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  • » 26/04/2016, 14.43

    EGITTO

    Attivista egiziano: in piazza per economia e diritti. No al ritorno dei Fratelli musulmani



    Per Magdy Mina, portavoce del Maspero Youth Union, i cittadini chiedono “stabilità, crescita e occupazione”. Vi è risentimento per la cessione delle isole a Riyadh e preoccupazione per un legame troppo stretto con i sauditi. La maggioranza è contro il movimento estremista islamico, che ha animato la protesta di ieri. La vicenda di Giulio Regeni sfruttata per colpire il Paese. 

    Il Cairo (AsiaNews) - La maggioranza degli egiziani è scesa in piazza in questi ultimi giorni “per protestare contro una difficile situazione economica”, per rivendicare “diritti sociali e civili” in un modo “democratico” e non certo con l’obiettivo di “innescare un’altra rivoluzione”. È quanto racconta ad AsiaNews Magdy Mina, 30 anni, coordinatore generale e portavoce del Maspero Youth Union, secondo cui la gente vuole “stabilità, crescita e occupazione”. A questo si unisce “la difesa del territorio e della sovranità nazionale”, per questo la vicenda della cessione delle due isole all’Arabia Saudita ha creato risentimento”. Certo, vi è scontento in molte sacche della popolazione verso il presidente Abdul Fattah al-Sisi e l’esecutivo, ma nessuno pensa di “riportare al potere i Fratelli musulmani”. 

    In questi giorni si sono registrati diversi episodi di tensione fra manifestanti e forze di sicurezza egiziane. L’ultima protesta è di ieri, nell’area Dokki del Cairo, con i poliziotti in assetto anti-sommossa impegnati a disperdere i dimostranti con gas lacrimogeni e pallini da caccia. Centinaia di persone si erano riunite in precedenza in piazza al-Mesaha, intonando lo slogan “Abbasso il regime militare”. Blindate diverse città egiziane, fra cui il Cairo e Alessandria, presidiate da camion e mezzi della polizia e dell’esercito; sotto controllo i punti più sensibili, fra cui piazza Tahrir.

    La procura di Giza ha messo in custodia preventiva per quattro giorni dirigenti del movimento del 6 Aprile, i quali hanno ricoperto un ruolo rilevante nella rivoluzione del 2011. I vertici della stampa locale denunciano l’arresto di almeno 35 reporter che, in diverse località, coprivano le proteste contro la cessione di due isole all'Arabia Saudita; si tratta di Tiran e Sanafir, nel Golfo di Aqaba, restituite al governo di Riyadh. Erano stati gli stessi sauditi, nel 1950, a chiedere all’Egitto di proteggerle da possibili assalti di Israele. 

    Magdy Mina, leader del movimento cristiano nato nell’ottobre 2011 per denunciare il massacro dei copti di Maspero, e che ha contribuito in modo decisivo alla caduta del presidente filo-islamico Morsi nel 2013, vuole tracciare una netta distinzione fra le anime della protesta. “La settimana scorsa moltissimi cittadini - afferma - sono scesi in piazza, compresi i cristiani copti, per contestare la cessione delle isole”. Di contro, la protesta di ieri aveva contorni più oscuri, non aveva un carattere generale e patriottico, ma rivelava la presenza di movimenti estremisti islamici fra cui gli stessi Fratelli musulmani. Per questo, aggiunge l’attivista, “non ha avuto un grande seguito” e aveva una connotazione più politica, di “protesta aperta contro il governo e il presidente”.

    In risposta, “le forze della sicurezza hanno compiuto un centinaio di arresti”. “Resta il fatto che i Fratelli musulmani - prosegue Magdy Mina - non godono di simpatia fra la gente, che non vuole un’altra rivoluzione, quanto piuttosto stabilità, crescita economica e ripresa del turismo attraverso un modello di lotta di natura democratica”. Il tutto, aggiunge, senza “legarsi a doppio filo all’Arabia Saudita, perché rischiamo di cedere per denaro libertà e diritti”, venendo soggiogati da una “cultura oppressiva… questo per noi è un pericolo reale”. 

    Intanto in Egitto è sempre più aspro lo scontro fra il governo del presidente al Sisi e i giornalisti impegnati a indagare sulla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, torturato e ucciso nei mesi scorsi al Cairo. Del 28enne ricercatore, nel Paese per un dottorato di ricerca sui sindacati locali per conto dell’università di Cambridge, si sono perse le tracce il 25 gennaio; il suo corpo, che per gli inquirenti italiani presentava segni di torture “disumane”, è stato ritrovato alcuni giorni più tardi (6 febbraio), sul ciglio di una strada nella periferia della capitale. 

    Secondo una recente inchiesta della Reuters - che cita (dietro anonimato) sei funzionari della sicurezza - Regeni sarebbe finito nelle mani della polizia fin dal primo giorno dalla scomparsa. Gli agenti lo avrebbero trasferito in un compoud gestito dai servizi della sicurezza il 25 gennaio, smentendo in pieno la versione ufficiale fornita dal Cairo. Il ministero egiziano degli Interni ha bollato l’articolo come “infondato” e il presidente al Sisi parla di “bugie e accuse” di stampa e social che stanno mettendo a rischio il Paese. Il governo sta valutando l’ipotesi di intraprendere azioni legali contro i giornalisti incriminati. 

    “Anche in questo caso - riferisce il portavoce di Maspero - il quadro è confuso e a distanza di tempo la situazione non è cambiata. Vi sono molte opinioni, punti di vista, indagini aperte e versioni contrastanti. Resta il fatto che il governo non aveva nessun interesse a uccidere un ricercatore straniero. Inoltre anche in passato si sono verificati casi di sparizione e violenze, ma gli episodi sono passati sotto silenzio”. La sensazione, prosegue l’attivista cristiano, è che “stiano sfruttando la vicenda” per attaccare l’Egitto dall’esterno, anche se non vi sono elementi chiari per affermarlo.

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