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ISRAELE - PALESTINA
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Taybeh: coloni occupano una cava nella città dei cristiani in Cisgiordania

di Dario Salvi

Gli estremisti hanno eretto una tenda e innalzato una bandiera israeliana. Le implicazioni religiose, politiche, giuridiche e simboliche degli attacchi con l’obiettivo di impossessarsi della terra. Il parroco p. Bashar: pur in circostante difficili, la comunità cristiana vuole vivere la Pasuqa “con una fede profonda”. Il messaggio di pace di patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme. 

Milano (AsiaNews) - Quest’anno la Settimana Santa e la Pasqua giungono “in circostanze molto difficili, che viviamo quotidianamente, tra operazioni militari, posti di blocco e controlli, e la paura costante dovuta ai continui attacchi dei coloni”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Bashar Fawadleh, parroco di Taybeh in Cisgiordania, villaggio di circa 1500 abitanti con tre chiese a 30 km a nord di Gerusalemme e a est di Ramallah, famoso per essere l’ultima cittadina palestinese abitata per intero da cristiani. “Ciononostante insistiamo nel vivere questo tempo - prosegue il sacerdote - con una fede profonda” e cercando di “rendere le nostre celebrazioni spiritualmente ricche, nonostante il dolore. Questi giorni ci ricordano che il cammino verso la Resurrezione passa attraverso la sofferenza, che dalla tenebra nasce la luce e la speranza dai momenti più difficili”.

Tra i residenti di Taybeh oltre 600 sono cattolici latini, mentre i restanti si distribuiscono tra greco-ortodossi e cattolici greco-melchiti. Nei mesi scorsi la zona era stata teatro di ripetuti attacchi di coloni ebraici, con case prese d’assalto e case incendiate, tanto da spingere il patriarca latino di Gerusalemme card. Pierbattista Pizzaballa e il primate greco-ortodosso Teofilo III a compiere una visita di solidarietà. Assalti e violenze che si sono ripetuti anche nell’ultimo periodo: la mattina del 19 marzo scorso, infatti, oltre 30 coloni ebraici sono entrati nel sito di una cava e di un impianto di betonaggio situati a ovest della cittadina, svolgendo rituali e preghiere talmudiche.

Nei giorni seguenti gli assalitori hanno eretto una tenda nell’area antistante la cava e innalzato una bandiera israeliana, dichiarando che non se ne sarebbero andati perché quella terra apparterrebbe a loro e impedendo agli operai di entrare e svolgere il proprio lavoro. L’occupazione è proseguita anche questa settimana a dispetto degli appelli lanciati dai leader cristiani del villaggio, che hanno invocato l’intervento delle autorità per sgomberare l’area, cacciare i coloni e proteggere gli abitanti che vivono quotidianamente sotto minaccia di attacchi. Le attività dei coloni configurano una grave escalation e una chiara violazione dei diritti di proprietà, oltre a sollevare preoccupazioni riguardo al tentativo di imporre un diverso - ancorché illegittimo - diritto di proprietà relativo ai terreni. In questa direzione si inserisce la scelta degli estremisti ebraici di issare una bandiera israeliana sopra uno dei serbatoi dell’impianto, tentativo di affermare il controllo sul sito.

Approfondendo le implicazioni dell’assalto, i leader cristiani tracciano quattro elementi di criticità: in primo luogo la dimensione religiosa e l’uso di simboli, con la preghiera che viene utilizzata come strumento per conferire legittimità religiosa a una presenza sulla terra attraverso un discorso improntato ai “diritti della Torah”. Un modo per preparare psicologicamente e politicamente il terreno per azioni successive; il secondo è politico e legato al fatto di innalzare la bandiera israeliana come affermazione esplicita di sovranità; il terzo riguarda l’ambito legale e giuridico, perché queste azioni riflettono una strategia di “fatti sul campo”, che progredisce dalla presenza simbolica all’istituzione materiale (tende, strutture temporanee) e alla legalizzazione; il quarto è simbolico, perché prendere di mira Taybeh implica minacciare una delle ultime comunità cristiane durature in Terra Santa, aumentando le preoccupazioni per l’erosione della sua presenza storica.

“Non festeggiamo perché le circostanze sono facili, ma perché crediamo che la Resurrezione - spiega p. Bashar - sia la nostra speranza e che la nostra fede ci dia la forza di andare avanti. Vivremo quindi questa Settimana Santa nella preghiera, nell’amore e nella solidarietà reciproca, sperando che questa festa porti pace e nuova resurrezione nei nostri cuori, nella nostra città e nella nostra terra”. La comunità di Taybeh osserva il calendario orientale, prosegue il parroco, partendo dalla Domenica delle Palme che cade il prossimo 5 aprile. “I gruppi parrocchiali - afferma - svolgono un ruolo essenziale nella preparazione di questa settimana e nel rendere le celebrazioni significative e ben organizzate. Ogni gruppo contribuisce in modo diverso al servizio della Chiesa e della comunità”. “Il coro prepara inni e celebrazioni liturgiche - prosegue - per aiutare i fedeli a entrare in uno spirito di preghiera e riflessione. Il gruppo giovanile aiuta ad allestire la chiesa, a organizzare le processioni e a partecipare alle preghiere e alle letture, famiglie e gruppi parrocchiali contribuiscono decorando l’edificio e preparando il necessario per le celebrazioni”. “In questo modo, la preparazione alla Settimana Santa e della Pasqua - conclude il parroco - diventano uno sforzo collettivo a cui partecipa l’intera parrocchia, e ogni persona sente di avere un ruolo e un posto in questo cammino spirituale”.

Oggi, infine, il Consiglio dei Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme ha diffuso il messaggio per la Pasqua sottolineando come “la desolazione della tomba vuota” di Gesù non sia “la fine della storia” anche se “la stessa speranza sembra averci abbandonato”. Parole che risuonano profetiche in una fase storica caratterizzata da “una nuova e devastante guerra regionale” che ha fatto ancora una volta “precipitare la Terra Santa e il Medio oriente in subbuglio”. “In linea con questa profonda verità, invitiamo fedeli e persone di buona volontà a lavorare e pregare incessantemente per il sollievo delle innumerevoli moltitudini in tutto il Medio oriente e oltre che stanno soffrendo gravemente a causa delle devastazioni di questa guerra. Allo stesso modo, facciamo appello - concludono patriarchi e capi cristiani - a loro per difendere e intercedere per una fine immediata dello spargimento di sangue e perché la giustizia e la pace prevalgano finalmente in tutta la nostra regione dilaniata dalla guerra, a partire da Gerusalemme ed estendendosi a Gaza, al Libano e a tutta la Terra Santa; agli Stati del Golfo e a Teheran; e ai confini della terra”.

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