09/11/2023, 10.35
LANTERNE ROSSE
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Pechino: deficit negli investimenti diretti esteri, nubi sul futuro delle imprese

di John Ai

Per la prima volta dal 1998 il dato registra una flessione, mentre continua il deflusso di capitali legato alla strategia di de-risking adottato da Washington e Bruxelles. Persiste un clima di incertezza negli affari, alcune aziende internazionali si ritirano dal mercato cinese. Critiche alla China International Import Expo, considerata una “vetrina politica” e in calo a livello commerciale. 

Pechino (AsiaNews) - La Cina ha registrato il suo primo deficit nel settore degli investimenti diretti esteri nel terzo trimestre, legato alla strategia di de-risking dei governi dei Paesi europei e degli Stati Uniti, che ha portato al deflusso di capitali dalla Cina. I dati preliminari ufficiali della bilancia dei pagamenti hanno mostrato che le passività degli investimenti diretti - dato rivelatore degli investimenti esteri, che include anche i guadagni trattenuti in Cina - hanno raggiunto 11,8 miliardi di dollari Usa.

Nel frattempo, le statistiche ufficiali hanno mostrato che le esportazioni cinesi sono crollate del 6,4% a ottobre, il sesto calo mensile consecutivo. Si prevede che l’export rimarrà debole nei mesi pure nei mesi a venire a causa del rallentamento dell’economia in Europa e in America.

La banca di investimento Goldman Sachs ha stimato che la pressione del deflusso di capitali è destinata a persistere, a causa del rimpatrio degli utili da parte delle multinazionali presenti sul territorio. Inoltre, i tassi di interesse al di fuori della Cina stanno aumentando a lungo andare, mentre i tassi di interesse in Cina - in prospettiva - vanno diminuendo. L’autorità cinese di regolamentazione dei cambi ha iniziato a compilare i dati relativi agli investimenti diretti passivi dal 1998. Al contempo, Pechino ha registrato un deficit di 3,2 miliardi di dollari nel conto di base, secondo deficit trimestrale consecutivo.

I dati ufficiali hanno mostrato che il commercio on-shore dello yuan cinese contro il dollaro Usa ha toccato il minimo storico in ottobre, con un calo del 73% rispetto al livello di agosto. Secondo gli analisti, le autorità cinesi limiteranno le vendite di moneta locale per sostenere il tasso di cambio. Fra gli esperti del settore è opinione condivisa che le aziende straniere continueranno a mantenere la loro presenza in Cina; tuttavia la capacità del Paese di attrarre investimenti diretti esteri sarà ostacolata dalle tensioni geopolitiche, mentre alcuni mercati emergenti risultano più favorevoli e avvantaggiati in quest’ottica.

La controversa Legge sulla sicurezza nazionale aggiunge ulteriori incertezze alle aziende straniere per la scarsa chiarezza delle regole. A inizio anno, le società statunitensi di consulenza manageriale Bain&Company e Mintz Group sono state oggetto di indagini per questioni relative alla sicurezza da parte delle autorità cinesi. E, più di recente, la società di analisi e consulenza Gallup - famosa per i suoi sondaggi di opinione - ha deciso di chiudere i suoi uffici nel Paese del dragone. A marzo, un sondaggio condotto dalla società negli Stati Uniti ha mostrato che solo il 15% degli americani vede la Cina con favore, mentre il 77% propende o patteggia per Taiwan. Il risultato del sondaggio ha suscitato il malcontento di Pechino e il quotidiano ufficiale Global Times ha affermato che l’esito della ricerca è stato utilizzato come strumento per diffamare la Cina.

Anche la società di gestione patrimoniale Vanguard Group ha deciso di andarsene, tanto che i membri del team hanno intenzione di lasciare la Cina entro il prossimo anno. Vanguard ha anche venduto le azioni della joint-venture con il gigante cinese della fin-tech Ant Group. E diverse società di consulenza internazionali stanno pianificando la riduzione dei dipendenti in Cina.

Shanghai, flop alla fiera dell’import

Questa settimana è in corso a Shanghai la China International Import Expo (Ciie). Secondo le voci critiche, il valore commerciale dell’esposizione sta diminuendo. La Camera di Commercio dell’Unione europea in Cina ha definito l’evento “una vetrina politica”. Carlo D’Andrea, vicepresidente della Camera, ha dichiarato in un briefing con i media il 3 novembre scorso che “è più un evento di affari governativi, di marketing e si è parlato davvero poco di affari”. 

Quest’anno è stato il premier cinese Li Qiang ad annunciare l’apertura ufficiale della Ciie. Un fatto significativo, perché è la prima volta che il presidente Xi Jinping non tiene il discorso della cerimonia di apertura dell’esposizione.

Un sondaggio condotto dalla Camera il mese scorso ha mostrato che il tasso di partecipazione dei suoi membri è sceso dal 42% al 32% dalla prima esposizione. Sebbene il 59% delle imprese intervistate abbia dichiarato di aver tratto beneficio dall’impegno del governo in fiera, l’anno scorso solo un quarto dei partecipanti ha concluso affari all’expo. Un dato ben diverso anche solo al 2018 quando circa la metà dei partecipanti aveva concluso accordi in fiera. La maggior parte dei partecipanti sono grandi aziende, anche perché la presenza di piccole e medie imprese è ostacolata - se non bloccata - dagli alti costi di partecipazione e dalla logistica.

Il leader cinese Xi Jinping ha lanciato la fiera a Shanghai nel 2018 per rispondere alle critiche sul massiccio surplus commerciale, nel momento in cui l’ex presidente statunitense Trump aveva iniziato la guerra commerciale con la Cina. All’epoca Pechino aveva promesso di importare più prodotti e servizi e di dare maggiore accesso alle aziende straniere. In realtà, a distanza di cinque anni il deficit commerciale dell’Ue con la Cina è ancora in aumento. E un numero sempre maggiore di aziende straniere si lamenta dell’ambiente commerciale sin troppo politicizzato della Cina.

Ciononostante, per l’edizione 2023 gli Stati Uniti hanno allestito per la prima volta un padiglione espositivo all’Expo. Nel contesto delle tensioni tra le due potenze, l’ambasciatore Usa in Cina Nicholas Burns ha inaugurato il padiglione e ha promesso di promuovere il commercio fra le parti, non il decoupling (in sostanza, ricollocare la produzione delle imprese americane fuori dalla Cina in settori ritenuti strategici).

Secondo quanto riportato dai media ufficiali cinesi, quest’anno alla China International Import Expo partecipa la metà delle aziende presenti nel Fortune Global 500. Fra queste, vi è anche il produttore americano di semiconduttori Micron. Le autorità di Pechino hanno escluso l’azienda dalla rete delle infrastrutture di telecomunicazione per motivi di sicurezza nazionale.

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