10/06/2009, 00.00
COREA DEL SUD
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Seoul, primo caso di eutanasia passiva. Le critiche della Chiesa cattolica

di Theresa Kim Hwa-young
I medici staccheranno la spina alla donna 75enne in coma. La decisione dei sanitari segue una sentenza emessa dalla Corte Suprema, che ha accolto la richiesta dei familiari. Leader cattolici esprimono “preoccupazione” e denunciano “ambiguità” nella sentenza del tribunale.
Seoul (AsiaNews) – Lo Yonsei Severance Hospital di Seoul eseguirà l’ordine impartito dalla Corte Suprema sud-coreana, che ha imposto la “rimozione del respiratore artificiale” che tiene in vita una donna in coma. La data verrà decisa in un secondo momento, dopo che i medici si saranno consultati con i familiari. La Chiesa cattolica sud-coreana esprime “preoccupazione” per un “degrado della vita umana” e denuncia “ambiguità” nelle motivazioni alla base della sentenza dei giudici.
 
Il 21 maggio scorso la Corte Suprema ha sancito che “va rispettata la volontà dei parenti di farla morire con dignità”. Si tratta del primo caso di “eutanasia passiva” nel Paese. Secondo i giudici, la paziente non avrebbe alcuna “ipotetica possibilità di guarigione”. La donna, 75 anni e conosciuta solo con il nome di Kim, è caduta in coma profondo nel febbraio dello scorso anno, conseguenza di un’emorragia causata da intervento di endoscopia malriuscito. All’indomani della decisione del tribunale, i parenti avevano chiesto l’immediata rimozione della spina. Oggi l’ospedale – che per mesi ha ingaggiato una battaglia legale con i familiari per mantenere in vita la donna – ha confermato che eseguirà l’ordine impartito dalla Corte.
 
Nella sentenza emessa dai giudici si spiega che Kim è “entrata in uno stadio irrevocabile” dal quale è “impossibile” prevedere una “ripresa”, aggiungendo che “la morte sarebbe imminente senza l’aiuto di un respiratore”. Un prolungamento della terapia potrebbe “ledere la dignità del paziente” ed essere contraria “alle sue volontà”.
 
Immediata la risposta della Chiesa cattolica, che denuncia “il degrado della vita umana” che viene considerata “alla stregua di un oggetto”. Mons. Gabriel Chang Bong-hun, presidente del Comitato di bioetica dei vescovi sud-coreani, manifesta “preoccupazione” per i tentativi di “usurpare il valore supremo della dignità della vita umana” e invita a “sradicare fin dalla radice” le teorie secondo le quali “l’uomo può con le proprie mani stabilire in materia di vita e di morte: una bestemmia al cospetto di Dio”.
 
Lee Hoi-chang, 74ene politico cattolico sud-coreano, sottolinea “l’ambiguità” alla base delle motivazioni che hanno portato alla sentenza. Lee, esperto di legge e più giovane giudice della Corte Suprema all’età di 46 anni, spiega che i termini fissati come “essenziali” sono lo “stadio terminale della malattia” e la “presunzione della volontà del malato”. Egli chiarisce che “la condizione di malato terminale non significano il decesso” del paziente, le cui “volontà non possono essere accertate”. Per questo “morire con dignità” significa solo “mettere fine alla vita umana” o, in altri termini, “eutanasia”.
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