Da Pechino a Manila i contraccolpi del blitz Usa contro Maduro
La Repubblica popolare cinese invoca per il Venezuela "il diritto internazionale e la Carta dell'Onu" (che non rispetta nel Mar Cinese Meridionale), mentre Xi Jinping chiede al presidente sud-coreano Lee di compiere "le scelte strategiche giuste". La preoccupazione dell'ex ministro della Difesa giapponese su possibile effetto domino a Taiwan. La prudenza di Delhi che vuole tenere aperta una porta con Trump sui dazi.
Milano (AsiaNews) - Fin dalle prime notizie sul blitz di Caracas, Pechino ha chiesto il rilascio immediato di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores, appellandosi al diritto internazionale e alla Carta dell’Onu. E - in aperta contrapposizione con il nuovo interventismo dell’amministrazione Trump - oggi rivendica con i Paesi dell’America Latina “interazioni e collaborazioni basate sui principi di uguaglianza e di reciproco vantaggio”. Vista dall’Asia, però, la crisi aperta nella notte del 3 gennaio dai raid americani in Venezuela non tocca solo la questione del petrolio e degli altri interessi economici e geopolitici della Repubblica popolare cinese nell’emisfero sud del continente americano. Nelle capitali dell’Asia-Pacifico si discute molto in queste ore anche dei possibili contraccolpi all’interno della regione, a partire dalla sempre caldissima situazione del Mar Cinese Meridionale.
Proprio oggi a Pechino era atteso un ospite chiave, il presidente sud-coreano Lee Yae Myung, alla prima visita in Cina di un leader di Seoul da sei anni a questa parte. E Xi Jinping, pur non citando espressamente la vicenda del Venezuela, non ha mancato di esortare il suo interlocutore a compiere “le scelte strategiche giuste”, mentre “il mondo sta attraversando cambiamenti accelerati mai visti in un secolo, e la situazione internazionale sta diventando più complessa e turbolenta”.
Ieri era stato il ministro degli Esteri Wang Yi, incontrando il suo omologo pakistano, a stigmatizzare il raid Usa: “Non abbiamo mai creduto – aveva detto il diplomatico di lungo corso di Pechino - che un qualsiasi Paese possa agire come poliziotto del mondo, né accettiamo che una nazione possa arrogarsi il ruolo di giudice del mondo”. E oggi nella consueta conferenza stampa quotidiana il portavoce Lin Jian ha dichiarato che la Cina “sostiene il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nella convocazione di una riunione d’emergenza” sulla situazione e “sostiene il Consiglio nello svolgimento del ruolo che gli compete in base al suo mandato”. “Siamo pronti a collaborare con la comunità internazionale - ha aggiunto - per difendere con fermezza la Carta delle Nazioni Unite, i principi fondamentali della giustizia internazionale e l’equità internazionale”. Quanto agli interessi economici della Cina in Venezuela - dai rifornimenti di petrolio alle ampie quote del debito nelle mani di Pechino - Lin Jian ha dichiarato che “gli interessi legittimi della Cina nel Paese saranno tutelati conformemente alla legge”.
Le notizie dal Venezuela sono seguite con particolare attenzione anche a Taiwan: ieri il ministero degli Esteri di Taipei ha dichiarato di monitorare attentamente gli sviluppi della situazione a Caracas e che continuerà a cooperare con gli alleati democratici “per la sicurezza, la stabilità e la prosperità regionali e globali”. Ma proprio tra gli alleati di Washington in Asia il timore di possibili contraccolpi sui Taiwan è alto. L’imbarazzo è forte, per esempio, a Tokyo che proprio in queste ultime settimane si è trovata a fronteggiare (con ben poco sostegno dall’amministrazione Trump) le forti critiche di Pechino per le dichiarazioni della premier Takaichi secondo cui un’azione militare della Cina a Taipei sarebbe una minaccia alla sicurezza anche per il Giappone.
“L’invasione del Venezuela da parte dell’amministrazione statunitense è essa stessa un ‘cambiamento dello status quo con la forza’ e contraddice le basi su cui vengono condannate Cina e Russia - scriveva ieri in un post Itsunori Onodera, esponente del Partito Liberal Democratico ed ex ministro della Difesa -. Se, ad esempio, la Cina tentasse di modificare lo status quo con la forza contro Taiwan, sarebbe difficile per l’amministrazione Trump unire l’opinione pubblica internazionale, anche qualora gli Stati Uniti si opponessero con forza. Vi sono preoccupazioni che l’Asia orientale possa diventare sempre più instabile”.
Le stesse Filippine - i cui pescatori devono fare i conti quotidianamente con le rivendicazioni arbitrarie della Repubblica popolare cinese sull’estensione delle proprie acque territoriali – esprimono “preoccupazione” per l’evoluzione degli eventi in Venezuela “e il loro conseguente impatto sulla pace e la stabilità nella regione, nonché sull’ordine internazionale basato sulle regole”, si legge in una nota del ministero degli Esteri. “Pur riconoscendo le considerazioni di sicurezza avanzate dagli Stati Uniti, le Filippine ribadiscono i pertinenti principi del diritto internazionale, tra cui l’indipendenza e l’uguaglianza sovrana degli Stati, la risoluzione pacifica delle controversie, il divieto della minaccia o dell’uso della forza e la non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani”.
Estremamente prudente, invece, la reazione di Delhi: “L’India - si legge in una nota del ministero degli Esteri - ribadisce il proprio sostegno al benessere e alla sicurezza del popolo venezuelano. Invitiamo tutte le parti interessate ad affrontare le questioni in modo pacifico attraverso il dialogo, garantendo la pace e la stabilità della regione”. Toni molto diversi rispetto alle aperte condanne di Washington giunte da tutti gli altri Paesi dei BRICS. E che confermano quanto, nonostante le divergenze dell’ultimo anno, Modi voglia comunque tenersi almeno una porta aperta per trattare sulla questione irrisolta dei dazi imposti dall’amministrazione Trump.





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