10/05/2016, 14.00
ISRAELE
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Stato ebraico e Germania nazista: in Israele è polemica sulle parole del vice-capo dell’esercito

Nella “Giornata del ricordo dell’Olocausto” il gen. maggiore Golan ha parlato di tendenze nella società israeliana equiparabili alla Germania nazista. Critiche durissime del premier Netanyahu, che parla di parole “oltraggiose”. Un fronte ne chiede le dimissioni. Ma secondo gli esperti è un segno ulteriore della frattura fra militari e politica. 

Gerusalemme (AsiaNews) - Non si placa la polemica divampata attorno alle frasi pronunciate dal numero due dell’esercito, il general maggiore Yair Golan, durante le celebrazioni per lo Yom Hashoah, la “Giornata del ricordo dell’Olocausto”, il 4 maggio scorso. In un intervento al Massuah Institute, situato nel kibbutz di Tel Yitzhak, nel centro del Paese, l’alto ufficiale ha parlato di tendenze nella società israeliane equiparabili ai “processi nauseanti” della Germania nazista degli anni ’30. Parole contenute nel contesto di un discorso ben più ampio, ma che hanno fatto infuriare gran parte della classe politica e dirigente. 

Golan sembra aver voluto lanciare un avvertimento ai concittadini, sottolineando che “non c’è nulla di più facile che odiare chi è diverso, […] seminare paura e terrore, […] comportandosi come animali”.

Secondo l’alto militare, l’Olocausto deve anche richiamare l’importanza del concetto di “responsabilità” quando esso è associato alla “leadership” e deve “farci riflettere sul mondo in cui trattiamo gli stranieri, gli orfani, le vedove e chiunque è nella loro condizione”. Egli ha infine evidenziato i “processi nauseanti” che si sono verificati in Europa e in Germania “circa 70, 80 e 90 anni fa”, di cui alcuni elementi “sono visibili anche qui, fra noi, nel 2016”. 

Immediata la replica dell’establishment israeliano e dei falchi del governo, che hanno attaccato il numero due dell’esercito spingendosi a chiederne le dimissioni. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha bollato le parole dell’alto ufficiale come “oltraggiose” e “prive di fondamento”. Per il premier, il generale avrebbe “sminuito” l’Olocausto, in cui sono morti sei milioni di ebrei europei per mano dei nazisti tedeschi e dei loro complici. Fra quanti chiedono la testa di Golan vi è la ministro della Cultura e dello sport Miri Regev, secondo cui non è tollerabile che un militare sia parte di un processo di “delegittimazione ai danni di Israele”. 

Fra quanti si sono schierati a difesa del numero due dell’esercito - che il giorno successivo ha voluto “precisare” il senso delle dichiarazioni - vi è il ministro della Difesa Moshe Yaalon, che parla di critiche rivolte a destabilizzare l’apparato militare. “Gli attacchi contro il generale Golan - ha aggiunto - e le critiche sono una distorsione deliberata di quanto ha detto”. 

Lo scontro sulle parole del militare giungono in un momento di forte tensione fra Israele e Palestina e in concomitanza con il processo a carico di un soldato israeliano, accusato di aver ucciso un assalitore palestinese a terra e inerme. A questo si aggiungono le demolizioni di case di palestinesi, giovani bruciati vivi e gli assalti all'arma bianca contro obiettivi israeliani. Nelle violenze di questi ultimi mesi - originate dalle provocazioni di ebrei ultra-ortodossi per andare a pregare sulla Spianata delle moschee - sono morti oltre 220 palestinesi e 29 vittime fra gli israeliani.

Intanto editorialisti ed esperti si interrogano sulle parole del gen. maggiore Yair Golan, fornendo nuovi elementi di controversia. Secondo alcuni l’alto ufficiale è stato “coraggioso”, per altri solo uno “stupido” che ha pronunciato parole avventate. Altri ancora pensano ad un misto fra le due posizioni. Tuttavia, risulta difficile credere che egli abbia pronunciato il discorso, in quel luogo e in quella particolare data, senza valutare le conseguenze politiche del suo gesto. 

Un editorialista del quotidiano israeliano Hareetz ritiene poco probabile che il militare non considerasse il peso delle parole pronunciate, tanto più che erano “contenute in un testo scritto” e non in “un discorso a braccio”. In realtà, egli rappresenta solo “l’ultima” e la più “clamorosa” critica espressa dai capi della sicurezza e delle forze armate “contro l’attuale leadership politica” e “la direzione” in cui sta conducendo il Paese. “Non vi è alcuna gaffe” aggiunge l’editoriale del quotidiano liberal, quanto piuttosto un monito al ruolo [di Israele] in un mondo “che è cambiato”. Israele non deve più considerarsi solo “una vittima” ma “un attore”, perché oggi è “una nazione potente” capace di “condizionare” l’ambiente circostante con le proprie scelte. Per i vertici dell’esercito oggi Israele ha “l’opportunità” - considerata la debolezza dei vicini Stati arabi e l’attuale leadership palestinese - di “concludere accordi” che ne rafforzeranno la sicurezza e il futuro. Tuttavia, conclude l’editoriale, essi “vedono una leadership politica che si lascia sfuggire le opportunità per mere questioni ideologiche”. 

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