l’impegno a contrastare l’esodo, garantendo un futuro ai cristiani in Medio oriente.
Milano (AsiaNews) - La “responsabilità più importante” è quella di essere “il padre di tutti” e “mantenere l’unità” fra vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli ai quali va trasmessa “la forza” per affrontare le molte criticità di “un mondo che vive immerso nella paura”. È quanto sottolinea ad AsiaNews il neo-patriarca di Baghdad dei caldei Paolo III Nona, eletto dal Sinodo e confermato da papa Leone XIV il 12 aprile scorso, che il 29 maggio farà il suo ingresso ufficiale con la messa di insediamento. Una missione che intende svolgere guardando alle esperienze vissute da pastore: fra i fedeli della diaspora in Australia e, prima ancora, a Mosul vivendo sulla propria pelle le persecuzioni confessionali. Da patriarca, aggiunge, “il primo messaggio e il più importante è che l’amore è più forte dell’odio” come testimoniano il martirio di p. Ragheed e mons. Rahho che “hanno sacrificato la loro vita per questo”.
Nato nel 1968 ad Alqosh, nel nord dell’Iraq, il patriarca Nona è figura di rilievo della Chiesa caldea. Dal 2009 ha servito come arcivescovo di Mosul quale successore di mons. Paolo Rahho, ucciso nel 2008, guidando la comunità attraverso uno dei periodi più bui della sua storia: l’ascesa dell’Isis nell’estate del 2014 e lo sfollamento di centinaia di migliaia di cristiani dalla città e dalla piana di Ninive. In seguito è stato nominato eparca di San Tommaso Apostolo di Sydney dei Caldei in Australia, ampliando le responsabilità pastorali nelle comunità della diaspora.
La Chiesa cattolica caldea discende dalla Chiesa d’Oriente, trae origine nell’antica Mesopotamia e dai santi Mar Addai e Mar Mari, discepoli di San Tommaso Apostolo. La sede patriarcale si trova presso la cattedrale di san Giuseppe, a Baghdad, conta diverse eparchie e diocesi in Iraq e nel mondo. I fedeli sono oltre 600mila, la maggior parte (300mila circa) nel Paese arabo, sebbene un tempo il numero superasse gli 1,3 milioni. Dall’invasione Usa dell’Iraq nel 2003, la maggioranza ha scelto di fuggire alimentando le comunità della diaspora. Di seguito, l’intervista integrale del patriarca Nona ad AsiaNews:
Beatitudine, incontrandovi all’inizio del Sinodo papa Leone XIV ha auspicato che “il nuovo patriarca sia anzitutto un padre nella fede e un segno di comunione con tutti e tra tutti”. Che significato hanno queste parole e come intende attuarle?
Il Santo Padre ha espresso una visione molto profonda, indirizzando tutti noi verso quanto è necessario compiere per la nostra Chiesa. Di certo ha inteso sottolineare che il patriarca è il padre di tutti, nonostante vi siano differenze di opinioni e diversità fra persone, ma deve guardare a tutti, senza distinzioni. Questo richiamo è importante oggi nella Chiesa in generale, e nella nostra Chiesa Caldea in particolare, soprattutto nelle situazioni attuali in cui versa il Medio oriente, che sta sperimentando grandi difficoltà. In questo senso non è facile mantenere l’unità, ma è un compito imprescindibile: la responsabilità più importante del nuovo patriarca è quella di essere padre di tutti.
In questi anni la Chiesa caldea ha vissuto momenti di tensione e divisioni interne, anche fra i suoi vescovi. Quanto è importante il richiamo all’unità del papa?
Il cammino verso l’unità è già cominciato ad emergere durante il sinodo che ha portato alla mia elezione. Vi è stata una riflessione profonda in merito a quanto è successo in passato, sulla lezione che si può trarre da quanto è accaduto. E poi andare avanti, affidandosi alla volontà di Dio che è anche ciò che la nostra Chiesa e la nostra gente vogliono. Non è possibile che nella situazione attuale, che coinvolge tutto il mondo ma soprattutto il Medio oriente, vi siano divisioni nella Chiesa. Penso che il lavoro più importante sia già cominciato durante il Sinodo, che giudico in maniera positiva e costruttiva: tutti hanno parlato apertamente delle varie questioni e di quello che dobbiamo fare per il futuro.
Patriarca Nona, richiamandomi a quanto ha appena sottolineato: quali sono le principali sfide e le priorità in questa prima fase?
Sinceramente vi sono diverse questioni aperte: dobbiamo prima di tutto guardare alla Chiesa in Iraq e in Medio Oriente in generale, alle sue necessità mantenendo un buon rapporto fra noi, operando per i sacerdoti, per i fedeli, facendo capire loro che la nostra Chiesa è di tutti e che il patriarca è per tutti. Poi ci sono anche le relazioni con le altre Chiese cattoliche e ortodosse, bisogna lavorare su questo aspetto che è molto importante perché siamo minoranza in questi Paesi, quindi è ancor più urgente essere uniti in quanto cristiani. Vi sono infine altre questioni irrisolte riguardanti la diaspora e i collegamenti con le comunità nel mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, al Canada e in Europa. Sono tutte sfide che dobbiamo affrontare, il lavoro non manca!
Venendo dall’Australia, dove ha vissuto gli ultimi 11 anni, lei è innanzitutto il patriarca della “diaspora”; ma è anche il vescovo che ha sofferto in prima persona la tragedia dello Stato islamico a Mosul. Che influenza hanno questi due elementi nella sua missione?
Io ringrazio Dio per le esperienze che ho avuto nella vita come vescovo. Nella diocesi di Mosul, con tutto quello è successo dopo l’invasione dell’Isis [e la fuga in massa dei cristiani verso il Kurdistan iracheno, ndr]. Poi nella diaspora in Australia, con la nostra gente che ha scelto di migrare e vivere esperienze diverse, valorizzando i collegamenti fra persone o con la Chiesa. È una sfida molto grande perché abbiamo generazioni nella diaspora che non sanno niente del loro Paese di origine. Quindi dobbiamo trovare quel punto di incontro, far emergere ciò che vi è in comune fra la nostra terra, il Medio oriente, e le nuove realtà tenendo conto anche delle rispettive differenze. Perché è diversa la situazione a seconda che si parli di Europa, Australia, Stati Uniti o Canada. Per le nuove generazioni è importante riscoprire il collegamento con la propria terra di origine, ma la grande maggioranza dei nostri fedeli della diaspora sono loro stessi i primi migranti, persone nate in Iraq, in Siria, in Libano che hanno bisogno di mantenere questo legame.
Le atrocità dell’Isis rappresentano una delle pagine più buie per i cristiani in Medio oriente, sono forse il punto più alto di una escalation di persecuzioni e uccisioni. Oggi come sta la comunità cristiana in Iraq e come sono i rapporti con i musulmani?
Sono arrivato da poco, quindi sto cercando proprio in questi giorni di approfondire la realtà e conoscere meglio le problematiche e le urgenze. Di certo il rapporto coi musulmani, ma pure con i fedeli di altre religioni, sarà una delle priorità per noi, perché bisogna lavorare partendo dal presupposto che sono cittadini di questo Paese, di questa terra. Per questo ritengo sia molto importante coltivare buoni rapporti. Anche io a Mosul avevo intrecciato legami con molti musulmani e quell’esperienza mi ha fatto capire l’importanza di lavorare, oggi e ancor più domani, per rafforzare il dialogo interreligioso e i rapporti con l’islam.
In queste settimane, dopo la nomina, lei ha ricevuto messaggi da personalità del mondo islamico a Mosul?
Certo! Sono attestati di stima che mi hanno fatto molto piacere, ma preferisco mantenerli riservati.
Mosul, fra l’altro, è la città che più di tutte ha pagato in termini di sangue: quanto è vivo il ricordo del suo predecessore, mons. Paul Faraj Rahho, e di p. Ragheed Ganni, uccisi in circostanze diverse da estremisti? Quanto è attuale il loro messaggio di sacrificio, martirio?
Il primo messaggio e il più importante è che l’amore è più forte dell’odio. Il rispetto è più forte dell’odio e della negazione dei diritti degli altri. P. Ragheed e mons. Rahho hanno sacrificato la loro vita per questo messaggio. L’amore è più forte del dolore, di chi annichilisce l’umanità, di quanti creano solo dolore, odio. Questo messaggio è ancora attuale, come il loro ricordo all’interno della comunità cristiana. In questi anni penso che la città e i suoi abitanti abbiano imparato che bisogna operare per il bene degli altri, non odiare. Penso che la situazione a Mosul, oggi, sia migliore del periodo precedente il 2014: si sta ricostruendo, si sta lavorando, anche se è un cammino lungo.
Beatitudine, perché ha scelto il motto “non abbiate paura, credete”?
Nel tempo trascorso nella diocesi di Mosul ho pensato spesso che la paura fosse collegata alle persecuzioni, alla mancanza di diritti, alle violenze. Tuttavia, quando mi sono trasferito in Australia, nelle comunità della diaspora e nel mondo occidentale, ho scoperto quanto fosse forte e presente anche lì l’elemento della paura. Una paura di tutto, dalla morte a quella delle altre persone, di essere abbandonati, di non avere un buon rapporto con gli altri, delle malattie. Il nostro è un mondo che vive immerso nella paura. Ecco perché penso che proprio questo tema rappresenti, oggi, la sfida più grande in tutto il mondo. In questo senso il messaggio di Cristo ha ancora più valore: non avere paura, ma coltivare la fede, rispondere alla paura con la fede in Gesù.
L’Iraq è spesso al centro di tensioni regionali e guerre per procura fra Iran e Stati Uniti (e Israele); in questi giorni si assiste alla faticosa nascita di un nuovo governo. Che Paese ha trovato al suo ritorno?
Sono arrivato da pochi giorni e non ho ancora un quadro definito della situazione, ma percepisco fra la gente un grande desiderio di normalità, di tornare a vivere in pace. Le persone sono stanche della guerra, di questo odio fra nazioni, dei conflitti, delle tensioni interne all’Iraq o con altri Paesi della regione. Questa voglia di vivere la normalità, il quotidiano, è quanto di più forte ho visto sinora.
Beatitudine, manca una settimana alle messa di insediamento. A conclusione di questa intervista le chiedo: quanto è importante cercare di preservare la presenza cristiana in Iraq e in Medio oriente e che messaggio vuole inviare?
Per il messaggio alla comunità cristiana vi rimando alla messa del 29 maggio, che sarà occasione per parlare a tutta la comunità caldea, in Iraq e nelle nazioni della diaspora. Di sicuro vogliamo lavorare per il bene dell’Iraq, per il nostro Paese, per i nostri vicini e, soprattutto, per i cristiani. In questa prospettiva sarà fondamentale contrastare l’esodo e garantire una presenza in futuro.
(Foto tratta dal sito del Patriarcato caldeo)
12/04/2026 13:08
05/04/2016 14:26




