Scomparso all'età di 98 anni il patriarca emerito di Kiev. Era stato a lungo definito "il più sovietico tra i metropoliti", ma nel 1990 si vide scavalcato da Aleksij a Mosca dopo la morte di Pimen. Nel 1992 ruppe per primo la comunione coi russi portandosi dietro buona parte del clero. Finché nelle convulse trattive durante la presidenza Porošenko fu poi Kirill a rifiutare un accordo pensando (a torto) di poterlo rendere ininfluente in Ucraina.
La morte del patriarca che guidava la Chiesa ortodossa della Georgia dal 1977 e il cinquantesimo anniversario della consacrazione episcopale di quello di Mosca: due parabole che vengono esaltate nel "mondo russo" come "eroismo della fede che resiste all'eresia". Ma rivelano anche la continuità tra la Russia attuale e la stagione staliniana.
Anche su Max - il sitema di messaggistica imposto dalle autorità di Mosca come risposta "sicura" alle applicazioni occidentali - circola un virus che sottrae agli utenti i dati per i pagamenti. Secondo i dati ufficiali sarebbero 100 milioni i profili di utenti iscritti alla chat patriottica, obbligatoria per le relazioni con la pubblica amministrazione. Sapendo però che comunque le conversazioni sono controllate, molti russi lo usano su un telefono "ad hoc".
Mentre fa discutere la concessione di un padiglione alla Biennale di Venezia, anche in Russia ci sono opere che lottano per andare oltre la propaganda nella riflessione sull'attualità. Come mostra la vicenda della mostra Dies Illa, inaugurata da Griša Bruskin nel museo di arte contemporanea Zilart di Mosca.
Dalla guerre cecene in poi la politica russa dopo il 1991 è una continuazione incondizionata di quanto era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo: una forma di colonialismo terrestre (a differenze di quello marittimo occidentale) proseguita con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi.
Nella regione nord-occidentale di Pskow il governatore sta sacralizzando l'"operazione militare speciale" con due icone fatte realizzare per una storica cattedrale che ritraggono due militari locali morti in Ucraina ai piedi di grandi patroni ortodossi. Gli iconografi si giustificano dicendo che non raffigurandoli come santi "i canoni dogmatici sono rispettati". L'ex portavoce del patriacato Čapnin: "Sembrano le immagini della metropolitana di Stalin".