23/05/2026, 08.45
MONDO RUSSO
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La cittadinanza nella Russia di oggi

di Stefano Caprio

Da molti anni Mosca è impegnata in due principali procedure relative alla definizione di cittadinanza. La prima consiste nel ridurre il numero di persone che possono essere considerate veri cittadini russi, mentre la seconda consiste nel ridurre il significato stesso del concetto di "cittadino", le azioni che lo definiscono e che gli sono consentite.

La storica Ella Rossman, ricercatrice presso l'Istituto Leibniz per la storia e la cultura dell'Europa Orientale, ha commentato su Novaja Gazeta Evropa la recente discussione sulla protesta contro il padiglione russo alla Biennale di Venezia, sorprendentemente simile a tutte le precedenti discussioni sull'opposizione russa in esilio, sempre divisa in gruppi reciprocamente ostili, ponendo alcune domande: “Che cosa sta facendo questa opposizione? Sta contribuendo a fermare la guerra o, al contrario, a prolungarla? Perché osa parlare a nome della Russia e dei russi? Chi finanzia tutto questo?”.

Il dibattito è impantanato sempre negli stessi interrogativi e concetti, che tuttavia non portano ad alcuna comprensione, né allo sviluppo di nuove strategie. Le rimostranze contro chi se n'è andato sono oscurate da rimostranze altrettanto aspre contro chi è rimasto, continua la competizione su chi ha una posizione più pacifista, e chi comprende meglio ciò che sta accadendo nel Paese, e tutti si scambiano neologismi e insulti, uno più sfacciato dell'altro. Rossman si chiede quindi come si possa uscire da questo circolo vizioso e avere un dialogo costruttivo, superando la tensione emotiva, “l'abisso che separa gruppi e posizioni diverse, e i confini mutevoli di ciò che è lecito hanno raggiunto un punto tale che la speranza di un dialogo sta svanendo”.

Tuttavia, esiste un concetto che, a differenza degli insulti, non si sente quasi mai nelle battaglie online, e il suo fascino potrebbe almeno in parte spiegare ciò che sta accadendo nei resti della sfera pubblica russa e ciò di cui tutti stanno discutendo così animatamente. Questo concetto è la cittadinanza, così come la intendono i sociologi. Nella moderna teoria sociale, il concetto di "cittadinanza" è inteso in senso ampio, comprende ben più del semplice status giuridico sancito dallo Stato in documenti ufficiali, come passaporti e leggi, e attraverso procedure specifiche. Il concetto di cittadinanza include l'intera gamma di pratiche attraverso cui la società e lo Stato interagiscono su questioni relative ai diritti individuali, alle decisioni governative e agli affari generali del Paese.

In quest'ottica la cittadinanza, che può essere la stessa per tutti sulla carta, spesso non lo è nella pratica. La cittadinanza può differire in base al genere, motivo per cui i sociologi hanno coniato il termine specifico della “cittadinanza di genere”. Se uno Stato iniziasse ad affermare che i veri cittadini maschi sono quelli che sono pronti ad andare in guerra per esso in qualsiasi momento, senza alcun bisogno di discutere con la società di quale guerra, se questa guerra sia necessaria o chi ne tragga beneficio, mentre le vere cittadine donne sono quelle che partoriscono almeno sette figli per il bene della società, allora uomini e donne avranno uno status civile diverso agli occhi di tale Stato. Entrambi saranno considerati strumenti di controllo e manipolazione, il che significa che il loro status civile sarà di fatto ridotto: gli uomini che si rifiutano di combattere e le donne senza figli non saranno ritenuti cittadini a tutti gli effetti, saranno persino sospettati di tradimento, e le sanzioni nei loro confronti saranno giustificate.

Da molti anni, la Russia di Putin è impegnata in due principali procedure relative alla definizione di cittadinanza. La prima consiste nel ridurre il numero di persone che possono essere considerate veri cittadini russi (anche se, ancora una volta, tutti possiedono lo stesso passaporto), mentre la seconda consiste nel ridurre il significato stesso del concetto di "cittadino", le azioni che lo definiscono e che gli sono consentite. Un esempio radicale è stata l'introduzione nel 2023 di una legge che revoca la cittadinanza a coloro che non l'hanno acquisita per nascita, apparentemente concepita per dare allo Stato un maggiore controllo sugli abitanti dei territori occupati, sugli ucraini che hanno ottenuto la cittadinanza e sui migranti. Si tratta di una divisione ufficiale dei cittadini in due categorie: coloro per i quali la cittadinanza è stabile indipendentemente dal loro comportamento e coloro che sono, per così dire, in un periodo di prova permanente, durante il quale possono essere "revocati" dalla cittadinanza in qualsiasi momento, diventando persone senza passaporto.

Non meno radicale, in termini di cambiamento del significato di cittadinanza, è stato il decreto del 2025 che impone ai richiedenti di sesso maschile per il permesso di soggiorno e la cittadinanza russa, appartenenti a diverse categorie, di firmare un contratto con il ministero della difesa. Questa legge equipara apertamente la partecipazione alla guerra allo status civile per gli uomini. La militarizzazione di ogni aspetto della vita pubblica si riflette anche nella definizione di cittadinanza, ora a livello legislativo, tracciando un'ulteriore linea di demarcazione sociale basata sul genere.

Già prima del 2022 lo Stato russo si era impegnato in varie manipolazioni volte a ridefinire la cittadinanza in Russia, sebbene queste fossero meno evidenti e non sempre sancite dalla legge. "Se non ti piace il Paese, allora vattene": questo sentimento diffuso, attivamente promosso dalla propaganda di Putin fin dagli anni Dieci, ne è un esempio lampante. In tale retorica, un cittadino è colui che rimane nel proprio Paese, a prescindere da ciò che accade, a prescindere da ciò che fa la sua leadership. In questa concezione, lo Stato, come un signore, controlla il destino dei suoi cittadini e non risponde loro di nulla. Ai cittadini è concesso soltanto di provare un senso di appartenenza allo Stato, sentimenti patriottici e orgoglio. Il silenzio e il dissenso silenzioso sono permessi, ma il malcontento aperto no. Chiunque critichi il governo cessa di essere un cittadino "a pieno titolo"; non è utile né allo Stato né alla società e deve cercare un'altra cittadinanza. E questo, per inciso, è un problema suo.

Questo concetto di cittadinanza ha iniziato a prendere forma in Russia ben prima dell'invasione dell'Ucraina, ma dal 2022 si è progressivamente espanso e radicalizzato. Chi è insoddisfatto viene costretto a lasciare il Paese con ogni mezzo necessario; non c'è quasi più posto per loro nella società. Inoltre, una volta oltrepassato il confine, anche se mantengono la cittadinanza russa tramite passaporto e non ne possiedono un'altra, coloro che lasciano il Paese sembrano perdere anche gli ultimi residui del loro status civico. La propaganda non si stanca mai di ripetere: chi se n'è andato è un traditore, non capisce nulla di ciò che sta realmente accadendo nel Paese, si è venduto ad altri Stati, diventandone di fatto suddito (anche se in realtà non si pone il problema della sua cittadinanza legale).

Questo significa che i russi all’estero non hanno il minimo diritto di esprimere la propria opinione sul Paese o sulla situazione. Che stiano zitti, e si rallegrino del fatto che i loro documenti vengano ancora prorogati. A volte non vengono nemmeno prorogati, e presto i servizi consolari per chi se n'è andato potrebbero essere completamente interrotti. Si parla così della "bancarotta morale" dei russi in esilio, su come una volta varcato il confine perdano all'istante ogni comprensione della Russia, su come protestino nel modo sbagliato o accettino denaro dalle persone sbagliate.

La ricercatrice propone di fare un “esperimento mentale”, ipotizzando che l'opposizione in esilio sia composta dagli stessi cittadini dei russi rimasti, così come da coloro che attraversano costantemente il confine. Si tratta di persone che parlano e scrivono ancora in russo, possiedono gli stessi passaporti e sono preoccupate per il destino del loro Paese, al quale le loro vite sono direttamente legate. In quanto cittadini, proprio come coloro che sono rimasti, l'opposizione in esilio, in quanto parte della società civile, deve poter scegliere come esprimersi su questioni politiche, quali azioni organizzare, con chi allearsi.

In definitiva, si tratta di domande su chi ha il potere di decidere chi è un cittadino a pieno titolo, e chi no. Queste questioni non dovrebbero essere lasciate interamente alla discrezione dello Stato, anche se non renderanno le azioni dell'opposizione in esilio moralmente corrette, strategicamente vincenti o efficaci. Potrebbero però cambiare le modalità di discussione, evitando i radicalismi russofili o russofobi, e parlando della Russia come di un Paese che appartiene al mondo di cui tutti siamo cittadini, e non come di un pianeta straniero.

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