Vince Russia Unita: Putin come e più di Brezhnev
Le elezioni nazionali di domenica 7 dicembre mostrano una decisa vittoria del partito "Russia Unita" del presidente Putin con il 37,1%. Seguono i comunisti con il 12,7 e gli ultra-nazionalisti di Vladimir Zhirinovskij con l'11,6%. L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa ha dichiarato che il governo russo ha manovrato fondi e media per dominare le elezioni. Anche gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per il modo in cui si sono svolte le elezioni. Offriamo qui un commento del nostro esperto.
Mosca (AsiaNews) - La vittoria del partito di Vladimir Putin alle elezioni nazionali è il trionfo dello spirito della Grande Russia, erede degli zar e dei segretari del PCUS; è il trionfo della Russia millenaria di Ivan il Terribile, di Pietro il Grande e di Stalin.
Ora il Patriarca di Mosca, Aleksij II, potrà essere finalmente soddisfatto: non c'è più un deputato "non ortodosso" nel nuovo parlamento russo. Tutti i partiti con i loro leader sono convinti sostenitori della politica filonazionalista: il che equivale a una professione di fede. In Russia non si può essere nazionalisti senza sostenere in modo attivo la Chiesa Ortodossa nella sua strenua difesa da ogni influsso occidentale; non si può essere patrioti e leader politici senza farsi fotografare con il cero acceso davanti all'icona, magari accanto allo stesso Patriarca, o almeno al fianco di uno dei metropoliti con l'alto cilindro bianco velato, la fluente barba candida di stile monastico, i medaglioni pettorali. Dopo quasi 15 anni dalla caduta del comunismo, dopo 3 anni dall'ascesa di Vladimir Putin al potere supremo, questa è la Russia di oggi.
. I partiti anche solo vagamente filo-occidentali, in senso ideologico o in senso economico-progettuale, in qualche modo eredi del dissenso politico e filosofico-religioso, sono totalmente scomparsi dalla Duma federale.
A dire il vero, i dissidenti dell'epoca sovietica non hanno mai avuto una vera rappresentanza politica, non sono riusciti neanche per un momento ad assumere un ruolo significativo nella guida del paese. Il dissenso, vale a dire l'opposizione eroica, romantica, democratica e liberale al mostro comunista, è stato sepolto nel dicembre 1990, insieme al suo ultimo eroe Vladimir Sakharov. Da allora è partita la grande epopea del riciclaggio post-sovietico, che ha portato al paradosso attuale di una Duma 2003-2007 formata
a) da ex-comunisti (o comunque da personaggi in tutto eredi del comunismo), che nello stesso tempo sono
b) ferventi discepoli della Chiesa Ortodossa (l'unica istituzione rimasta in piedi del periodo comunista) e contemporaneamente sono
c) quasi tutti esponenti della nuova borghesia arricchita della Russia neocapitalista.
Capitalista, nazionalista (ex-comunista), ortodosso: ecco il nuovo deputato russo, fedele al presidente, separato dal popolo, ormai deluso dalla politica e dedito alla sopravvivenza quotidiana.
A chi il merito di questo cambiamento gattopardesco? Non tanto a Vladimir Putin, il non-personaggio più potente della storia russa, l'uomo buono per tutte le stagioni, funzionario sovietico passato dalla segreteria del campione democratico Sobchak, poi servitore del carismatico ondivago Eltsin, infine castigatore dei ceceni e degli oligarchi nella Russia del terzo millennio. Putin è solo la sublimazione del potere anonimo e occulto, del professionismo nel controllo delle coscienze, dell'agenzia sostitutiva dell'inutile libertà individuale. Un potere che in Russia non ha un nome, ma solo sigle: Oprichina, Okhrana, CeKa, NKVD, GPU, KGB, SFB. Gli storici tentano delle spiegazioni, ma per l'uomo della strada di Mosca, o San Pietroburgo o Vladivostok, non servono spiegazioni: è semplicemente vlast', il potere per eccellenza, il meccanismo di chi controlla la società e la persona. È la fonte di ogni decisione, che rende le votazioni e le elezioni un puro spettacolo, una festa popolare.
Al tempo di Stalin (ma anche di Brezhnev, Khruschov e via dicendo) le elezioni erano infatti l'occasione per bere e mangiare a sbafo, aggiungendo un bicchiere e una fetta di salame alla dose stabilita dalle norme vigenti. La differenza con oggi sta solo nel numero di bicchieri e nella varietà dei prodotti, ma l'effetto è sostanzialmente analogo. I comunisti di un tempo vincevano con l'80-90% dei voti; Putin vince con il 37%, ma con 222 deputati su 450 e con la certezza che (almeno) altri 100 voteranno per lui, altri 70 lo faranno dietro qualche lieve pressione, gli altri si asterranno e (forse) una ventina voteranno contro. Gli osservatori occidentali hanno potuto soltanto rilasciare dichiarazioni esterrefatte, molto adatte alla realtà russa: "sono state elezioni libere, ma ingiuste". È proprio così: molti sono andati a votare solo per evitare che i bollettini non compilati venissero automaticamente riempiti (i brogli elettorali sono talmente naturali da queste parti), e hanno comunque votato in modo da favorire la vittoria di Putin e del suo partito, la "Russia unita", il partito del potere, il più filo-occidentale (!) tra i partiti nazionalisti di massa.
Il presidente ha subito rassicurato gli animi. Non contento di avere in mano tutte le leve del potere, ha offerto un posto di lavoro ai membri dei partiti che non hanno ottenuto seggi, sicuro del loro "desiderio di servire il paese"; ha dichiarato di voler cambiare la Costituzione (come accadeva quasi ad ogni elezione nel periodo comunista), soprattutto per quanto riguarda il mandato presidenziale. Egli ha detto che porterà tale mandato da quattro a sette anni. In questo modo con la matematica di 3+7+7 eguaglierà e perfino supererà Brezhnev. Tutto questo viene definito con la nuova parola d'ordine, ukreplenie, cioè il rafforzamento della democrazia. dopo la perestrojka gorbacioviana, ukreplenie è la nuova parola magica, basata sull'ideale della forza tranquilla di una nuova Russia, di nuovo finalmente "unita".
30/05/2020 08:09
31/07/2018 08:12





