Salloum: la guerra ‘minaccia esistenziale’ per l’Iraq. Colpiti anche i cristiani
Centrata da missili e droni la cappella ed edifici ecclesiastici dell’arcivescovado a Erbil. Donna caldea a Baghdad arrestato per aver celebrato l’uccisione di Khamenei, rischia quattro anni. Ad AsiaNews lo studioso iracheno: il Paese rischia di trasformarsi in arena per le potenze esterne per “regolare i conti” in sospeso. La crisi istituzionale alimenta i timori, serve un governo di emergenza.
Milano (AsiaNews) - Colpiti una cappella ed edifici ecclesiastici nel quartiere di Ankara, a Erbil, e una donna caldea arrestata a Baghdad per aver esultato alla morte della guida suprema, Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio scorso nel primo giorno di attacchi. La guerra di Israele e Stati Uniti all’Iran, che da giorni infiamma il Medio oriente dalle nazioni arabe del Golfo alla Turchia (e Cipro, in Europa), investe anche i cristiani iracheni che temono una ulteriore progressione in una “fase critica e delicata”, come affermano fonti del patriarcato. La situazione è critica ed è forte il timore di un coinvolgimento su larga scala: “L’Iraq guarda all’escalation - sottolinea ad AsiaNews l’analista e studioso Saad Salloum - come una minaccia esistenziale alla fragile stabilità che ha passato anni a cercare di costruire”.
Nella serata di ieri la guerra ha coinvolto per la prima volta, in modo diretto, la comunità caldea irachena: missili e droni lanciati dall’Iran hanno centrato la cappella del complesso caldeo della residenza di Magevney, ad Ankawa, sobborgo cristiano di Erbil poco distante dall’aeroporto, danneggiandola seriamente (foto 1,2,3). Gli edifici appartengono all’arcidiocesi caldea e alle suore domenicane della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù; al suo interno vi sono anche numerosi appartamenti, che sono abitati da tempo da diverse famiglie cristiane povere della città.
In precedenza, il 3 marzo la polizia irachena ha arrestato Runa Korkis (foto 4), una donna cristiana assiro-caldea, identificata e posta in regime di custodia cautelare per aver pubblicato sui social messaggi che celebravano l’uccisione di Ali Khamenei, la guida suprema iraniana. Residente a Baghdad, secondo le prime informazioni deve ora rispondere di “oltraggio ai simboli religiosi” e rischia fino a quattro anni di carcere. Testimoni oculari, dietro garanzia di anonimato, affermano che avrebbe subito violenza verbale e fisica durante la detenzione. Una vicenda che alimenta le preoccupazioni dei cristiani caldei, che temono una stretta ulteriore in tema di libertà di parola e di espressione, con possibili discriminazioni di carattere etnico-religioso davanti alla legge.
Dei riflessi della guerra israelo-americana all’Iran, l’escalation regionale e le ripercussioni per l’Iraq ne abbiamo parlato con Saad Salloum, giornalista e professore associato di Scienze politiche all’università di al-Mustanṣiriyya a Baghdad, una delle più prestigiose della capitale. Egli è anche presidente della Fondazione Masarat, in prima fila nella lotta per il dialogo, la libertà e i diritti, e non nasconde ad AsiaNews i timori per un Iraq “trasformato in un’arena dove ‘regolare i conti in sospeso’ per le potenze internazionali".
Di seguito, l’intervista all’accademico musulmano iracheno:
Professor Salloum, quali conseguenze può determinare questo nuovo conflitto per l’Iraq?
L’Iraq considera l’attuale escalation tra Israele e Stati Uniti da un lato e l’Iran dall’altro come una minaccia esistenziale alla fragile stabilità che ha cercato di costruire per anni. Questa prospettiva affonda le sue radici in una memoria collettiva, gravata dagli orrori delle guerre che gli iracheni hanno subito per oltre quattro decenni; essi comprendono fin troppo bene che qualsiasi esplosione regionale su vasta scala non potrà essere contenuta entro i confini geografici. Vi è il timore reale che l’Iraq possa trasformarsi in un’arena per ‘regolare i conti in sospeso’ fra potenze internazionali, soprattutto ora che il Paese si trova a un pericoloso “bivio” di questo conflitto. Alcune parti del territorio iracheno sono già state oggetto di ripetuti attacchi, che hanno preso di mira sia le basi che ospitano i consiglieri statunitensi sia i siti appartenenti alle fazioni irachene. Mettono a repentaglio la sovranità nazionale e costringono lo Stato a una lotta estenuante per bilanciare i propri obblighi internazionali con una complessa realtà regionale.
Anche sul piano umanitario potrà innescare scenari di profonda criticità?
Gli iracheni temono il ripetersi di scenari di sfollamento di massa. Se la crisi siriana ha provocato ondate massicce di rifugiati che hanno messo a dura prova l’intera regione, un conflitto totale che coinvolga un Paese con il peso demografico e la geografia dell’Iran porterebbe inevitabilmente a una catastrofe umanitaria trans-frontaliera, che sfuggirebbe a qualsiasi controllo. Questa preoccupazione si estende alla potenziale paralisi economica: l’Iraq dipende fortemente dal commercio regionale e dai corridoi energetici, una guerra totale bloccherebbe i suoi sforzi di sviluppo emergenti, facendo precipitare la nazione in un tunnel oscuro di inflazione ed esaurimento delle risorse. Insomma, una “guerra senza vincitori” e il passaggio di questo scontro a una dimensione regionale completa pone l’Iraq nell’occhio del ciclone.
Altro elemento di preoccupazione è quello interno al mondo musulmano, fra sunniti e sciiti. Cosa ne pensa?
Questo conflitto è destinato a innescare livelli senza precedenti di polarizzazione, trascendendo i tradizionali disaccordi politici per scatenare acuti conflitti strutturali con dimensioni settarie e nazionalistiche. Il mondo musulmano è alle prese con una profonda divisione che ha iniziato a prendere forma con l’invasione del Kuwait nel 1991 e la successiva guerra della coalizione [internazionale a guida statunitense, ndr], una frattura che si è ampliata drasticamente dopo l’invasione dell'Iraq nel 2003, ridefinendo le dinamiche di potere regionali. Oggi, mentre attacchi diretti e indiretti colpiscono basi e strutture negli Stati arabi e del Golfo - tra cui Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman e Giordania - insieme ai ripetuti bombardamenti della regione del Kurdistan iracheno, ci troviamo di fronte a uno scenario che fa rivivere i timori di lunga data di un “espansionismo regionale” le cui ripercussioni a lungo termine rimangono imprevedibili.
In queste ore si parla di possibile invasione di terra dei curdi. Quale ruolo possono giocare?
La componente curda, in particolare, si trova nell’occhio del ciclone: le sue zone di confine sono diventate un’arena aperta per regolare i conti col pretesto di colpire i quartier generali dell’opposizione o le basi straniere, minacciando la stabilità nazionale e politica nel triangolo di confine tra Iraq, Iran e Turchia. Inoltre, la convergenza della guerra a Gaza con questa lotta regionale ha reso la divisione odierna più profonda che mai. Si crea così un punto di attrito tra un sentimento pubblico profondamente solidale con la causa palestinese e una diffidenza ufficiale e popolare nei confronti delle agende di egemonia regionale e dell’esportazione delle crisi. In definitiva, ciò porta alla frammentazione della tradizionale solidarietà islamica, sostituendola con alleanze basate sulla sicurezza e fondate sulla paura reciproca e su interessi ristretti.
Una guerra regionale che l’Iraq affronta in un quadro di stallo istituzionale: da mesi si aspetta l’elezione del nuovo presidente, la nomina del premier e del futuro governo…
Il panorama politico iracheno sta subendo un importante riassetto strategico, in cui le crisi costituzionali si intrecciano coi tamburi di guerra regionali. Il recente articolo del presidente del Consiglio giudiziario supremo, il giudice Faiq Zidan, pubblicato su Asharq Al-Awsat, che ha definito le precedenti interpretazioni costituzionali un “vizio interpretativo”, funge da “campanello d’allarme” preventivo per sbloccare la situazione di stallo che ostacola l’elezione di un presidente e la formazione di un governo. Questo cambiamento giudiziario mira chiaramente ad ammorbidire i percorsi costituzionali e ad aggirare l’ostacolo della “maggioranza dei due terzi”. Nel mezzo dell’attuale escalation, la guerra regionale non è più un semplice evento esterno, ma è diventata un “catalizzatore forzato” che costringe i principali leader politici ad adempiere a un obbligo nazionale che non ammette ulteriori ritardi. Si sta diffondendo la consapevolezza che lasciare l’Iraq senza un governo legittimato, mentre i suoi territori sono oggetto di attacchi e le potenze globali si scontrano con il vicino Iran, è un “suicidio politico” e un pericoloso vuoto di sovranità. La pressione dell’attuale stato di emergenza, unita all’iniziativa giudiziaria di correggere i percorsi interpretativi, costringe le forze rivali - il Coordination Framework, i partiti curdi e sunniti - a un rapido compromesso per produrre un “governo di emergenza” in grado di proteggere l’economia dalla volatilità marittima e petrolifera e di bloccare gli interventi stranieri, che sfruttano i vuoti politici per trasformare l’Iraq in un campo di battaglia.
Dal petrolio ai commerci, quali conseguenze potrà generare il conflitto sulla tenuta del Paese?
Lo stallo politico e la lunga attesa per le nomine istituzionali collocano l’Iraq nella posizione più debole della sua storia. Ciò che rende questa debolezza particolarmente pericolosa è l’intersezione tra la crisi costituzionale e la minaccia incombente di una catastrofe economica. Dipendendo dalle esportazioni di petrolio attraverso il Golfo per circa il 94% del suo bilancio, la minaccia dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz rappresenta un vero incubo. Un blocco delle esportazioni comporterebbe l’immediata incapacità dello Stato di pagare gli stipendi di milioni di dipendenti pubblici e pensionati, portando al collasso della pax civile e ad un’esplosione sociale. L’attuale governo ad interim non ha i poteri per prendere decisioni strategiche importanti, come garantire rotte di esportazione alternative o gestire una crisi finanziaria soffocante in caso di interruzione dei flussi di cassa. L’Iraq è sull’orlo del baratro: i leader politici devono cogliere questo il segnale inviato dalla magistratura per accelerare le nomine istituzionali, altrimenti la nazione affronterà un collasso strutturale dal quale potrebbe essere impossibile recuperare il concetto stesso di “Stato”.
Analisti ed esperti delineano scenari di “caos” in Iran come avvenuto in passato in Iraq. Si tratta di un timore reale e quali sono i rischi maggiori?
Gli avvertimenti sul rischio che l’Iran scivoli in uno “scenario di caos” non sono solo previsioni pessimistiche, ma incubi reali che gli iracheni, primo laboratorio delle conseguenze del collasso istituzionale, comprendono più profondamente di chiunque altro. Tuttavia, la “irachizzazione” dell’Iran non sarebbe una copia degli eventi del 2003, ma un’esplosione regionale con effetti moltiplicati. Mentre l’invasione statunitense dell’Iraq ha portato al collasso totale dello Stato, qualsiasi frattura nella struttura del regime iraniano sotto la pressione della guerra potrebbe portare a conflitti tra fazioni o a un “caos armato” che attraverserebbe i confini a causa della natura ideologica delle sue istituzioni. L’Iraq sarebbe il “primo soccorritore” di questo shock attraverso le aree di sicurezza sovrapposte con le fazioni allineate a Teheran, col rischio di sfollamenti di massa attraverso un confine comune che supera i 1.400 km. Una minaccia che potrebbe innescare un collasso demografico ed economico superiore alle capacità dello Stato iracheno. Baghdad non si può permettere il lusso di attendere gli esiti del caos nel suo grande vicino. Vi è il rischio concreto di “balcanizzazione” della regione, uno scenario che farebbe apparire la crisi irachena del 2003 come un evento minore rispetto a ciò che potrebbe verificarsi in Medio oriente.
Professor Salloum, in conclusione quali sono i fattori di maggiore preoccupazione?
Al di là dello stallo istituzionale, ci sono tre dimensioni critiche che definiscono la situazione irachena odierna. In primo luogo, la frammentazione della sovranità: la presenza di attori non statali con poteri decisionali indipendenti complica gli sforzi di Baghdad per mantenere la neutralità, rendendo lo Stato vulnerabile a ritorsioni. In secondo luogo, il punto di svolta sociale: qualsiasi shock economico derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz non sarà solo una crisi finanziaria, ma un catalizzatore di disordini sociali di massa che potrebbero smantellare il sistema politico dall’interno. Infine, il potenziale dell’Iraq come ponte diplomatico: esiste una persistente ambizione irachena di agire da mediatore tra Iran e Occidente. Tuttavia, questo “ponte” non può essere costruito senza un governo stabile e pienamente legittimato. Senza una risoluzione politica immediata, l’Iraq rischia di essere la principale vittima di una guerra che non ha scelto.








