09/11/2022, 11.49
IRAN
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Teheran imprigiona gli avvocati, anche i legali di convertiti cristiani

Oltre 30 sono finiti agli arresti, tre di essi avevano difeso neo-convertiti dall’islam. Le due giornaliste che hanno raccontato per prime la tragedia di Mahsa Amini rischiano cinque anni di prigione. Finora la repressione degli ayatollah ha causato 321 morti (fra cui 50 bambini) e quasi 15mila fermi. 

Teheran (AsiaNews) - Gli avvocati sono l’ultima categoria dopo studenti, attivisti e giornalisti, a finire nel mirino della repressione degli ayatollah in risposta all’imponente ondata di proteste innescata dall’uccisione della 22enne curda Mahsa Amini per mano della polizia della morale. Nelle scorse settimane oltre 30 legali, fra i quali ve ne sono almeno tre impegnati nella difesa di imputati cristiani arrestati per essersi convertiti dall’islam, sono finiti in prigione mentre altre migliaia di persone fermate in questi ultimi due mesi sono in attesa di processo. Intanto oltre 200 parlamentari chiedono pene durissime per i manifestanti, anche la pena di morte.

Hossein Ahmadiniaz, attivista iraniano oggi nei Paesi Bassi, racconta ad Article18 che molti degli avvocati arrestati sono personalità di primo piano, alcuni dei quali hanno offerto assistenza legale gratuita ai manifestanti. Essi hanno anche invocato una “commissione per la tutela dei diritti dei detenuti, incluso l’accesso all’assistenza legale”. Per 43 anni, prosegue, la Repubblica islamica si è sempre mostrata “ostile” verso l’ordine degli avvocati e “a centinaia sono stati arrestati in modo arbitrario, torturati o costretti ad abbandonare l’Iran”.

Fra questi ve ne sono anche tre che hanno difeso imputati cristiani in processi per “conversione illegale” (nella foto): Bahar Sahraian, Mustafa Nili e Babak Paknia. Il primo ha avuto fra i suoi assistiti la coppia formata da Sam Khosravi e Maryam Fallahi, la cui figlia adottiva Lydia è stata tolta dalla loro cura dietro ingiunzione di un tribunale perché si erano convertiti al cristianesimo, mentre la bambina era considerata musulmana per nascita. E ancora, Sara Ahmadi e Homayoun Zhaveh, condannati a 10 anni e tuttora in cella nel carcere di Evin a dispetto di una condizione di salute precaria, con il 64enne che soffre di Parkinson ad uno stadio avanzato.

Solo la scorsa settimana Mustafa Nili aveva difeso tre convertiti, già in prigione per una condanna a cinque anni: Ahmad Sarparast, Morteza Mashoodkari e Ayoob Poor-Rezazadeh. Babak Paknia, collega di Mustafa, ha più volte difeso in passato cristiani a processo e ha sostenuto la campagna a favore del collega Iman Soleimani, nel mirino delle autorità per il suo attivismo pro-diritti. 

Dalle ultime informazioni sei degli avvocati fermati, fra i quali Paknia, sono stati rilasciati dietro versamento di una cauzione. Tuttavia, la grande maggioranza resta in custodia cautelare. Questa e altre vicende di gravi violazioni hanno spinto 40 avvocati di origine iraniana, ma che vivono all’estero, a sottoscrivere una lettera aperta dai toni durissimi contro la magistratura. Da istituzione preposta “alla tutela dei diritti dei cittadini” essa si è trasformata in forza “dispotica” e “corrotta”, che sfrutta “false accuse” relative alla “sicurezza” per perpetrare abusi e violazioni. 

Intanto la procura ha incriminato le giornaliste Niloufar Hamedi e Elaheh Mohammadi - fra le prime ad aver raccontato la morte di Mahsa Amini e le prime proteste durante i funerali - per “collusione”, atti contrari alla sicurezza nazionale e propaganda contraria all’Iran. La sentenza è attesa per i prossimi giorni e non è ancora chiaro, al momento, se l’udienza si terrà a porte chiuse; al contempo appare probabile la condanna, che per capi di imputazione simili prevede pene sino a cinque anni.

La dura repressione degli ayatollah non serve a fermare le proteste popolari, le più imponenti dalla rivoluzione islamica del 1979, che hanno registrato sinora la morte di 321 manifestanti, fra i quali anche 50 bambini (fonti Human Rights Activists News Agency, Hrana). Le persone arrestate sarebbero quasi 15mila, mentre in queste ore alcuni movimenti universitari hanno invocato una giornata della memoria per ricordare le vittime della repressione. 

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