24/01/2024, 11.27
IRAN
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Teheran: detenute in sciopero della fame per protesta contro la pena di morte

Fra le promotrici la Nobel per la pace Narges Mohammadi. Una risposta alle decine di esecuzioni, fra cui quella di Mohammad Ghobadlou: un giovane con disturbi mentali, condannato nel novero delle proteste per l’uccisione di Mahsa Amini. Il Consiglio dei guardiani della Rivoluzione esclude il riformista Rouhani dalla corsa per un posto nell’Assemblea degli esperti. 

Teheran (AsiaNews) - Con un atto di sfida - e di resistenza - verso i vertici della Repubblica islamica e il ricorso sempre più frequente alla pena di morte, decine di detenute politiche, attiviste e intellettuali iraniane rinchiuse nel famigerato carcere di Evin, a Teheran, lanciano uno sciopero della fame. L’inizio è previsto per domani, riguarda almeno 61 prigioniere - ma altre potrebbero aggiungersi nei prossimi giorni  - ed è legato all’ultimo episodio di detenuto giustiziato: la protesta è infatti motivata dall’esecuzione in questi giorni di Mohammad Ghobadlou, giovane con problemi mentali condannato alla pena capitale nel novero delle proteste per la morte di Mahsa Amini. A questo si aggiunge la condizione di centinaia di altri detenuti nel braccio della morte, in un quadro di ricorso crescente al boia da parte degli ayatollah. 

Fra quante hanno aderito alla protesta vi è la Nobel per la pace Narges Mohammadi, che ha condiviso e rilanciato il messaggio delle detenute sui social: “Le donne imprigionate - spiega il comunicato - resisteranno per mantenere vivi i nomi dei giustiziati e risparmiare le vite delle centinaia di persone in attesa di esecuzione nelle carceri della Repubblica Islamica”. Oggi l’agenzia di stampa Mizan, affiliata alla magistratura, ha annunciato l’esecuzione avvenuta ieri di Ghobadlou, condannato alla pena capitale nel 2022 per aver (almeno secondo l’accusa) ucciso un poliziotto durante le proteste di piazza. Per gruppi attivisti e pro-diritti la pena capitale è una palese violazione degli standard internazionali e delle stesse leggi iraniane: la madre Maasumeh Ahmadi spiega che soffriva di disturbo bipolare e aveva sospeso da mesi le terapie, ma questo non è bastato a fermare il boia nonostante una sentenza di “sospensione” della condanna. Egli era stato accusato di “corruzione sulla terra” per aver partecipato ad una imponente azione contro gli agenti di polizia investendo con l’auto e uccidendo il sergente maggiore Farid Karampour Hasanvand.

Ghobadlou è l’undicesima persona - stando almeno alle statistiche ufficiali - giustiziata in Iran in relazione alle proteste di massa che hanno incendiato la Repubblica islamica fra fine settembre e dicembre 2022, in seguito alla morte di Mahsa Amini. Una rivolta di popolo con centinaia di migliaia di persone in piazza a invocare giustizia al grido di “donna, vita e libertà”. Un movimento spontaneo, nato all’indomani dell’uccisione per mano della polizia della morale della 22enne curda (minoranza da tempo nel mirino degli ayatollah) fermata all’uscita di una metro di Teheran perché non indossava correttamente l’hijab, il velo obbligatorio. Nel 2023 l’ong pro diritti umani Iran Human Rights, con base a Oslo, ha registrato un numero record di 604 esecuzioni capitali, mentre per l’anno appena iniziato il gruppo ha già documentato oltre 50 casi di ricorso al boia.

Di questi giorni è anche la notizia dell’esecuzione di un giovane curdo, minoranza da tempo nel mirino delle autorità che ricorrono alla pena di morte con accuse pretestuose. Ad essere giustiziato, 14 anni dopo il suo arresto, è Farhad Salimi, originario di Saqqez, nell’ovest del’Iran. Secondo quanto riferisce l’ong attivista Hengaw l’esecuzione è avvenuta ieri nel carcere di Ghezelhesar di Karaj, vicino Teheran. La famiglia era stata convocata il 22 gennaio per un’ultima visita, ma rispedita a casa e chiamata di nuovo per il giorno successivo; al loro arrivo in prigione hanno scoperto che l’esecuzione era già stata portata a termine. Egli era parte di un gruppo di sette, di cui tre già finiti fra le mani del boia e altri tre che rischiano analoga sorte, arrestati fra dicembre 2009 e gennaio 2010 nella provincia dell’Azerbaigian occidentale e accusati di appartenere a “gruppi salafiti”, imputazione che hanno sempre respinto denunciando “confessioni” estorte con la tortura. 

In questi anni movimenti internazionali e gruppi attivisti hanno più volte accusato il regime di ricorrere alla pena di morte come strumento per reprimere ogni forma di dissenso, come avvenuto nel caso della Amini o per accuse (pretestuose) di “spionaggio” pro-Israele. Nella classifica delle nazioni che più ricorrono al boia la Repubblica islamica è seconda dietro solo alla Cina che, da tempo, non diffonde statistiche ufficiali sulle esecuzioni. Inoltre, quasi 20mila persone - anche minorenni - sono state arrestate in relazione alle proteste del 2022 come parte di una violenta repressione governativa, cui se ne aggiungono almeno 516 persone uccise dalle forze di sicurezza durante i primi quattro mesi della rivolta. 

Oggi, intanto, il Consiglio dei guardiani della Costituzione ha escluso - con una mossa sorprendente ma non inaspettata - l’ex presidente Hassan Rouhani dalla corsa ad un posto nell’Assemblea degli esperti, infliggendo un durissimo colpo alle forze moderate e centriste del Paese. L’organismo composto da 88 membri, infatti, pur avendo perso parte dei suoi poteri nel corso del tempo resta fondamentale nella scelta della guida suprema. Considerando che il grande ayatollah Ali Khamenei ha 84 anni, non è improbabile ipotizzarne la morte o le dimissioni che porteranno l’assemblea - votata a marzo e in carica otto anni - a scegliere il nuovo leader della Rivoluzione islamica dopo Ruhollah Khomeini e lo stesso Khamenei. 

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