Phnom Penh chiude la fase diocesana: a Roma la causa su 12 martiri di Pol Pot
Conclusa oggi la parte cambogiana del processo per la beatificazione del vescovo Joseph Chhmar Salas e 11 suoi compagni uccisi durante il genocidio dei khmer rossi. Dal 2015 raccolte decine di testimonianze di persone che videro la loro fedeltà al Vangelo nel tempo dell'orrore. Tra i candidati anche due religiose e quattro laici. Se riconosciuti dal Vaticano saranno i primi beati di questa piccola Chiesa rinata negli anni Novanta.
Phnom Penh (AsiaNews) - La Chiesa cattolica della Cambogia ha vissuto oggi un giorno molto importante della sua storia: nella sede del vicariato apostolico di Phnom Penh si è chiusa infatti la fase diocesana del processo di beatificazione del vescovo mons. Joseph Chhmar Salas e di undici suoi compagni, in quello che è il primo processo canonico per l’accertamento del martirio avviato da questa giovanissima Chiesa locale rinata negli anni Novanta del ventesimo secolo dopo il genocidio compiuto dai khmer rossi. I dodici testimoni della fede per i quali – dopo un esame accurato durato dieci anni – vengono inviate ora a Roma tutte le noitizie raccolte per accertarne il martirio sono tutte figure uccise dal regime di Pol Pot tra il 1970 e il 1977.
Il gruppo è guidato da mons. Joseph Chhmar Salas, primo vescovo cambogiano nominato vicario apostolico di Phon Penh nel 1975 poco prima dell’arrivo dei Khmer rossi nella capitale. Accanto a lui nell’elenco figurano i sacerdoti cambogiani p. Joseph Chhmar Salem (suo fratello) e p. Marcel Truong Sang Samronh, il missionario dei Mep p. Pierre Rapin, il monaco benedettino Charles Badré, il religioso p. Damien Dang Ngoc An dell’ordine vietnamita della Sacra Famiglia di Banam, le religiose sr. Jacquelin Kim Song e sr. Lydie Nou Savan delle Suore della Provvidenza di Portieux, e quattro laici: Joseph Som Kinsan, Pierre Chhum Somchay, Joseph Thong e Joseph Ros En.
Ascoltati decine di testimoni
A presiedere la cerimonia è stato il vicario apostolico, mons. Olivier Schmitthaeusler, delle Missions Etrangères de Paris che ha accostato la fedeltà al suo popolo mostrata da mons. Josep Chhmar Salas a quella dei monaci di Tibhirine in Algeria. All’udienza conclusiva del tribunale diocesano che ha esaminato la causa, hanno assisito anche il vescovo coadiutore mons. Pierre Suon Hangly - che come secondo vescovo in assoluto nella storia della comunità cattolica della Cambogia sta raccogliendo l’eredità del presule morto nel 1977 -, una cinquantina di sacerdoti provenienti dalle tre circoscrizioni ecclesiastiche della Cambogia (Phnom Penh, Kompong Cham e Battambang) e circa 200 tra religiosi e laici, a sottolineare l’importanza del momento per tutta la comunità cattolica locale.
Nel suo discorso mons. Schmitthaeusler ha ricordato che la causa di beatificazione era stata aperta nel maggio 2015. In questi dieci anni - ha detto il vicario apostolico - sono stati intervistati decine e decine di testimoni che hanno vissuto l’epoca di Pol Pot e conosciuto personalmente queste persone. Inizialmente le figure prese in esame erano 35: il lavoro ha permesso di focalizzarsi in maniera particolare su 12. "Queste 2500 pagine – ha commentato Schmitthaeusler – sono una testimonianza per le nuove generazioni di battezzati di oggi. Queste figure sono il popolo di Dio, rappresentano in maniera particolare tutti coloro che hanno sofferto e sono morti pregando il Signore di accoglierli nel suo Regno. Questi documenti partiranno per Roma: continuiamo a pregare affinché questi nostri presunti martiri possano essere offerti alla Chiesa universale come un dono e una testimonianza di fede inestimabile della Chiesa della Cambogia al mondo”.
Mons. Salas e p. Rapin: vite donate per amore
Le storie dei 12 cristiani che la Chiesa cattolica cambogiana invia al dicastero per le Cause dei santi per l’esame del martirio, offrono uno spaccato della violenza del genocidio di Pol Pot, che secondo le diverse stime degli storici nella sua follia ideologica tra il 1975-1979 sterminò tra 1,5 e 2 milioni di persone, circa un quarto della popolazione della Cambogia. Ma mostrano anche il volto luminoso della fede profonda con cui la piccola comunità cattolica cambogiana, nata cinque secoli prima con la predicazione dei primi missionari portoghesi, affrontò la prova di un regime comunista che voleva (e per molti versi anche riuscì) a cancellarla insieme a tutto ciò che si opponeva alla sua ideologia.
P. Joseph Chhmar Salas, aveva 37 anni e si trovava in Francia per perfezionare i suoi studi quando nella primavera 1975 ricevette una lettera dall’allora vicario apostolico di Phnom Penh, il missionario francese mons. Yves Ramousse, che lo invitava a tornare urgentemente in Cambogia: sapeva che con l’entrata dei khmer rossi nella capitale tutti gli stranieri sarebbero stati espulsi ed era necessario dare subito un vescovo cambogiano a quella Chiesa. P. Salas fu ordinato tre giorni prima della presa di Phnom Penh e inviato nel villaggio di Tangkok, nella provincia di Kompong Cham, per proteggerlo. Riuscì a restare lì per qualche tempo insieme ad alcuni cristiani e alla sua famiglia, tra cui la sorella Pracot che sopravvisse al genocidio e fu una preziosa testimone di quanto accaduto (nella foto in alto oggi con mons. Schmitthaeusler ndr), al fratello minore Salem, anche lui sacerdote, e a p. Chamroeun. P. Salas si fece poi volontario per i lavori forzati, nella speranza di poter così raggiungere i cristiani dispersi nel Paese. Debilitato, morì nel 1977 di stenti e malattia in una pagoda adibita ad ospedale. La sorella ha raccontato delle Messe celebrate di nascosto nella capanna di paglia loro assegnata, con il letto come altare, mentre all’esterno alcuni cristiani, fingendo di lavorare nella risaia, con segnali in codice davano l’allarme all’avvicinarsi dei khmer rossi. La croce pettorale del vescovo Salas, conservata dalla madre in un pollaio, è stata poi riconsegnata nel 2001 all’allora vicario apostolico di Phnom Penh mons. Emile Detombes ed è un segno prezioso per la Chiesa cambogiana.
Già tre anni prima della caduta di Phnom Penh, nel 1972 nel villaggio cristiano di Kdol Leu era stato ucciso p. Pierre Rapin, missionario francese dei Mep originario della Vandea. Già dal 1970, dopo il colpo di Stato del generale Lon Nol, i khmer rossi aveva assunto il controllo della sua zona. Sapeva bene quello che rischiava restando nel villaggio, ma scrisse a un amico sacerdote: “I cristiani mi hanno chiesto di rimanere, sia fatta la volontà di Dio”. Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 1972 fu ferito da una carica esplosiva posta contro la parete della sua casa. Benché non sembrasse in pericolo di vita, i khmer rossi forzarono la mano per portarlo comunque nel loro ospedale: il giorno dopo lo riportarono cadavere agli abitanti del villaggio. Già ferito, a uno dei suoi fedeli che lo soccorreva, p. Rapin aveva detto: “Se quelli che volevano uccidermi verranno catturati, perdonateli, non fategli niente di male. Non serve a niente vendicarsi. Abbiate fede in Dio".
Le storie dei quattro laici
Più impegnative nella loro ricostruzione, ma non meno significative sono le storie dei quattro laici che figurano nell’elenco inviato a Roma: “Joseph Ros En - racconta p. Vincent Chrètienne, missionario dei Mep in Cambogia, presidente della Commissione storica che ha lavorato alla causa di beatificazione - era un docente all’università di Phnom Penh. Fu ucciso perché qualcuno lo denunciò proprio in quanto professore e anche cristiano. E lui lo confermò negli interrogatori: ‘È vero, lo sono’, disse. In questo modo dunque siamo praticamente certi che fu ucciso in odium fidei”.
“Di Joseph Thong - continua p. Chrètienne - sappiamo che era un catechista, mentre Joseph Som Kinsan era un militare che fu arrestato subito dopo il 17 aprile 1975, il giorno in cui i khmer rossi entrarono a Phnom Penh. Molto significativa, infatti, è anche la figura di Pierre Chhum Somchay: quest’uomo aveva dodici figli, tutti uccisi durante le stragi dei khmer rossi. Ma sotto il regime comunista aveva comunque conservato un piccolo libretto nel quale aveva scritto una preghiera per ciascuno di loro. Alla fine nel 1977 venne ucciso anche lui, perché i khmer rossi avevano capito che era cristiano”.
15/07/2022 14:37








