24/05/2021, 12.40
IRAN
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Teheran, presidenziali: partita interna ai conservatori

Il 18 giugno sono in programma le tredicesime elezioni presidenziali. Favoriti l’ex presidente del Parlamento Larijani e l’ex capo della magistratura Raisi, terzo incomodo Ahmadinejad. Ma per molti iraniani disertare le urne è la sola forma di espressione possibile. In aumento povertà, corruzione e nepotismo. 

Teheran (AsiaNews/Agenzie) - Le elezioni presidenziali in Iran, in programma il 18 giugno, rappresentano una partita interna al cosiddetto fronte “conservatore”, mentre moderati (campo di appartenenza del leader uscente Hassan Rouhani) e riformisti appaiono fuori dai giochi. Analisti ed esperti concordano nel ritenere che il candidato vincitore sarà uno fra l’ex presidente del Parlamento Ali Larijani, che mostra un volto improntato al cambiamento, o il rivale ultra-conservatore ed ex capo della magistratura Ebrahim Raisi. Terzo incomodo, se sarà ammesso al voto, l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, che mantiene sempre un consenso di base nelle zone rurali del Paese. 

Per la 13ma volta dalla rivoluzione islamica del 1979, gli iraniani sono chiamati ad eleggere il presidente, che può restare in carica per un massimo di due mandati consecutivi (otto anni). Si tratta della carica più elevata a livello di potere esecutivo ed è colui il quale fornisce l’indirizzo di governo, ma la sua figura resta pur sempre secondaria rispetto al vero leader della nazione, dalla politica estera agli equilibri interni: la guida suprema, ayatollah Ali Khamenei. 

Secondo quanto prevede l’articolo 99 della Costituzione, il Consiglio dei guardiani dovrà fornire l’elenco ufficiale dei partecipanti al voto; a oggi sono 600 i cittadini - di religione musulmana (sciita) e fedeli allo Stato e alle sue leggi - che hanno presentato la loro candidatura, fra i quali 40 donne. La lista finale sarà composta però di pochi nomi. Sono quelli graditi alla leadership e molti vicini ai Pasdaran; mai sinora è stata approvata la presenza di una candidata donna. 

In termini di idee, Raisi e Larijani si contenderanno la presidenza prima di tutto sul tema economico e sulla posizione dell’Iran nello scacchiere mediorientale e nel mondo. Il primo sostiene una visione autarchica della Repubblica islamica, pronta a sfidare in ogni campo e in ogni settore l’Occidente e gli Stati Uniti. Il secondo sembra invece più favorevole alla distensione e al dialogo con i rivali storici, oltre a promuovere una economia più aperta e di mercato. Proprio nei giorni scorsi lo stesso Larijani ha proposto una apertura anche in tema di “libertà sociali” - uno spauracchio per i rivali ultraconservatori - che egli ha definito “estremamente importanti”. 

In realtà la partita elettorale sembra sempre più una lotta interna di potere fra le due fazioni vicine alla guida suprema, mentre gran parte della popolazione mostra un distacco e una disillusione crescente rispetto al voto. Per molti le elezioni parlamentari e presidenziali hanno rappresentato una scelta fra il male e il peggio, in un quadro di crescenti restrizioni con candidati preconfezionati e fedeli alla linea del Consiglio dei guardiani.

Frustrati da poteri limitati dei rappresentanti eletti, dal mancato rispetto delle promesse e dall’assenza di significativi cambiamenti nella vita dei cittadini comuni, per molti iraniani disertare le urne è la sola alternativa possibile in vista delle presidenziali di giugno. Sondaggi di opinione e dibattiti sui social media rivelano che una fetta consistente della popolazione potrebbe boicottare il voto come unica forma di protesta possibile. Fra la gente, soprattutto i giovani e nelle città, vi è grande insoddisfazione per una economia affossata dalle sanzioni Usa: poco è cambiato in questi mesi con l’ingresso alla Casa Bianca del democratico Joe Biden al posto di Donald Trump, fautore della politica di “massima pressione” verso Teheran e del ritiro dell’accordo nucleare (il Jcpoa).

La repressione della macchina statale è in aumento, come povertà, corruzione e nepotismo. Molti politici sono considerati incompetenti e, non da ultimo, vi è un clima di frustrazione per la gestione (fallimentare) della pandemia di Covid-19, in cui l’Iran è fra le nazioni del Medio oriente con il maggior numero di casi e vittime.

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