20/04/2026, 13.29
ISRAELE - LIBANO
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Yisca Harani: 'Aiutiamo un ospedale maronita dopo la profanazione del Cristo a Debel'

di Dario Salvi

L’attivista israeliana da anni in prima linea a Gerusalemme contro l'intolleranza religiosa commenta il gesto di un soldato Idf che, nel sud del Libano, ha divelto e colpito una croce. Le scuse dei vertici militari e del ministro degli Esteri. "Serve educazione anche in ambito religioso". L’auspicio di una condanna esemplare.

Milano (AsiaNews) - La profanazione di una statua di Cristo avvenuta ieri nel sud del Libano per mano di un soldato israeliano rappresenta “uno degli atti più violenti” in tema di libertà religiosa. E come risposta non bastano le parole. "Dobbiamo fare qualcosa a favore della popolazione locale di quell’area". È quanto racconta ad AsiaNews l’attivista israeliana Yisca Harani, fondatrice nel giugno 2023 del Religious Freedom Data Center (Rfdc), organismo indipendente che documenta l’escalation di incidenti in Israele, con un’attenzione particolare a Gerusalemme. “Quanto è successo - prosegue - è solo un ulteriore livello di una tendenza più generale, proveniente dagli ambienti religiosi. Non tutti, perché vi sono persone religiose perbene, ma purtroppo vi è una corrente in continua crescita [e dominante] che considera tutto ciò che non appartiene o rientra nell’ebraismo come problematico, inappropriato e, peggio ancora, umiliante”.

La vicenda, che in queste ore sta montando nei media e sui social, in particolare quelli vicini alla galassia cristiana mediorientale suscitando sdegno e condanna, è avvenuta ieri nel villaggio di Debel, nel sud del Libano nei pressi del confine con Israele, teatro da tempo di operazioni militari. Il protagonista è un soldato dell’esercito con la stella di David - il “più morale al mondo” da copyright del premier Benjamin Netanyahu e delle più alte cariche militari e politiche del Paese - colpevole di aver dissacrato una croce di Gesù colpendola a più riprese con una mazza. 

La fotografia subito dopo la diffusione è diventata virale, mentre le Forze di difesa israeliane (Idf) affermano di aver aperto una indagine interna e annunciano provvedimenti nei confronti del responsabile, dopo aver ammesso l’autenticità dello scatto. Dal 17 aprile, tra Israele e Libano è in vigore un fragile accordo di cessate il fuoco della durata di 10 giorni, viatico per colloqui diretti fra i vertici dei due Paesi mediati dagli Stati Uniti, nel tentativo di arginare un conflitto sanguinoso che ha raggiunto l’apice della distruzione l’8 aprile scorso.

Dopo una prima fase di verifiche, i vertici militari hanno ammesso con un post su X che lo scatto ritrae effettivamente un proprio soldato in servizio nel settore meridionale del Paese dei cedri. La dichiarazione definisce “incompatibile” il gesto con i “principi” delle forze armate e che va giudicato con “grande severità”. Parole di condanna e di scuse anche dal ministro israeliano degli Esteri Gideon Sa’ar, che parla di “atto grave e vergognoso” frutto di una azione “contraria ai nostri valori”, perché Israele “rispetta le diverse religioni e i loro simboli sacri e promuove la tolleranza e il rispetto reciproco tra le fedi”. L’esercito israeliano si dice anche pronto a collaborare con la comunità per riportare la statua al suo posto.

Sulla vicenda AsiaNews ha interpellato Yisca Harani, che attraverso l’ong Rfdc “monitora atti di qualsiasi natura, dalle molestie alle violenze, contro i cristiani” come spiega lei stessa. “In generale, qui [in Israele] non si verificano gravi persecuzioni contro i cristiani. La situazione - prosegue - è molto diversa rispetto alla Nigeria o ad altri luoghi”. Tuttavia, in quanto ebrea e appartenente a una “terra definita come Santa”, una vicenda come quella occorsa ieri risulta “intollerabile. Siamo impegnati nel profondo - aggiunge - a cambiare una realtà in cui alcune persone mostrano mancanza di rispetto e, come avete visto, commettono atti di vandalismo e profanazione” di simboli religiosi di primaria importanza per altre fedi. 

In risposta al gesto, l’attivista israeliana ha lanciato una campagna di raccolta fondi i cui proventi andranno a favore delle popolazioni dei villaggi cristiani in cui è avvenuta la profanazione. Il denaro raccolto verrà consegnato all’arcidiocesi maronita di Israele [l’arcieparchia di Haifa e Terra Santa, ndr] che convoglierà gli aiuti ai centri di Debel e delle zone circostanti, fra le più colpite dai raid dell’esercito in queste settimane contro obiettivi di Hezbollah. In particolare, spiega, verranno distribuiti medicinali urgenti e farmaci salvavita per malati di cancro. 

“Il motivo - sottolinea Yisca Harani - per cui ho lanciato questa raccolta fondi è un senso di solidarietà e responsabilità. Siamo responsabili del fatto che il sistema educativo nel settore religioso abbia permesso a tale estremismo di prevalere, anche se non incita attivamente le persone alla profanazione. È come se, in generale, si ignorasse tutto ciò che ha a che fare con gli altri”. Da qui la scelta di lanciare la raccolta fondi, prosegue, per la quale “molte persone mi hanno ringraziato” perché va oltre il gesto e rappresenta una “presa di posizione” forte.

Una posizione, precisa, che riguarda “almeno metà della popolazione di Israele che non può tollerare che, in suo nome, accadano fatti del genere”. Per quanti hanno a cuore la convivenza e il rispetto delle altre fedi, afferma, non si tratta solo “di assistere e aiutare i villaggi dove è successo questo fatto” pur se isolati e bisognosi “di medicinali e generi di prima necessità. Ma è un messaggio - avverte - che stiamo inviando ai nostri fratelli cristiani della zona” e a quella parte del mondo ebraico israeliano che è “provvisto di umanità e di responsabilità” sul piano religioso.

In prospettiva futura, e in chiave di una reale convivenza fra fedi, l’attivista avverte che “ciò di cui Israele ha davvero bisogno sono due cose: l’educazione del settore religioso improntata sul fatto che i cristiani sono a immagine di Dio” pur professando “una religiose diversa, sorella, ma che non è l’ebraismo” perché nel mondo non vi è un solo culto. “Quello di cui abbiamo bisogno è agire nell’istruzione e anche nell’applicazione della legge. Se succede qualcosa, dobbiamo assicurarci che la polizia adotti le misure più severe contro chi sputa [verso i cristiani] e chi commette atti vandalici. E l’esercito - conclude con un richiamo ai fatti di ieri - dovrebbe mandare il responsabile in prigione, per un periodo di detenzione”.

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