Una piattaforma russa on-line trasmette in questi giorni una serie di documentari intitolati la “Parola vivente”, dedicata a grandi figure dell'ortodossia uccise durante gli anni successivi alla rivoluzione bolscevica. Figure che ricordano che si può dare la vita per ideali che uniscono fede religiosa, carità evangelica e amore per la propria patria, non per distruggere il nemico, ma per costruire un mondo nuovo.
Per la prima volta nelle prossime elezioni del 12 aprile Viktor Orban appare a rischio di sconfitta da parte dell'avversario Peter Magyar. Questo provoca particolari attenzioni da parte di Mosca, che in lui ha trovato finora il principale alleato tra i Paesi dell’Unione Europea. E Putin ha delegato il suo più fidato consigliere a seguire da vicino questa tornata elettorale.
Il registro degli "agenti stranieri" in Russia contiene attualmente oltre 1.200 nominativi personali e oltre 1.500 progetti, organizzazioni e titoli di varie iniziative. Qualcuno è riuscito a farsi cancellare, cercando compromessi con le autorità per salvare affari e reputazione. Ma c'è anche chi vi si ritrova senza nemmeno sapere il perché.
All'inizio del mese sono entrate in vigore una serie di leggi che mirano a modificare non solo i comportamenti ma anche la visione della vita dei russi. Messe al bando nelle scuole perché "inaccettabili per una giusta visione dei valori tradizionali" opere come "Il cavaliere di bronzo" di Puškin, "Le anime morte" di Gogol e i racconti satirici di Cechov.
Dall'8 marzo sono arrivati anche nella capitale russa i blocchi della connessione sulla rete mobile "per ragioni di sicurezza" che stanno creando gravi disagi in una metropoli che fino a ieri si proponeva come una capitale digitale. Disfunzioni anche nelle "liste bianche" di applicazioni promosse dagli organi di controllo. E ci sono quartieri dove non funziona nemmeno il wi-fi casalingo.
Scomparso all'età di 98 anni il patriarca emerito di Kiev. Era stato a lungo definito "il più sovietico tra i metropoliti", ma nel 1990 si vide scavalcato da Aleksij a Mosca dopo la morte di Pimen. Nel 1992 ruppe per primo la comunione coi russi portandosi dietro buona parte del clero. Finché nelle convulse trattive durante la presidenza Porošenko fu poi Kirill a rifiutare un accordo pensando (a torto) di poterlo rendere ininfluente in Ucraina.