Pechino riforma le università puntando tutto su scienze e tecnologia
L’obiettivo è di servire le strategie nazionali e formare talenti per il mercato del lavoro. Calano i corsi umanistici e si rafforzano le materie STEM. Il caso dell'Università del Sichuan: negli ultimi sette anni ha abolito 39 corsi di laurea triennale. Ma in rete si moltiplicano i dubbi e le critiche al valore della riforma, definita un “adeguamento superficiale”.
Milano (AsiaNews) - Rilanciato nel settembre 2025, il processo di riforma del sistema universitario cinese prosegue a ritmo serrato. L’intento è quello di rafforzare la capacità delle istituzioni accademiche di servire le strategie nazionali, di formare talenti in grado di essere più competitivi nel mercato del lavoro, di adeguarsi ai cambiamenti apportati dalle nuove tecnologie e ai bisogni dell’industria.
Per rispondere a queste esigenze, negli ultimi mesi è stato dato un ulteriore impulso al lavoro di adeguamento e ottimizzazione dell’offerta formativa superiore che, in concreto, si è tradotto in una riduzione dei corsi di laurea in discipline umanistiche e in un aumento di quelli in materie STEM acronimo inglese di Science, Technology, Engineering, and Mathematics.
Secondo le statistiche del MyCOS Research Institute, dal 2020 al 2024, i cinque corsi di laurea triennale con il maggior numero di studenti soppressi sono stati: Gestione e sistemi Informativi (160), Pubblica amministrazione (138), Informatica e scienze informatiche (123), Marketing (104) e Design del prodotto (93). Mentre quattro tra i corsi di laurea triennale più richiesti, ossia Intelligenza artificiale, Economia digitale, Ingegneria della produzione intelligente e Gestione e applicazione dei Big Data, hanno visto l’introduzione di oltre 200 nuove specializzazioni. Nel primo caso, i programmi aggiunti sono stati addirittura 406 in cinque anni.
Nel frattempo, a partire dallo scorso anno, diversi atenei prestigiosi meglio definiti “di doppia prima classe” hanno annunciato la creazione di nuove facoltà, incentrate su tecnologie all'avanguardia e settori emergenti, di cui il Paese ha urgente bisogno, come intelligenza artificiale, tecnologie del futuro, tecnologia aerospaziale, tecnologia quantistica, IA+ e diffusione delle informazioni.
Per dare un’idea dei cambiamenti in atto, basta menzionare alcuni esempi, come quello dell'Università di finanza ed economia dello Zhejiang, la quale lo scorso anno ha interrotto le iscrizioni a ben otto corsi di laurea triennale: Gestione urbana, Valutazione patrimoniale, Assicurazioni, Gestione del credito, Gestione della logistica, Gestione economica nazionale, Lingua giapponese e Lingua cinese per l'insegnamento internazionale, e ha cancellato quelli in Pubblica amministrazione e Arte digitale e multimediale.
Mentre la Seconda università normale dello Hubei lo scorso luglio ha annunciato l’abolizione dei corsi di laurea in Informatica, Ingegneria logistica, Pubblica amministrazione e Ingegneria dei servizi automobilistici. Dall'aggiornamento dei programmi di laurea triennale dell'Università di Jilin, pubblicato a gennaio di quest'anno, risulta invece che siano stati eliminati 19 corsi di laurea, di cui sei in ambito artistico.
Li Na, vicerettore dell'Università normale dello Shandong, ha spiegato che l’ateneo dal 2017 ha sospeso le iscrizioni a 25 corsi di laurea triennale, tra cui Gestione delle risorse umane e Studi radiofonici e televisivi, aggiungendone al contempo 10 ritenuti di maggiore utilità, come Intelligenza artificiale e Sicurezza informatica.
Il caso più eclatante è forse quello dell'Università del Sichuan, che negli ultimi sette anni ha abolito 39 corsi di laurea triennale.
L’accelerazione imposta alla riforma del sistema universitario avviene in un periodo in cui le criticità del mondo accademico cinese sono particolarmente esposte all’attenzione dell’opinione pubblica. Solo pochi mesi fa, è apparsa sul web cinese una rivista satirica dal titolo alquanto allusivo di “S.H.I.T.”, creata allo scopo di ridicolizzare i farraginosi meccanismi di valutazione della produzione scientifica nazionale e l’eccessiva pressione cui sono sottoposti i giovani ricercatori cinesi.
Più recentemente, un articolo anonimo pubblicato sulla piattaforma di microblogging WeChat, divenuto presto virale, ha dato adito a un acceso dibattito sul livello di innovazione e la concreta applicabilità della ricerca accademica in Cina.
A innescare la polemica, è stata l’inaspettata vittoria del marchio motociclistico cinese ZXMOTO al Campionato Mondiale Superbike (WSBK), tenutosi in Portogallo a fine marzo. Ciò che ha sorpreso l’opinione pubblica non è stato tanto il fatto che per la prima volta una moto di produzione cinese trionfasse in una grande competizione internazionale, sconfiggendo colossi del settore come Yamaha e Honda, ma che a vincere fosse un’azienda fondata da un tale dal background come quello di Zhang Xue. Nato nella zona rurale dello Hunan, senza una formazione ingegneristica formale né un diploma di scuola secondaria, Zhang ha sviluppato le sue competenze lavorando nelle officine di riparazione di motociclette, sfidando i percorsi convenzionali verso il successo.
Come fa notare l’autore dell’articolo, le istituzioni accademiche eccellono nell’elaborazione di scoperte teoriche, ma spesso non riescono a tradurre queste idee in tecnologie commercializzabili.
La priorità data alle pubblicazioni, i budget limitati, le scadenze e la paura del fallimento, che può compromettere le carriere accademiche, scoraggiano l'assunzione di rischi e la sperimentazione, essenziali per la realizzazione di prototipi all’avanguardia.
Colmare il divario tra la ricerca accademica e l'innovazione pratica, necessaria per permettere alla Cina di competere a livello globale, resta quindi sempre più difficile.
Nonostante i limiti del sistema universitario cinese, non è detto che gli interventi in atto siano la soluzione migliore per risolverli. Alcune testate online, infatti, hanno recentemente sollevato dei dubbi sul valore della riforma, soprattutto se si considera la velocità con cui questa è stata implementata. In particolare, si sono chieste quali cambiamenti si siano verificati di fatto nel corpo docente e nei curricula universitari, azzardando l’ipotesi per cui quello a cui stiamo assistendo è in realtà un “adeguamento superficiale”.
Diversamente da come si potrebbe pensare, nella maggior parte dei casi la riorganizzazione dei corsi di laurea non ha avuto ripercussioni sul corpo docente, in quanto i titolari dei programmi eliminati sono stati riassegnati ad altri incarichi, operando una sorta di "ristrutturazione delle risorse esistenti". Ciò significa che docenti di discipline umanistiche potrebbero essere costretti a tenere corsi di materie scientifiche e tecnologiche, con conseguenze negative sulla qualità dell’insegnamento STEM.
Inoltre, spesso le università si sono limitate a rinominare vecchi programmi, facendo poche modifiche al personale docente o al curriculum. Per esempio, un corso di laurea in "Ingegneria civile" potrebbe essere stato abolito e sostituito con uno nuovo in "Costruzioni intelligenti". Citando un famoso detto cinese, è “la stessa medicina, ma con un diverso nome” (huan tang bu huan yao), ossia “cambia la forma ma non la sostanza”.
Il rischio, quindi, è che la riforma in atto, invece che apportare miglioramenti al sistema universitario, crei ulteriori complicazioni.
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