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» 03/07/2009
CINA
Al G8 la Cina spinge per una alternativa al dollaro
Il presidente cinese Hu Jintao proporrà l’adozione di valute mondiali di riferimento. Esperti: Pechino non vuole davvero mutamenti immediati, perché ha riserve valutarie in moneta Usa per 1.500 miliardi di dollari.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Alla vigilia della riunione del G 8, che si apre il 6 luglio a L’Aquila (Italia), la Cina aumenta la pressione per spodestare il dollaro Usa dal ruolo di valuta di riferimento e per rendere il suo yuan sempre più utilizzato nelle transazioni commerciali. La centrale Banca del Popolo di Cina (Bpc) ha annunciato la possibilità di effettuare transazioni commerciali in yuan attraverso istituzioni finanziarie di Hong Kong e Macao, possibilità che sarà presto estesa ad altre città cinesi meridionali.

Analoga possibilità dovrebbe esserci per i Paesi del Sudest asiatico con le province cinesi di Yunnan e Guangxi.

Questo annuncio non ha conseguenze immediate, ma conferma il costante lavorio di Pechino per rendere la sua valuta sempre più utilizzata in campo internazionale, togliendo spazio alle altre valute. Analisti osservano che il dollaro è in crisi, l’euro è in una fase di stallo e lo yen giapponese risente dei risultati economici negativi del Paese. Molti operatori potrebbero perciò decidere di puntare sullo yuan, come valuta destinata a rafforzarsi, anche grazie al costante pieno sostegno del governo cinese.

Questa “mossa” arriva dopo che ieri He Yafei, viceministro cinese agli Esteri, ha ripetuto che la Cina chiede che nel futuro ci siano più valute di riferimento per il mercato e che ritiene “normale” che la questione sia discussa al G8 (a cui partecipano Stati Uniti, Russia, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Canada, Italia ed è allargato ai Paesi emergenti Cina, India, Sudafrica e Brasile).

A sua volta Zhou Xiaochuan, governatore della Bpc, la settimana scorsa ha ribadito la proposta che la comunità internazionale adotti come valuta di riferimento lo Special Drawing Right (Sdr, il Diritto speciale di prelievo), moneta virtuale utilizzata dal Fondo monetario internazionale ma poco nota, che fa riferimento ai valori di dollaro Usa, euro, sterlina britannica e yen giapponese. Esperti ritengono probabile che il presidente cinese Hu Jintao lanci questa proposta al summit, magari chiedendo che tra le valute di riferimento sia compreso anche lo yuan, con il sostegno degli altri Paesi emergenti. Pechino non vuole un’immediata decisione, che lascerebbe fuori il suo yuan dal paniere e che getterebbe nella confusione il mondo commerciale. Ma intende aprire una discussione su quali possano essere le valute di riferimento. In questo modo, costringerebbe il dollaro a mantenere il proprio valore, per evitare di perdere l’attuale ruolo centrale, e otterrebbe un’importanza sempre maggiore per la propria valuta.

Molti osservano che Pechino, tenendo per anni lo yuan molto sottovalutato rispetto al dollaro, ha generato a suo favore un robusto surplus negli scambi commerciali. Ciò le ha anche permesso di costituire riserve in valuta estera per 1.954mila miliardi di dollari allo scorso marzo, che per almeno 1.500 miliardi è in dollari Usa (per 763,5 miliardi in titoli del tesoro statali). La crisi finanziaria statunitense preoccupa quindi Pechino, che subirebbe gravi conseguenze da un immediato deprezzamento del dollaro. La Cina ha perciò interesse solo a una graduale perdita di centralità e di valore della valuta Usa, che le permetta intanto di diversificare le sue riserve e che sia compensata dall’affermazione dello yuan.

Tale preoccupazione è stata esposta oggi dall’ex vicepremier Zeng Peiyan, che in un documento online ha insistito sulla necessità di “un sistema che mantenga la stabilità delle principali riserve di valute”.

Gli Stati Uniti non stanno alla finestra e premono perché lo yuan si apprezzi secondo l’effettivo valore attuale. Owen Humpage, analista economico della Federal Reserve Bank di Cleveland (Usa), ha osservato che i Paesi che vogliono diminuire la loro esposizione al dollaro, devono solo cessare di intervenire nel mercato dei cambi e permettere alla loro valuta di apprezzarsi.


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