21/06/2016, 12.50
CINA - VATICANO
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Confusione e polemiche per il silenzio del Vaticano sul caso di mons. Ma Daqin di Shanghai

di Bernardo Cervellera

Per alcuni l’articolo di mons. Ma con cui elogia l’Associazione patriottica, riconoscendo i suoi “errori”, è solo “fango”. Per altri egli si è umiliato “per il bene della sua diocesi”. Molti esprimono perplessità per il silenzio della Santa Sede: silenzio sul contenuto dell’articolo; silenzio sulla persecuzione subita dal vescovo di Shanghai. Il sospetto che in Vaticano si vede bene lo svolgimento del “caso” Ma Daqin che però fa emergere un problema: la Lettera di Benedetto XVI (con cui dichiara l’AP non compatibile con la dottrina cattolica) è abolita? E chi l’ha abolita? Il rischio di una strada di compromessi senza verità.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Fra i fedeli di Shanghai continua a dominare la confusione per il “voltafaccia” del loro vescovo, mons. Taddeo Ma Daqin, che dopo quattro anni di arresti domiciliari per essersi dimesso dall’Associazione patriottica (AP), con un articolo pubblicato lo scorso 12 giugno, ha “confessato” i suoi errori e ha elogiato “il ruolo insostituibile nello sviluppo della Chiesa in Cina” per l’organismo di controllo del Partito comunista sulla Chiesa. A tutt’oggi molti fedeli e amici del vescovo credono che mons. Ma sia stato forzato a scrivere quell’articolo e che il suo contenuto “è solo fango”.

Un sacerdote del nord (lui stesso sotto sorveglianza del governo) ha parole di compassione per mons. Ma. “È comprensibile – dice ad AsiaNews – il cambiamento di mons. Ma Daqin. Egli ha accettato di ingoiare tutte queste umiliazioni considerandole con serietà. E lo ha fatto per il bene della diocesi, perché egli possa ritornare ad averne cura. Il governo cinese era fuori di sé per aver ‘perso la faccia’ davanti all’atteggiamento del vescovo di quattro anni fa. Il suo pentimento e i suoi elogi verso l’Associazione patriottica espressi nel blog, fanno riguadagnare ‘faccia’ al governo e questo potrebbe rendere le cose più facili per lo stesso Ma”.

Per molti cattolici cinesi, da diverse parti del Paese, lo stupore  più grande è dovuto al silenzio del Vaticano e ne chiedono un intervento per precisare che nell’articolo scritto o non scritto da mons. Ma vi sono “elementi non compatibili con la dottrina della Chiesa”.

Abolita la Lettera di Benedetto XVI?

In effetti, l’articolo, pieno di elogi sperticati verso l’AP, vanifica quanto Benedetto XVI aveva stabilito nella sua Lettera ai cattolici cinesi, definendo i principi di “indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa” su cui si fonda l’AP “incompatibili con la dottrina cattolica” (n. 7, nota 36). Per diversi cinesi, il silenzio del Vaticano sembra dare adito a far credere che la Lettera di Benedetto XVI sia superata.

Un sacerdote 70enne si domanda: “La Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi è stata abolita? E chi l’ha abolita? Con quale potere, visto che lo stesso papa Francesco ha detto che essa è ancora valida?”.

“Ammettiamo pure – continua - che quell’articolo di mons. Ma è un tentativo di mettersi d’accordo con il potere: non si rischia di affidare il cammino di fede a delle contrattazioni politiche? Fino a che punto si può arrivare in questo commercio? Avallare una sudditanza una volta, rischia di far scivolare verso una serie di compromessi.  E qual è il limite? A cosa teniamo? Accettiamo tutte le indicazioni dell’Ap e del governo? Accettiamo tutti i vescovi scomunicati? Accettiamo tutti i vescovi illegittimi (quelli non ufficialmente scomunicati)? Ma a questo punto non c’è più verità. Perché allora essere ancora cristiani?”.

In effetti sono in molti a prevedere per mons. Ma la stessa parabola di mons. Wu Qinqing, vescovo di Zhouzhi (Shaanxi). Egli, ordinato senza il permesso dell’AP e tenuto per 10 anni in isolamento, è stato installato dal governo come vescovo della sua diocesi solo dopo aver accettato di concelebrare con un vescovo illecito. “Fra poco vedremo Ma Daqin concelebrare con un vescovo illegittimo, o sarà chiamato a dare ‘show’ della sua ‘riconversione’ in preparazione alla Nona Assemblea [dei rappresentanti cattolici cinesi, in preparazione], o addirittura durante quella Assemblea”.

Il sacerdote – di una diocesi della Cina centrale - conclude con amarezza: “Il silenzio del Vaticano su questa situazione è davvero grave perché come minimo mantiene e accresce la confusione”.

Un vescovo del sud confessa il suo imbarazzo per il silenzio della Santa Sede: “Non importa chi sia l'autore dell'articolo, la Santa Sede deve ribadire che l'articolo contiene elementi non compatibili con la dottrina della Chiesa. Altrimenti si dà adito a sospetti e timori, come se la ‘riconversione’ di Ma Daqin fosse consentita da qualcuno in Vaticano magari nella speranza di promuovere il dialogo con il governo cinese”. “Il silenzio della Santa Sede – ribadisce – crea solo confusione e tante domande”.

Fallimento dei dialoghi Cina-Santa Sede

Per un laico professionista di Pechino il “voltafaccia” di mons. Ma Daqin rappresenta “un fallimento” della politica vaticana verso la Cina. “Se l’articolo pubblicato è di mons. Ma – egli dice ad AsiaNews - dobbiamo dire che il Vaticano ha fallito nella sua policy (che cercava il rapporto con il governo, ma affermava che l’AP è ‘inconciliabile con la dottrina cattolica’). Se non è stato Ma Daqin a scriverlo, allora è un gesto forzato e di persecuzione, che però nessuno denuncia, nemmeno la Santa Sede”.

“In realtà – continua -  in questo episodio si rivela il fallimento della politica vaticana: essa non ha mai sostenuto nemmeno moralmente il povero mons. Ma Daqin, anche se lui ha spesso inviato messaggi al papa. Dalla Santa Sede ha solo ottenuto un silenzio imbarazzante. Se Ma Daqin è stato costretto a scrivere l’articolo sul suo blog, significa che vi è stata violenza sulla sua persona, costretta a seguire la politica di falsa libertà religiosa del regime. Ma anche qui si evidenzia il fallimento della politica vaticana, nel tentare il dialogo con il governo cinese. Questo dialogo non è servito nemmeno a salvare un minimo di libertà per questo povero vescovo”.

Vale la pena notare che questa posizione è agli antipodi di quella manifestata da alcuni commentatori di questioni sino-vaticane che in questi giorni hanno detto che il caso di Ma Daqin fa ben sperare per i dialoghi fra Pechino e la Santa Sede perché smonta alcuni ostacoli a questo dialogo. Nessuna condanna per i quattro anni di arresti domiciliari per Ma Daqin; nessuno scandalo che un vescovo della Chiesa cattolica non sia raggiungibile per capire cosa lui pensa, vive e soffre: egli è solo “un caso” prima negativo, ora positivo per i rapporti diplomatici fra Cina e Santa Sede. Eppure proprio papa Francesco ha chiesto spesso a sacerdoti e vescovi (e penso anche ai laici) di non ridurre i problemi delle persone a “casi”, ma di avere a cuore il loro volto.

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