06/05/2010, 00.00
ISRAELE-PALESTINA-USA
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Tra schermaglie e distinguo, al via i “colloqui indiretti” tra israeliani e palestinesi

Le parti, finora, non sono d’accordo su nulla. Netanyahu vuole che si parli di sicurezza e “Stato ebraico”, Abbas di confini, Gerusalemme est e rifugiati. Ma per il Dipartimento di Stato il lungo colloquio tra Mitchell e il premier israeliano è stato “buono e produttivo”.
Gerusalemme (AsiaNews) – Non sono d’accordo neanche sul fatto che la mediazione, i “colloqui indiretti” sono cominciati. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu considera un inizio il lungo colloquio (nella foto) di ieri con l’inviato americano Gordon Mithell; il presidente palestinese Mahmoud Abbas dice che prima di poter dare il suo via ufficiale deve avere il via libera dei leader politici del suo governo.
 
Forse solo schermaglie. Ma non c’è accordo neppure sulla materia: Netanyahu vuole che innanzi tutto si discuta di sicurezza e del riconoscimento di Israele come “Stato ebraico”, Abbas che si parli di confini, Gerusalemme est e rifugiati. “I negoziati – ha detto il presidente dell’Anp, dopo un incontro ad Amman con il re di Giordania - debbono essere centrati sulla questione finale e non c’è necessità di entrare in dettagli e problemi secondari, perché abbiamo avuto abbastanza di questo nei passati negoziati”.
 
Ciò malgrado, il portavoce del Dipartimento di Stato americano, P.J. Crowley, ha definito “buono e produttivo” l’incontro con il premier israeliano. E il Jerusalem Post, in un quadro pessimistico, vede un fatto positivo nella durata del colloquio – tre ore – tra il premier israeliano e l’inviato americano, quasi il triplo rispetto al passato.
 
In questo quadro Mitchell si prepara a continuare il suo vai e vieni tra Gerusalemme e Ramallah. Una mezz’ora di automobile, sessanta anni di contrasti. Una missione alla quale Abbas ha dato una scadenza: quattro mesi. Poi tornerà a consultarsi con la Lega araba sull’utilità di andare avanti, visto che, seppure non formalmente, la Lega appoggia il tentativo di Obama di riportare al tavolo delle trattative dirette i due contendenti.
 
Missione difficile. Una voce “neutrale”, il Washington Post, ritiene “improbabile” che il governo di destra di Netanyau “accetti alcune delle condizioni che sarebbero necessarie per la pace, come la sovranità palestinese su una parte di Gerusalemme”. “L’amministrazione Obama – prosegue il quotidiano – dovrebbe riconoscere che smussare la pressione su Israele non produrrà un accordo in Medio Oriente. L’amministrazione deve invece premere metodicamente su entrambe le parti perché negozino seriamente”.
 
In Israele, Haaretz dà voce al fronte liberal e in un editoriale scrive che “se il governo vuole davvero mettere fine al conflitto deve trovare una strada per accelerare i negoziati e ristabilire in essi la fiducia dei vicini palestinesi”. Netanyahu “deve onorare gli impegni presi dal suo predecessore, Ehud Olmert, alla conferenza di Annapolis e continuare nella discussione pratica su tutte le questioni centrali, soprattutto i confini permanenti, Gerusalemme e i rifugiati”. “I colloqui indiretti – sostiene il quotidiano – non sono le telefonate dei programmi che chiedono risposte agli ascoltatori. E’ passato il tempo per l’Autorità palestinese e anche per il governo americano di danzare alla musica di Israele. E’ giunto il momento per coloro che prendono le decisioni di rendersi conto che il tempo lavora contro l’unico Stato ebraico democratico del mondo. Netanyahu e i suoi consiglieri decidano di abbandonare le tattiche dilatorie e di spendere le loro energie per avanzare nella soluzione di due Stati per due popoli”.
 
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