Pechino rivendica il proprio ruolo nelle contestate elezioni a Yangon
L'inviato speciale per gli Affari Asiatici Deng Xijun ha detto che il voto (con garanzie per gli interessi cinesi) era una condizione posta da Xi Jinping a Min Aung Hlaing. I risultati diffusi dal regime birmano sul primo turno del 28 dicembre confermano la scontata vittoria con margine molto ampio del partito degli ex-generali. In Myanmar la Cina cammina comunque sul filo, continuando a sostenere anche le milizie etniche che controllano le aree sul confine.
Yangon (AsiaNews) - La Cina ha rivendicato il proprio ruolo nelle controverse elezioni organizzate dai militari in Myanmar, con un portavoce del ministero degli Esteri cinese che le ha collegate a un accordo diretto tra il presidente Xi Jinping e il leader della giunta birmana, il generale Min Aung Hlaing.
L’ammissione da parte dell’inviato speciale della Cina per gli Affari Asiatici, Deng Xijun, segna la prima volta in cui Pechino riconosce pubblicamente il proprio coinvolgimento decisivo nella traiettoria politica del Myanmar dopo il colpo di Stato. Parlando a Naypyidaw, Deng ha dichiarato che l’attuazione delle elezioni “è frutto di un accordo raggiunto” con il presidente Xi Jinping. Il riferimento è ai colloqui di alto livello tenutosi a Tianjin, in Cina, nell’agosto 2025, quando il presidente Xi disse a Min Aung Hlaing che Pechino sostiene il Myanmar nel “salvaguardare la propria sovranità” e nell’“unificare tutte le forze politiche interne”. Il tanto atteso incontro del leader della giunta con Xi sarebbe stato dunque concesso solo dopo l’impegno a tenere le elezioni.
Durante la visita di Min Aung Hlaing in Cina dal 30 agosto al 6 settembre 2025 vennero firmati sette memorandum d’intesa. Gli analisti politici li considerano incentivi da parte di Pechino per garantire la conformità della giunta al progetto politico cinese per il Myanmar. La strategia cinese ruota attorno alla cosiddetta “formula del 51%”, un sistema progettato per garantire un controllo militare permanente attraverso una combinazione del 25% di parlamentari nominati dai militari e del 26% di rappresentanti civili filo-militari, creando una maggioranza stabile al servizio degli interessi di Pechino.
La prima fase di voto, il 28 dicembre, è stata segnata da numerose segnalazioni di intimidazione e manipolazione degli elettori, con un’affluenza apparentemente molto più bassa rispetto a quanto dichiarato dalla giunta, nonostante tattiche di pressione aggressive. Cittadini in tutto il Myanmar hanno denunciato minacce e ricatti da parte degli amministratori locali, compresa la coscrizione militare forzata. I supervisori dei ministeri hanno ordinato al personale di votare, minacciando punizioni non specificate. Ufficiali dell’esercito hanno fatto pressione sulle famiglie dei militari affinché partecipassero, creando un clima di paura anche all’interno dell’apparato della difesa.
Nonostante questi sforzi, la partecipazione al voto è rimasta comunque sorprendentemente bassa in molte aree. U Kyaw Swa, un candidato, ha riconosciuto che l’affluenza nel suo collegio si è fermata intorno al 30%. Osservatori dell’opposizione suggeriscono percentuali simili o inferiori nelle aree contese. Ieri - fornendo i primi dati ufficiali - il regime ha parlato di un'affluenza al 52% al primo turono. Un dato tutto da verificare e comunque molto più basso rispetto al 70% del voto del 2020. Quanto ai risultati dello spoglio nelle aree in cui si è votato l'esito è quello scontato: al stragrande maggioranza dei seggi è andata al Partito dell'Unione solidale e dello Sviluppo (USDP), la forza politica degli ex generali. Ora per completare le operazioni si attendono gli altri due turni in programma l'11 e il 25 gennaio in altre circoscrizioni (che comprendono solo le zone controllate dalla giunta militare).
Diversi partiti politici che hanno partecipato alle elezioni hanno denunciato diffuse irregolarità, in particolare riguardo alle schede per il voto anticipato. Il Tai-Lue Nationalities Development Party, il People’s Party guidato da U Ko Ko Gyi e la Shan Nationalities League for Democracy hanno tutti accusato i militari di manipolazione delle schede. Alcuni politici sono andati oltre, definendole non “schede anticipate” ma “schede precompilate”. I critici osservano che la giunta sta semplicemente riciclando le tecniche di frode dell’era di U Thein Sein.
I partiti politici che hanno scelto di partecipare - esclusa Lega Nazionale per la Democrazia, messa al bando - si trovano ora divisi e demoralizzati. Quanti si definiscono “forze democratiche” pur entrando in un’elezione controllata dalla giunta affrontano accuse di legittimare il dominio militare.
Rabbia popolare per l’ingerenza cinese
La rivelazione del ruolo diretto della Cina ha fatto crescere il risentimento dei cittadini birmani. Sui social media molti utenti hanno dato voce a sentimenti anticinesi, con utenti che esprimono tradimento per il fatto che un Paese vicino lavori attivamente per consolidare una dittatura militare anziché sostenere le aspirazioni democratiche. “La Cina non sta solo a guardare - è l’architetto della nostra oppressione - ha scritto un residente di Yangon -. I brogli elettorali, il controllo militare, l’intero sistema: fa tutto parte del piano di Pechino per controllare il Myanmar”.
Le motivazioni della Cina sono principalmente economiche e strategiche. Pechino mira a proteggere i massicci investimenti nel Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), inclusi ferrovie, strade e il porto in acque profonde di Kyaukphyu, strategico per l’accesso al Golfo del Bengala. Inoltre, la Cina pretende un sostegno incondizionato alla propria politica dell’Unica Cina su Taiwan, sostegno che - secondo quanto riferito - Pechino riteneva incerto sotto il precedente governo della lega Nazionale per la Democrazia.
Le elezioni sono ampiamente viste come una messinscena volta a fornire una parvenza di legittimità alla continuazione del potere militare. L’ex ufficiale militare Min Aung Hlaing, che quasi certamente diventerà “presidente” nel nuovo sistema, ha abbandonato ogni pretesa di neutralità, esprimendo apertamente la sua disponibilità ad accettare l’incarico quando interrogato dai giornalisti.
Il nascente governo “civile” sarà composto in gran parte da ufficiali militari in pensione che hanno semplicemente sostituito le uniformi con abiti civili. Persino il portavoce della giunta, il maggior generale Zaw Min Tun, potrebbe continuare nel suo ruolo indossando abiti tradizionali birmani anziché l’uniforme militare.
L’isolamento internazionale si approfondisce
Le nazioni occidentali hanno condannato all’unanimità le elezioni come illegittime, osservando che i militari hanno escluso la Lega Nazionale per la Democrazia - vincitrice con ampie maggioranze nel 2015 e nel 2020 - e incarcerato i suoi leader, inclusa la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi. Anche l’ASEAN ha rifiutato di riconoscere le elezioni come una soluzione alla crisi del Myanmar. Solo la Russia e una manciata di Paesi sotto l’influenza cinese dovrebbero riconoscere il governo post-elettorale
Dopo le elezioni, il Myanmar si troverà di fronte a un panorama politico sostanzialmente invariato rispetto all’attuale dittatura militare, semplicemente rivestita di abiti civili. La “stabilità” promessa dalla Cina appare lontana, poiché le forze della resistenza hanno giurato che continueranno la lotta armata indipendentemente dall’esito elettorale.
Gli analisti avvertono che la strategia cinese è intrinsecamente contraddittoria: mentre Pechino rafforza le milizie etniche lungo il proprio confine, allo stesso tempo sostiene un governo militare centralizzato. Questo “camminare su un filo”, come lo definisce il ricercatore di Foreign Affairs Ko Amara Thiha, potrebbe facilmente fallire, portando proprio all’instabilità che la Cina teme.
Per i cittadini comuni del Myanmar, la realtà post-elettorale significherà la continuazione delle difficoltà economiche, dei conflitti persistenti e di un sistema politico che serve interessi stranieri piuttosto che le aspirazioni democratiche del popolo birmano.
La rivelazione dell’accordo Xi–Min Aung Hlaing ha reso esplicito ciò che molti sospettavano: la crisi democratica del Myanmar non è solo una questione interna, ma è plasmata in modo decisivo dai calcoli strategici cinesi. Una realtà amara per una nazione che lotta per determinare il proprio futuro.
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