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TIBET - CINA
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Tibetani al voto per eleggere il 18mo Parlamento in esilio. La condanna di Pechino

Dall’India all’Australia, gli espatriati in 27 nazioni al mondo hanno votato per i 45 membri della Camera a fronte di 93 candidature. Gli elettori sono poco più di 91mila. Il Parlamento di durata quinquennale, con sede a Dharamsala, funge da organo rappresentativo per i circa 150mila tibetani nel mondo. I giovani chiedono maggiore attenzione al futuro della comunità. 

Dharamsala (AsiaNews) - I tibetani all’estero, fra cui gli esuli in India e altre nazioni della diaspora come Stati Uniti, Canada, Australia ed Europa, hanno votato ieri nella seconda fase della tornata elettorale per scegliere i membri del 18mo Parlamento tibetano in esilio, coi risultati attesi per il 13 maggio prossimo. Condannate dalla Cina - che considera la regione parte del proprio territorio e il Dalai Lama non un leader spirituale ma un capo separatista - le elezioni hanno riguardato espatriati che vivono in 27 nazioni diverse nel mondo. In India migliaia di persone si sono presentate ai seggi elettorali in tutto lo Stato settentrionale dell’Himachal Pradesh, compresi i distretti di Kullu, Kangra e Mandi dove risiede la comunità.

A Dharamsala - la sede del governo in esilio - centinaia di tibetani hanno iniziato a fare la fila nei seggi allestiti a McLeod Ganj sin dalle prime ore della mattina, per esprimere la loro preferenza. Un totale di 93 candidati sono in competizione per la Camera uninominale composta da 45 membri, che comprende 10 rappresentanti ciascuno delle tre province tradizionali del Tibet: Domey, Dotoe e Utsang. Due membri rappresentano ciascuno le quattro scuole del buddismo tibetano e due membri rappresentano la religione pre-buddista Bon.

I restanti cinque membri provengono dalle comunità tibetane del mondo: in particolare, due provengono dal Nord America e altri due dall’Europa, cui si somma uno dalla comunità dell’Australia. La Commissione elettorale dell’Amministrazione Tibetana Centrale (Cta) - il massimo organo politico e amministrativo formato dai tibetani in esilio - ha pubblicato la lista dei candidati finali il 18 marzo scorso.

Secondo la Commissione elettorale, un totale di 91.042 elettori, tra cui 56.749 provenienti da India, Nepal e Bhutan e 34.293 dalle altri nazioni nel mondo estero, si sono registrati per queste elezioni, il cui esito dovrebbe essere annunciato il prossimo 13 maggio. La prima fase delle elezioni è stata condotta il Primo febbraio Scorso e la Commissione elettorale il 13 febbraio ha dichiarato l’attuale Sikyong (presidente e leader politico della Cta) Penpa Tsering in carica dal 27 maggio 2021 eletto per un secondo mandato. Tsering ha vinto dopo aver ottenuto il 61% delle preferenze. Secondo le regole della Commissione elettorale tibetana, un candidato è considerato un vincitore se si assicura più del 60% del totale dei voti nella prima fase, eliminando la necessità di ulteriori consultazioni.

Secondo Tenzin Tsundue, un attivista e scrittore tibetano per la libertà e i diritti, è “un’impresa rara” per una comunità in esilio riuscire a svolgere regolarmente il voto, definito un “esercizio democratico”. Egli aggiunge che condurre elezioni libere ed eque è sempre stato impegnativo, perché la comunità tibetana dipende dai Paesi ospitanti. Questo non è possibile senza il sostegno del governo e del popolo indiano, che permettono “il regolare svolgimento del voto parlamentare e presidenziale ogni cinque anni”. “Inoltre, la nostra democrazia è la nostra migliore risposta alla Cina. La Cina - conclude l’esperto . può avere il suo Pil, il commercio globale e le armi nucleari, ma la gente della Cina non esercita una cosa che abbiamo noi: la democrazia. Abbiamo sviluppato solide istituzioni democratiche in esilio. E loro possono imparare da noi”.

Il Parlamento della durata quinquennale, con sede a Dharamsala, nel nord dell’India, funge da organo rappresentativo per i circa 150mila tibetani nel mondo. Gli elettori in esilio rappresentano solo una minima parte della popolazione di etnia tibetana, che la Cta stima in sei milioni, contro gli oltre sette milioni censiti dalla Cina nel 2020. Le elezioni tenutesi ieri hanno assunto un significato ancora più importante, poiché i tibetani si preparano ad affrontare un futuro inevitabile, in cui dovranno fare a meno del loro venerato leader spirituale, il Dalai Lama e preparare la successione a Tenzin Gyatso vincendo l’opposizione cinese.

Il 90enne leader che risiede in India da quando è fuggito dalla capitale tibetana Lhasa dopo che le truppe cinesi hanno represso una rivolta nel 1959, insiste nel dire che gli restano ancora molti anni da vivere. Ciononostante, anche i sostenitori e fedelissimi del Nobel per la pace sono ben consapevoli che la Cina comunista, che si dichiara atea, vorrà imporre il proprio controllo e pilotarne la scelta, a dispetto delle indicazioni che emergeranno dalla sede indiana. I buddisti tibetani credono che egli sia la 14ª reincarnazione di un leader spirituale nato nel 1391.

Pechino, che nel oltre 75 anni fa ha inviato truppe sul vasto altopiano che considera parte integrante della Cina, ha condannato le elezioni come una “farsa”. Il suo ministero degli Esteri definisce il governo in esilio una “organizzazione illegale che viola completamente la Costituzione e le leggi cinesi”. Una posizione ben diversa da quella dei tibetani che si sono recati alle urne: “I nostri voti contano” ha affermato Tenzin Tsering, 19 anni, prima volta alle urne con la richiesta di una maggiore rappresentanza giovanile. “Abbiamo bisogno di voci che riflettano dove sta andando la nostra comunità, non solo dove è stata” ha aggiunto, parlando a Bylakuppe, nello stato meridionale indiano del Karnataka, una delle più grandi comunità tibetane al di fuori dell’altopiano himalayano.

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