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  • » 04/07/2017, 13.10

    RUSSIA

    Code chilometriche alle reliquie di san Nicola: la lunga attesa e la gioia improvvisa

    Vladimir Rozanskij

    I fedeli aspettano anche 8-9 ore per riuscire a giungere a baciare la reliquia del santo di Bari. Il 12 luglio la reliquia sarà portata a San Pietroburgo.  L’attesa e il pellegrinaggio sono nell’anima della cultura russa.

    Mosca (AsiaNews) - Prosegue nella capitale la grande e interminabile processione di pellegrini, che si recano a onorare la reliquia (una costola sinistra) del santo più amato, s. Nicola di Bari (che qui chiamano col titolo originario, s. Nicola di Myra in Licia). Il 12 luglio le reliquie vengono trasferite nella “capitale del nord”, San Pietroburgo, e la fila dei devoti moscoviti e da tutta la Russia si allunga in questi ultimi giorni presso la cattedrale di Cristo Salvatore, dove sono esposte. Anche alla Lavra pietroburghese di s. Aleksandr Nevskij, dove attendono la sacra spoglia, si attende una folla non meno imponente, che prima di giungere a baciare i resti del santo passerà in mezzo alle tombe di Dostoevskij e Musorgskij, ivi sepolti nel famoso cimitero monumentale all’ingresso del monastero.

    Su tutte le carrozze dell’onnipresente metropolitana di Mosca (una ventina di linee, seconda solo a quella di Parigi) viene ripetuto in continuazione l’annuncio, che spiega a chi intende recarsi alla cattedrale la necessità di scendere alla stazione “Frunzeskaja”, a diversi chilometri di distanza dal sacro luogo, per inserirsi nella silenziosa e impressionante coda di devoti che attendono fino a 8-9 ore per giungere all’incontro con il santo. Masse simili, negli anni scorsi, si erano viste in occasioni analoghe, per il pellegrinaggio in Russia della Cintura della Madonna nel 2011 (proveniente dalla Grecia) e per la reliquia di s. Andrea apostolo (donata da Amalfi a Patrasso in Grecia, e da lì portata in Russia nel 2003). Per trovare altre analogie, bisogna risalire al dicembre 1989, quando la salma del famoso dissidente Andrej Sacharov fu esposta per il commiato funebre nel palazzo della Gioventù di Mosca. Quel funerale fu la prima vera manifestazione pubblica di massa del post-comunismo, e le 10 ore di attesa che si raggiunsero in quell’occasione, alla temperatura di 20 gradi sottozero, testimoniavano la grande voglia del popolo russo di voltare finalmente pagina, dopo un secolo di follia e oppressione.

    La lunga attesa è una delle caratteristiche della natura stessa dei russi: le distanze infinite del territorio, spesso immerse in un clima gelido e ostile, costringono ad allenare una pazienza infinita prima di giungere alla meta desiderata, sia essa una località geografica, una conquista storica - la Russia fu uno degli ultimi Paesi ad abolire la schiavitù nel 1861, e ad ammettere la tolleranza religiosa nel 1905 -  o una dimensione spirituale. Il famoso starets s. Serafino di Sarov viveva nel bosco di Diveevo, a oltre 600 chilometri da Mosca. Tutta la Russia si recava da lui per ricevere consigli e direttive spirituali, e anche oggi sono numerosi i pellegrini che vi si recano in sua memoria, dopo il restauro del monastero. Molti padri spirituali, ricercatissimi dopo la fine del regime ateista, si ritirano in luoghi lontani e inaccessibili (sui monti del Caucaso, tra le steppe siberiane o nella tundra dell’Asia Centrale). I russi sono fin dal Medioevo tra i più zelanti pellegrini della lontanissima Terra Santa, e il sogno mistico di ogni strannik, il credente “vagabondo” tipico della spiritualità russa, è quello di giungere all’estremo della penisola Calcidica, agli eremi della Sacra Montagna, il Monte Athos che oggi di nuovo accoglie centinaia di novizi dalla Russia. Lo stesso presidente Putin vi si è recato già una decina di volte, sfruttando ogni occasione.

    La coda, come raccontano i pellegrini moscoviti, in realtà è tutt’altro che immobile e passiva. Si muove con ritmo regolare, accompagnata dalla preghiera “del cuore” e dal conforto di sacerdoti che dettano i toni delle litanie. Nel mondo bizantino, e in Russia in particolare, non c’è la tradizione delle orchestre di strada (nella preghiera sono proibiti gli strumenti musicali, considerati armi del demonio), né s’improvvisano canti popolari: la preghiera comunitaria è sempre liturgica e litanica, con invocazioni e risposte corali al sacerdote e al diacono, senza i quali è permesso solo il silenzio e la meditazione. La coda si muove con sufficiente prontezza, perché l’atto di devozione dura al massimo un secondo, il tempo di baciare la reliquia facendosi il segno di croce (anche in latino il termine “adorazione” indica il contatto delle labbra al corpo della persona venerata). La lunga attesa si scioglie così nella “gioia improvvisa”, come il titolo di una delle più amate icone mariane, corrispondente all’Annunciazione latina: Maria riceve l’illuminazione e l’annuncio della grazia dall’arcangelo, ed esprime in un istante il senso della felicità umana, che risiede nel contatto col divino.

    Sull’apposito sito dove si raccolgono i racconti dei pellegrini di san Nicola, uno dei primi post è quello di Alena Romanenko, che esprime tutta la sua gioia perché “dopo essermi fatta il segno della croce e aver baciato la reliquia, il prete mi ha permesso di farlo una seconda volta, e nessuno mi ha spinto via… penso che tutto dipenda da quello che ognuno ha nel cuore, e il santo ce lo tira fuori!”. In Russia come in ogni altro luogo, la fede ingenua e profonda è l’anima che rende la massa un popolo, e rende l’individuo una persona.

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