19/03/2011, 00.00
COREA – CINA – GIAPPONE
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Ricchi e infelici: i giovani sud-coreani, figli della crisi finanziaria del ‘90

di Theresa Kim Hwa-young
Il denaro emerge quale scopo primario da raggiungere nella vita. La competitività è serrata fin dalle scuole elementari. Lo stress e le pressioni esercitate dai genitori hanno determinato una crescita nei suicidi. Cresce l’attaccamento alla marina militare, dopo l’attacco dell’esercito di Pyongyang del novembre scorso. I progetti della Chiesa cattolica.
Seoul (AsiaNews) – Il denaro quale scopo primario della vita, orgoglio verso il proprio Paese ma poca propensione a immolarsi per difenderlo, tolleranza verso gli immigrati e un generale senso di felicità minore rispetto ai cinesi e ai giapponesi. È il ritratto che emerge dei giovani sud-coreani, che auspicano ancora la riunificazione della penisola – separata dalla guerra di Corea del 1950 – ma un numero sempre inferiore la considera un fatto “estremamente necessario”. L’attacco portato dall’esercito di Pyongyang nel novembre scorso all’isola di Yeonpyeong – quattro i morti, fra cui due militari – ha invece determinato un maggiore attaccamento alla marina militare, che ha visto una crescita significativa negli arruolamenti.
 
Una recente inchiesta promossa dall’Istituto nazionale per le politiche giovanili di Seoul – legato al ministero per le Pari opportunità e la Famiglia – mostra che i giovani sud-coreani sono meno felici dei pari età cinesi e giapponesi. In particolare, si dice “felice” il 71,2% degli studenti coreani rispetto al 75,7% dei giapponesi e il 92,3% dei cinesi. Anche per quanto concerne il “lavoro dei sogni” sono i giovani cinesi a guidare la classifica (ottimista il 97,5% degli intervistati), seguiti da sud-coreani (80,8%) e giapponesi con il 55,7%. 
 
La competitività nelle scuole e le pressioni esercitate dai genitori sono fonte di stress e infelicità per i giovani sud-coreani. Il problema sorge sin dagli istituti primari e si trascina fino all’università. Molti ragazzi, inoltre, trascorrono negli “hagwons” – le scuole private – la maggior parte della giornata, dal mattino presto a tarda sera per sei giorni la settimana. Resta quindi poco tempo da dedicare al gioco e alla famiglia ed è proprio dai genitori che arrivano le pressioni più forti ad eccellere negli studi. Tuttavia, emergono i primi segnali di cambiamento visto che un movimento sempre più consistente di padri e madri chiedono “mano stress e competitività” negli studi e di “valutare” i figli non solo in base ai voti, ma alle “qualità e creatività” di ciascuna “persona”.
 
Per la maggioranza dei giovani sud-coreani, il denaro resta l’obiettivo principale da conseguire nella vita. Colpiti durante l’infanzia dalla crisi asiatica di fine anni ’90, ora i giovani sono sempre più interessati – rispetto alle generazioni passate – ai soldi come risposta ai problemi personali. Essi giudicano che la felicità sia diretta conseguenza della disponibilità economica.
 
Per arginare la deriva materialista dei giovani coreani, l’arcidiocesi di Seoul ha avviato una serie di programmi mirati di intervento. Tra gli altri, gli scout cattolici hanno organizzato campi ed eventi per diffondere lo spirito di solidarietà e amicizia ai loro compagni e pari età. Ma ogni diocesi del Paese ha in programma progetti specifici rivolti ai giovani, perché possano conoscere l’amore di Dio e incontrare la fede.
 
Intanto la ricerca ossessiva della ricchezza e uno stress psicofisico maggiore hanno determinato una crescita nel computo dei suicidi. Fino al 2008 si attestavano fra i 100 e i 140; nel 2009 hanno superato i 200 e il dato non accenna a diminuire. Orgogliosi del loro Paese e maggiormente disponibili ad accogliere immigrati rispetto ai pari età cinesi e giapponesi, i giovani sud-coreani sembrano però poco propensi a sacrificare la propria vita per la patria. Tuttavia, l’attacco dell’esercito nord-coreano all’isola di Yeonpyeong del 23 novembre scorso ha determinato un rapido aumento degli arruolamenti nella marina. Un professore di psicologia all’università di Seoul spiega che “l’attacco mortale ha spinto la gente a giudicare i membri della marina come veri soldati”, stimolando “l’orgoglio nell’appartenere all’unità [della marina]”.
 
In tema di Corea del Nord, resta alto il numero di giovani sud-coreani – circa i due terzi – che ritengono “necessaria” la riunificazione della penisola. Tuttavia, solo il 23,3% la giudica “estremamente necessaria”, con un dato in deciso calo rispetto ai valori del 2008. Il 43,7% ritiene la riunione fra Seoul e Pyongyang un fatto “abbastanza necessario”.
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