03/03/2026, 18.03
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Pechino e la guerra in Medio Oriente: con Teheran ma da lontano (e in attesa)

Nessuna dichiarazione finora di Xi Jinping, la condanna dell'attacco all'Iran affidata al ministro degli Esteri Wang Yi che oggi ha sentito anche il suo omologo israeliano Sa'ar. Terminata l'evacuazione dei cittadini cinesi da Teheran con 200 che hanno comunque scelto di restare nel Paese. Resta per ora confermato il viaggio in Cina di Trump dal 31 marzo al 2 aprile, scadenza che coincide con le "quattro settimane" evocate ieri come finestra per la guerra. 

Milano (AsiaNews/Agenzie) - Dalla parte di Teheran, ma senza lasciarsi trascinare direttamene dentro un conflitto che resta lontano dal proprio “giardino di casa”. Consapevole che la posta in gioco è molto alta, ma anche convinta per il momento di poter ampiamente reggere il colpo.

A quattro giorni ormai dall’inizio delle ostilità in Medio Oriente, si può riassumere così l’atteggiamento della Repubblica popolare cinese rispetto al contesto aperto dall’azione degli Stati Uniti e Israele che l’uccisione di Al Khamenei hanno infiammato l’intera area del Golfo. Per il momento - alla vigilia del cruciale appuntamento delle Due sessioni che si aprono domani - sull’argomento Xi Jinping tace, lasciando che a parlare sia il fido ministro degli Esteri Wang Yi. Lo schema è lo stesso già seguito per il Venezuela: forti dichiarazioni di condanna ma nessun intervento concreto, nonostante l’Iran dal 2023 faccia parte a pieno titolo dell’Organizzazione per la Sicurezza di Shanghai e non più di tre mesi fa vi fossero state anche esercitazioni militari comuni.

Tanto si è parlato in queste ore del petrolio che Pechino acquista da Teheran, ma alla fine rappresenta non più del 13% del totale dei rifornimenti della Cina. E - secondo alcune stime diffuse da Société Générale - la Repubblica popolare avrebbe scorte sufficienti per affrontare fino a 200 giorni di sospensione delle importazioni. Si capisce, dunque, l’attendismo dei vertici cinesi, che in questo momento contano sul fatto che le Guardie rivoluzionarie mantengano il controllo del Paese e che l’impantanarsi degli Stati Uniti in una guerra i cui obiettivi sono difficilmente raggiungibili con i soli bombardamenti aerei, giochi in suo favore. Mentre a livello diplomatico presenta il volto della potenza “stabile e affidabile” in un mondo turbolento.

Oggi Pechino ha reso noto che il ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto un colloquio con il suo omologo israeliano Gideon Sa’ar, su richiesta di quest’ultimo che ha presentato la posizione del governo Netanyahu. Wang - riferisce il comunicato ufficiale delle autorità cinesi - ha ribadito che la Cina sostiene “la risoluzione delle crisi internazionali e regionali attraverso il dialogo e la consultazione” e che è “impegnata da anni a promuovere una soluzione politica della questione nucleare iraniana”. Mentre Washington e Israele avrebbero dato il via ai raid proprio mentre i colloqui con l’Iran stavano compiendo progressi, affrontando anche le preoccupazioni di sicurezza di Israele. Il ministro degli Esteri cinese ha chiesto dunque l’immediata cessazione delle operazioni militari per evitare un’ulteriore escalation e ha invitato Israele a garantire la sicurezza del personale e delle strutture cinesi, richiesta quest’ultima accolta da Sa’ar.

La Repubblica popolare cinese aveva riferito ieri della morte di un proprio cittadino in Iran, rimasto ucciso nei bombardamenti. Oggi il Global Times ha aggiunto che, secondo quanto riferito dall’Ambasciata cinese a Teheran e dalla Federazione delle organizzazioni cinesi in Iran, la maggior parte dei cittadini cinesi ha già lasciato il Paese. Tan Xiaolin, vicepresidente dell’associazione e responsabile della task force temporanea per l’evacuazione, ha dichiarato in un’intervista che gli ultimi due gruppi, per un totale di circa 210 cittadini cinesi, hanno lasciato il Paese il 2 marzo. Si apprende che circa altri 200 cittadini cinesi rimangono tuttora in città come Tabriz e Qom ma che, per motivi di lavoro o per scelta personale, hanno deciso per il momento di non partire. “Dall’avvio delle operazioni militari contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele il 28 febbraio - ha dichiarato Tan Kai, presidente della Federazione delle Organizzazioni Cinesi in Iran - abbiamo organizzato cinque evacuazioni, per un totale di circa 400 persone. Già dalla fine dello scorso anno, quando la situazione in Iran era diventata più complicata, sono stati evacuati complessivamente oltre 3.000 cittadini cinesi”.

Ieri lo stesso Wang Yi aveva avuto invece un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri iraniano ad Abbas Araghchi al quale aveva assicurato che Pechino “tiene in grande considerazione l’amicizia tradizionale tra Cina e Iran, sostiene l’Iran nella difesa della propria sovranità, sicurezza, integrità territoriale e dignità nazionale, e appoggia la tutela dei suoi legittimi diritti e interessi”. Mentre in un’ulteriore conversazione con il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, Wang ha aveva evocato il rischio di una “regressione alla legge della giungla” nelle relazioni internazionali.

All’orizzonte l’appuntamento cruciale resta quello della visita di Trump in Cina che al momento resta fissata dal 31 marzo al 2 aprile. Una scadenza che - forse non a caso – coincide con le “quattro settimane” evocate ieri da Trump come la finestra temporale che si è dato per portare a termine questa guerra in Medio Oriente. A una domanda specifica rivoltale nella conferenza stampa quotidiana la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning ha risposto di non avere novità in proposito. Nonostante la dura condanna dei raid sull’Iran, Pechino al momento non ha alcuna intenzione di annullare quest’appuntamento. Aspettando l’evolversi della situazione per giocare davvero le proprie carte.

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