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  • » 14/09/2017, 14.51

    MYANMAR

    Al-Qaeda e Isis si ‘contendono’ la difesa dei Rohingya

    Zachary Abusa*

    Al-Qaeda chiama alle armi i musulmani dei Paesi vicini: difenderli è un obbligo derivato dalla sharia. La strategia della “jihad difensiva”. I militanti Rohingya in inferiorità numerica e mal equipaggiati potrebbero cedere alle infiltrazioni radicali. 

    Yangon (AsiaNews/Rfa) - I leader di Al-Qaeda hanno rilasciato una dichiarazione in cui definiscono le violenze contro i Rohingya in Myanmar parte di una campagna globale contro i musulmani condotta “sotto le mentite spoglie della lotta al terrorismo”, e giurano di andare in loro difesa.

    Il comunicato mette in chiaro che al-Qaeda crede che la sharia dia l'obbligo religioso e legale di correre in difesa dei Rohingya, umiliati e resi vittima di barbari trattamenti.

    “Aiutare i musulmani di Arakan è un obbligo della sharia e una necessità legale”, ha scritto al-Qaeda. La dichiarazione critica l'ipocrisia dell’Occidente, che non ha preso le difese dei Rohingya e si è tenuto a disparte mentre continua l'eccidio di musulmani innocenti.

    In particolare, il comunicato fa appello ai musulmani di India, Pakistan, Bangladesh e delle Filippine di "partire per la Birmania, aiutare i fratelli musulmani, e fare le necessarie preparazioni - addestramento e simili - per resistere all'oppressione dei fratelli musulmani, e assicurare i loro diritti, che possono essere restituiti loro solo con l'uso della forza". Al-Qaeda fa appello perché il Myanmar sia punito per i suoi crimini.

    La dichiarazione, pubblicata due giorni fa, afferma che data l'inferiorità qualitativa e quantitativa dei Rohingya, il dovere religioso di combattere a cui è chiamata la comunità islamica non è più astratto, ma diviene un'azione personale: “L'obbligo si trasforma da un obbligo generale, a uno individuale”.

    Il tempismo del comunicato è importante. Al-Qaeda è da tempo opportunista e sottolinea la sofferenza dei musulmani e l'inerzia dell'Occidente. Ma questa è stata una risposta particolarmente veloce, molto più immediata della loro reazione alla guerra civile in Siria.

    Al-Qaeda ha atteso con pazienza dietro le quinte, osservando il suo rivale, lo Stato islamico (Isis), mentre veniva percosso dalle forze di coalizione. In alcuni luoghi, come l'Indonesia, è riuscita addirittura a farsi riconoscere come l'alternativa moderata all'Isis. Nell'Asia del sud-est, i social network di Jemaah Islamiyah [rete terroristica, ndr] sono per lo più intatti, se non più forti.

    Perdendo fra l'80 e il 90% dei suoi territori in Iraq e Siria e con il suo califfato al collasso, l'Isis si deve relegare a conflitti più piccoli, affidandosi alla sua ancora robusta rete cibernetica e alle sue operazioni mediatiche. L'Isis cercherà di legarsi a più piccoli conflitti localizzati, come Rakhine (Arakan) e nel sud delle Filippine, dove di recente ha rilasciato un video sui militanti pro-Isis che hanno occupato la città di Marawi.

    Tuttavia, legarsi alle "jihad di difesa" sarebbe una nuova strategia per l'Isis, i cui leader hanno formato un'organizzazione centrale, proclamato il califfato e poi cercato di espanderlo reclamando "provincie" (wilayat). 

    Strategia a lungo termine

    Al contrario, al-Qaeda ha abbracciato l’approccio della rete, e la sua strategia a lungo termine è sempre stata quella di legare insieme le jihad difensive. Infatti, Osama bin Laden usò il titolo “Fronte mondiale islamico per la jihad contro ebrei e crociati” nella sua prima fatwa del 1996. In molti aspetti, i leader di al-Qaeda pensano di essere di una posizione migliore dei loro rivali dell’Isis.

    Anche l’Isis ha preso piede nei social media, inviando un certo numero di “poster” su Telegram e altre applicazioni di comunicazione sia per creare consapevolezza sul dramma dei Rohingya che per chiedere vendetta contro il governo del Myanmar. Ma fino ad adesso non c’è stata alcuna significativa dichiarazione che abbia una motivazione teologica, come quella di al-Qaeda.

    Altrettanto importante, al-Qaeda da tempo ha solide relazione con alcune organizzazioni militanti Rohingya, come la Rohingya Solidarity Organization. La Harakah al-Yaqin e la Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) hanno entrambe radici legate ai gruppi militanti bangladeshi, come il Jamaat-e-Islami, risalenti a più di due decenni fa. Ci sono presunte connessioni fra i gruppi antecedenti all’Arsa con la Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (Jmb), l’affiliato pro-Isis che nel 2016 organizzò l’attacco alla Holey Artisan Bakery in cui morirono 20 civili.

    Con i suoi pogrom, il Myanmar si è reso un bersaglio per al-Qaeda e Isis. Entrambe le organizzazioni cercano di legittimarsi come il gruppo in prima linea per la difesa dei diritti dei musulmani in tutto il mondo.

    E con una simile competizione, c’è sempre la preoccupazione di superare l’offerta. Ma visto che le due organizzazioni lottano per la supremazia, esse sono più che incentivate a prendere in mano il testimone dei Rohingya e colpire per primi in loro difesa.

    Non ci sono più solo appelli per la solidarietà. La crisi dei Rohingya sta attirando l’attenzione dei miliziani.

    Sebbene ci sia il timore che i militanti del sud-est asiatico cercheranno di trovare il modo per unirsi ai Rohingya, è molto più grande la preoccupazione che siano le cellule dell’Isis e di al-Qaeda dell’Asia del sud a farlo. Dal punto di vista istituzionale e geografico, esse sono più vicine e in una migliore posizione per dirigere le loro attività sul posto.

    La dichiarazione di al-Qaeda non aiuta la popolazione Rohingya. Rafforzerà solo il sospetto delle forze di sicurezza birmane che l’Arsa sia un’organizzazione terroristica legata alla comunità islamista-jihadista globale, determinata a stabilire lo Stato islamico.

    Al presente, non c’è prova che l’Arsa voglia niente di più del ripristino delle protezioni legali e dei diritti di cittadinanza della sua gente e non ha mai fatto pubblico appello alla secessione o alla jihad. Le sue mire dichiarate sono limitate e ragionevoli.

    Preoccupazioni

    Ma la preoccupazione è triplice. Primo, cosa accadrebbe se un attacco terrorista contro gli interessi del Myanmar venisse condotto nel nome dei Rohingya, o come una vendetta alle violenze da loro subite? Ci sono già stati due distinti tentativi da parte di cellule indonesiane pro-Isis di distruggere l’ambasciata birmana a Jakarta, il più recente da parte del Jad [Jemaah Anshar Daulah, gruppo terrorista in Indonesia, ndr] nel novembre del 2016.

    La scorsa settimana, alcuni manifestanti hanno lanciato una bomba molotov all’ambasciata. Non c’è prova che l’Arsa avesse nulla a che fare con nessuno dei partecipanti, ma qualsiasi attacco di questo genere ha un immediato impatto e può essere una giustificazione ulteriore per le forze di sicurezza del Myanmar a continuare la brutale campagna di pulizia e le tattiche di terra bruciata.

    In secondo luogo, può un’insurrezione così povera ed emergente permettersi di rifiutare uomini e risorse? Annunciata il 10 settembre, la dichiarazione dell’Arsa per il cessate il fuoco di un mese è stata intelligente dal punto di vista tattico e strategico.

    L’organizzazione userà questo tempo per reclutare fra le crescenti fila dei quasi 800mila rifugiati. Vulnerabili, bisognosi e con niente da perdere, sono facili reclute. Ma l’Arsa resta miseramente mal equipaggiato.

    L’influsso di aiuti stranieri, personale e competenze specialistiche migliorerà le loro capacità, ma dal punto di vista militare restano deboli.

    Terzo, è possibile che l’Arsa abbracci un’ideologia più radicale e tattiche asimmetriche come risultato di propri calcoli strategici o del cangiante ambiente di sicurezza esterno? Non c’è alcuna insurrezione a cui io possa pensare, in cui al-Qaeda e l’Isis si siano insinuate, che non sia diventata più violenta e radicale.

    Secondo molti aspetti, l’Arsa ha tutti i motivi per rifiutare un tale sostegno.

    Dal punto di vista strategico, essa ha attirato la simpatia internazionale nel dipingersi come una lotta etno-nazionalista contro un regime brutale. Dal punto di vista tattico, ha bisogno che le forze di sicurezza bangladeshi non reprimano le loro operazioni.

    L’auto-difesa è una cosa, ma una causa comune con militanti colpevoli di atti di terrorismo in Bangladesh marcherebbe con probabilità il superamento di un limite. Ma è chiaro che i jihadisti transnazionale stanno cominciando a intervenire e che questo non farà il bene dei già sofferenti Rohingya.

    *Zachary Abusa è professore al National War College di Washington e autore di “Forging Peace in Southeast Asia: Insurgencies, Peace Processes, and Reconciliation.” Le opinioni espresse sono le proprie personali e non riflettono la posizione del Dipartimento Usa della difesa, del National War College o di BenarNews, un servizio di informazione online legato Radio Free Asia.

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