18/04/2007, 00.00
ARABIA SAUDITA
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Da re Abdullah qualche segno di apertura nel Paese dell’immobilismo

La preoccupazione di una evoluzione drammatica del futuro del regno spingono il monarca saudita ad un forte attivismo in campo internazionale, a concedere qualche spazio alle donne e alla possibilità di discussione. Ma sono fortissime le resistenze dei religiosi e della famiglia.
Riyadh (AsiaNews) – Un segno che le restrizioni sui media si stanno allentando: è stata vista così, dal diretto interessato, la decisione del quotidiano saudita Al Watan, di ridargli il suo posto di caporedattore dal quale era stato licenziato quattro anni fa per aver criticato la polizia religiosa. “Sono tempi diversi”, ha commentato Jamal Khashoggi, al momento di rientrare nel giornale, che è di proprietà del principe Khaled Al Faisal, governatore della provincia di Asir.
 
Pochi giorni prima, il 23 marzo, un articolo comparso su un altro quotidiano, Okaz, contestava la norma – fondata su affermati principi morali - che vieta alle donne di guidare le automobili ed a gennaio la principessa Adelah, figlia di re Abdullah, in un’intervista al filogovernativo Arab News affermava che “le donne saudite debbono avere l’opportunità di partecipare allo sviluppo sociale in tutti i campi” e si schierava a favore del lavoro femminile – attualmente molto limitato – pur sostenendo che i valori tradizionali vanno preservati. “Il re – sosteneva – vuole accrescere il ruolo delle donne come membri attivi della società e partner nelle attività economiche. Egli pensa che una donna capace onora suo padre, suo fratello e suo figlio”.
 
Sono timidi segnali di apertura nel Paese più “chiuso” dell’intero Medio oriente, in massima parte dovuti ai timori dell’84enne re Abdallah di un evoluzione drammatica della situazione del regno, stretto tra gli attacchi del terrorismo jihadista, che lo vorrebbe ancora più islamico, la crescente influenza iraniana nella regione, il pericolo del contagio iracheno ed il desiderio di modernità dei suoi abitanti, il 70% dei quali ha meno di 30 anni.
 
Così, sabato scorso, rivolgendosi ai 150 membri – obbligatoriamente tutti uomini – del Majlis al-Shura, il Consiglio consultivo di nomina reale, re Abdullah, ha ribadito la volontà di continuare nella sua politica di attivismo internazionale, che ha visto l’Arabia Saudita patrocinare l’accordo tra le fazioni palestinesi, rilanciare il suo piano per una pace con Israele, impegnarsi fortemente per risolvere la crisi libanese. “E’ compito del regno – ha detto – di giocare un effettivo ruolo per difendere il mondo arabo, salvaguardare i suoi interessi e affrontare i pericoli di conflittualità, divisioni e conflitti che lo minacciano, il primo dei quali è la crescente ostilità tra i gruppi islamici e specialmente tra sunniti e sciiti”.
 
Sul piano interno, dopo aver sottolineato l’importanza dell’unità della nazione – sono anche interne ad essa le tensioni tra sunniti e sciiti – ha illustrato una serie di progetti riguardanti il rimodernamento del sistema educativo, lo sviluppo di quello giudiziario e la creazione di un ente per combattere la corruzione. E venerdì ha messo la principessa Al-Jowhara bint Fahd ibn Muhammad a capo dell’Università femminile di Riyadh, facendola divenire la prima donna saudita ad occupare un ruolo di tale importanza.
 
D’altro canto, gli esponenti religiosi continuano ad opporsi a concerti e rappresentazioni pubbliche, i negozi debbono essere chiusi nei cinque momenti quotidiani di preghiera, ristoranti e bar debbono avere sale separate per donne e famiglie, l’adulterio e l’omosessualità sono teoricamente punite con la morte, di libertà religiosa non se ne parla proprio ed è di oggi la notizia di una specifico corso di preparazione della polizia religiosa all’indagine sull’uso dei computer, mentre cresce il numero dei blog, naturalmente anonimi.
 
E le annunciate riforme politiche, con la possibilità di allargare il governo a gruppi diversi – si era persino ipotizzato, per la prima volta, un ministro sciita – non si sono viste. Eppure, secondo alcuni, sono l’unica via per assicurare stabilità e riconciliazione nel Paese che è il maggior produttore mondiale di petrolio ed è per questo centrale negli interessi economici e politici dell’Occidente.
 
Il fatto è che la pur molto limitata volontà riformatrice di re Abdullah si scontra contro la cocciutaggine di decine di fratellastri e la recalcitranza di centinaia di cugini e nipoti, oltre alle obiezioni dogmatiche dei religiosi wahabiti. Il risultato, finora, è stato quello di un insormontabile immobilismo. (PD)
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