02/02/2026, 15.29
MYANMAR
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Cinque anni dal colpo di Stato: il Myanmar stremato dalla guerra

di Alessandra De Poli

Il Paese resta intrappolato in una guerra civile che ha devastato l’economia, moltiplicato gli sfollati e frammentato il controllo del territorio. Nonostante la prova di forza delle recenti elezioni la giunta militare controlla appena il 40% del terriorio. Oltre 20mila gli oppositori ancora detenuti, tra cui anche Aung San Suu Kyi. Le divisioni tra le milizie etniche. La popolazione civile ormai disillusa paga il prezzo più alto.

Yangon (AsiaNews) – A cinque anni dal colpo di Stato militare del 2021, la situazione del Myanmar continua a essere disastrosa. Dopo cinque anni di guerra civile che hanno fiaccato l’intera popolazione e provocato un esodo di giovani verso altri Paesi del Sud-est asiatico, la giunta militare, guidata dal generale Min Aung Hlaing, controlla meno del 40% del territorio.

Si stima che oltre cinque milioni di persone siano sfollate nel Paese. In diverse aree rurali le mine antiuomo circondano campi e piccoli centri urbani, impedendo alla popolazione di fare ritorno ai propri villaggi di origine, né tantomeno alle loro case, che nella maggior parte dei casi sono state rase al suolo da incendi o bombardamenti.

L’Associazione di assistenza ai prigionieri politici sostiene che dall’inizio del conflitto oltre 30mila persone siano state arrestate, di cui 22.778 ancora in prigione. Tra loro c’è anche la leader democratica Aung San Suu Kyi, catturata poco prima dell’insediamento del Parlamento, dopo che il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, aveva di nuovo vinto le elezioni del novembre 2020, le ultime votazioni democratiche del Paese, molto diverse da quelle organizzate dalla giunta birmana tra il 28 dicembre e il 25 gennaio.

“Oggi nessuno sa dove si trovi. Le è negato l'accesso alla famiglia, agli avvocati, ai medici e al mondo esterno”, ha scritto sui social il figlio minore Kim Aris, e ha ribadito le atrocità commesse dai generali contro il popolo birmano.

Secondo le Nazioni Unite, durante le elezioni l’aviazione birmana ha condotto almeno 408 attacchi aerei, uccidendo almeno 170 civili. In quei giorni, circa 400 persone sono state arrestate per aver espresso dissenso verso il procedimento elettorale. Diverse fonti interne al Paese riferiscono di minacce e pressioni per costringere i cittadini ad andare a votare, pena l’esclusione dai servizi pubblici, come istruzione e sanità, che arrancano dai tempi della pandemia di Covid-19.

Negli ultimi cinque anni l’economia birmana ha perso 100 miliardi di dollari. I risultati del decennio di transizione democratica sono stati spazzati via e il Myanmar è tornato sotto l’influenza della Cina, che sostiene il regime anche con l’invio di armi per tutelare i propri progetti infrastrutturali. Il tutto mentre i diplomatici cinesi mantengono contatti anche con i gruppi che combattono contro i militari. Sempre secondo l’Onu, ci vorranno anni prima che il PIL torni ai livelli pre-2020.

Con l’incarcerazione di Aung San Suu Kyi, la guida delle forze democratiche, sul campo riunite sotto la sigla PDF, è passata al Governo di unità nazionale (NUG) in esilio, formato da ex deputati della Lega nazionale per la democrazia. Oggi rappresenta soprattutto la diaspora, mentre chi è rimasto nel Paese vive una certa disillusione: il NUG non dispone di una vera leadership, non ha ottenuto riconoscimenti internazionali di peso, non è riuscito a raccogliere il consenso dei gruppi etnici armati ed è criticato per la scarsa trasparenza finanziaria.

Medici e insegnanti che avevano aderito al Movimento di disobbedienza civile non hanno ricevuto sostegno economico. Al contrario, il NUG ha chiesto loro di boicottare le elezioni, rischiando ancora una volta la propria vita e quella dei familiari.

Tra le forze dell'opposizione non c’è accordo, soprattutto tra i gruppi etnici armati che combattono per maggiore autonomia e stanno approfittando della situazione per creare micro-Stati indipendenti. Nel Rakhine le milizie hanno dato vita ad amministrazioni autonome, senza coordinamento, rivelando che il sogno di un Myanmar federale è ancora lontano, così come appare distante la fine degli scontri.

Fonti birmane raccontano che la popolazione civile viene incoraggiata a concentrarsi nei centri urbani, mentre i combattimenti proseguono nelle aree rurali e nelle foreste. Una situazione che riporta il Paese indietro di circa 70 anni.

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