27/11/2023, 12.59
IRAN
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Teheran impicca per omicidio un minorenne, per i media ufficiali ha 18 anni

Il giovane di 17 anni (e solo 16 e nove mesi al momento del presunto crimine) è stato giustiziato il 24 novembre scorso nel carcere di Sabzevar. Una esecuzione che viola la convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. La confessione “forzata” trasmessa in televisione. A Teheran “donne in chador e uomini con macchine fotografiche in mano” per controllare il rispetto delle norme sull’hijab.

Teheran (AsiaNews) - Teheran ha giustiziato un giovane di soli 17 anni, condannato a morte per omicidio in una vicenda dai contorni giudiziari poco trasparenti. A darne notizia sono i gruppi attivisti pro diritti umani Hengaw e Iran Human Rights (Ihr), secondo i quali il giovane Hamidreza Azari - minore di età all’epoca dei fatti e al momento della sua esecuzione, avvenuta il 24 novembre scorso - è stato ucciso per impiccagione nella prigione di Sabzevar, nella provincia di Khorasan-e Razavi nel nord-est dell’Iran, nei pressi del confine con il Turkmenistan. 

Testimoni locali riferiscono che il giovane aveva solo 16 anni quando, nel maggio scorso, avrebbe ucciso un uomo nel corso di una rissa. Per questo, spiegano i movimenti attivisti, l’esecuzione costituisce una nuova violazione dei diritti umani e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia da parte della Repubblica islamica, che definisce minore qualsiasi persona di età inferiore ai 18 anni. 

Secondo una fonte Hamidreza Azari era nato il primo agosto del 2006, quindi al momento del reato di cui è stato accusato (e condannato alla pena capitale) aveva circa 16 anni e nove mesi. A questo si aggiunge il fatto che nella confessione “forzata” trasmessa in un secondo momento in televisione e nella notizia diffusa sui canali e media filogovernativi, l’età indicata dell’omicida era di 18 anni. Una palese menzogna, per “coprire” l’ennesima esecuzione di una vittima minorenne come già avvenuto in passato. E un tentativo deliberato di eludere le responsabilità per aver violato le leggi internazionali che vietano esplicitamente il ricorso alla pena di morte contro i minori autori di reati.

“L’Iran è uno dei pochi Paesi - sottolinea in una nota Ihr - che condanna a morte i bambini e giustizia più minorenni di qualsiasi altra nazione al mondo”, aggiungendo che, secondo gli ultimi dati, almeno 68 minorenni sono stati giustiziati nella Repubblica islamica dal 2010. Secondo Teheran “bisogna avere 18 anni per ottenere la patente di guida, ma basta avere 15 anni per essere giustiziati” ha aggiunto il direttore del gruppo Mahmood-Amiry Moghaddam.

Esclusa la Cina, di cui non si hanno statistiche ufficiali, il 90% circa delle condanne a morte eseguite nel mondo vengono compiute da Iran, Arabia Saudita ed Egitto. Secondo Ihr, quest’anno in Iran sono state giustiziate almeno 684 persone, soprattutto per reati di traffico di droga e all’omicidio. Il giorno precedente, 23 novembre, Teheran aveva giustiziato un ventenne, ottava persona a essere impiccata in una vicenda legata al massiccio movimento di protesta innescato dalla morte di Mahsa Amini, uccisa sotto custodia della polizia nel settembre dello scorso anno. 

E in tema di velo obbligatorio (proprio per non aver osservato le regole in tema di hijab era stata fermata la 22enne curda dalla polizia della morale), attivisti e semplici cittadini della Repubblica islamica riferiscono di una ulteriore stretta nei controlli. Alle stazioni della metropolitana e in altri spazi pubblici - tra cui piazze affollate, parchi e campus universitari - si vedono “donne in chador e uomini con macchine fotografiche in mano” per segnalare quante non osservano la norma. 

A fronte di una nuova ondata di proteste e malcontento, le autorità parlano di “gruppi spontanei di persone che trattano gli altri con buone maniere e rispetto”. Un articolo del quotidiano filo-governativo Hamshahri descrive le azioni degli addetti all’hijab agli ingressi della metropolitana come “semplici e gentili richiami” di persone che operano “nell’ambito della legge”. Tuttavia, molti cittadini, in particolare le studentesse, si lamentano del duro trattamento ricevuto. 

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