Si apre alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja il caso di presunto genocidio commesso dall'esercito birmano contro i Rohingya nel 2017. Il procedimento, promosso dal Gambia, arriva dopo anni di inerzia internazionale, in un contesto oggi segnato da profondi stravolgimenti politici e militari in Myanmar. Il golpe del 2021, la guerra civile in corso e i ribaltamenti di alleanze sul terreno rendono il processo sempre più scollegato dalla realtà attuale.
Il generale a capo della Kawthoolei Army (KTLA), una delle milizie che combattono contro la giunta miltare, nei giorni scorsi ha annunciato la nascita della “Repubblica di Kawthoolei” al confine con la Thailandia. La mossa divide il popolo karen ed è stata criticata perché rischia di indebolire il fronte anti-giunta nella guerra civile, in un momento già molto delicato per la resistenza.
L'inviato speciale per gli Affari Asiatici Deng Xijun ha detto che il voto (con garanzie per gli interessi cinesi) era una condizione posta da Xi Jinping a Min Aung Hlaing. I risultati diffusi dal regime birmano sul primo turno del 28 dicembre confermano la scontata vittoria con margine molto ampio del partito degli ex-generali. In Myanmar la Cina cammina comunque sul filo, continuando a sostenere anche le milizie etniche che controllano le aree sul confine.
È quanto emerge dal rapporto dell'Agenzia Fides. In Asia uccisi due cattolici impegnati nella pastorale: il sacerdote Donald Martin Ye Naing Win, dell’arcidiocesi di Mandalay, e il laico Mark Christian Malaca, insegnante a Laur. Il dato interrompe l’assenza di vittime asiatiche rilevata nel 2024 e si inserisce in un bilancio globale in crescita.
La prima fase delle elezioni dei militari è segnata da accuse di frodi, malfunzionamenti del voto elettronico e boicottaggio popolare. Il partitio USDP risultava vincitore prima dell’apertura delle urne. La gestione ha messo in luce il controllo limitato della giunta tra arresti, blackout di Internet e assenza di osservatori internazionali credibili.
A quasi cinque anni dal colpo di Stato che ha messo fine alla democrazia, la giunta militare ha indetto le elezioni, nonostante persistano aree di conflitto. Diversi enti internazionali e buona parte della popolazione civile le considerano votazioni farsa. Nel frattempo la popolazione sfollata a causa della guerra e del terremoto continua a cercare di costruire un futuro pieno di incognite.