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  • » 19/12/2008, 00.00

    ASIA - USA

    Debito Usa verso l’insolvenza; a rischio le riserve valutarie cinesi

    Maurizio d'Orlando

    In pochi mesi il debito pubblico americano è cresciuto del 100% del Pil. C’è il timore di una crisi valutaria del dollaro, con enormi conseguenze sui Paesi asiatici, forti esportatori verso gli Usa.

    Milano (AsiaNews) – Negli Usa si aggrava il pericolo di insolvenza del debito, mettendo a rischio le riserve valutarie dei Paesi stranieri, Cina in testa. Secondo un aggiornamento fornito da Bloomberg nei giorni scorsi (25 nov. 2008[1]) per bloccare la crisi finanziaria, il governo americano ha impegnato un totale di 8.549 miliardi di dollari. In tal modo si arriva ad un totale di circa 24.400 - 25.400 miliardi di dollari di debito pubblico diretto o indiretto, che pesa sul contribuente americano. Nel computo globale bisogna infatti includere pure il debito – circa 5/6 mila miliardi di dollari – di Fannie Mae e di Freddie Mac, ora equiparabili di fatto a società parastatali in quanto il loro capitale è controllato al 79,9 % da un ente pubblico, la Federal Housing Finance Agency, che le gestisce in regime di pubblica conservatoria.

    Nel 2007 il debito pubblico Usa era 10.600 miliardi di dollari a fronte di un Pil (prodotto interno lordo) dello stesso anno pari a 13.811 miliardi di dollari. Il debito pubblico del 2007 era perciò il 76,75% del Pil. In un solo anno il debito pubblico diretto o indiretto è aumentato del 100 % del Pil, giungendo fino al 176,9 % - 184,2 %. Da queste percentuali è escluso il debito garantito dalle polizze assicurative rilasciate da AIG, anch’essa statalizzata e gli impegni per di spesa per sanità (Medicaid e Medicare) e pensioni (Social Security)[2]. A titolo di paragone, gli accordi di Maastricht impegnano gli Stati europei membri dell’Unione Europea (Ue) a ridurre il proprio debito pubblico affinché non superi il 60 % del Pil del Paese. Sempre a titolo di paragone, in uno dei paesi Ue con il maggiore debito pubblico, l’Italia, il debito pubblico nel 2007 è stato pari al 104 % del Pil.

    Il debito pubblico americano nel 2007 era detenuto per il 61,82 % [3]da investitori esteri, in massima parte asiatici. Pertanto il debito pubblico Usa detenuto da stranieri non residenti è pari a circa il 109,39 % (113,86 %) del Pil. Secondo uno studio del Fondo monetario internazionale, i Paesi il cui debito pubblico è detenuto per oltre il 60 % da stranieri non residenti, incorrono in un alto rischio di crisi valutaria ed insolvenza o moratoria sul debito pubblico. A livello storico non ci sono esempi recenti di paesi la cui moneta sia valuta di riserva che siano incorsi in una insolvenza sul debito pubblico. Pochi o nulli sono anche i precedenti di un incremento così vasto e rapido del debito pubblico.

    Gli Stati Uniti hanno per di più un forte deficit corrente del bilancio statale e della bilancia commerciale. Anche famiglie ed imprese sono molto indebitate: il debito privato americano nel 2007 era pari ad un po’ più del 100 % del Pil. Non è per il momento chiaro quanta parte del debito privato americano sia stato “nazionalizzato” con i recenti salvataggi.

    Nei primi mesi del prossimo anno, quando saranno noti i dati ufficiali, gli Stati Uniti corrono il serio rischio dell’insolvenza. Ciò comporterebbe anzitutto una crisi valutaria per il dollaro. In seguito, gli USA potrebbero dover affrontare una crisi sociale come quella dell’Argentina nel 2001. Una crisi sul debito pubblico statunitense è probabile che si ripercuota con forza sui Paesi asiatici maggiori esportatori verso gli Usa ed in primo luogo sulla Cina. Le autorità monetarie cinesi, grazie ad un tasso di cambio artificiale fortemente sottovalutato, circa del 55 %, hanno compresso le importazioni (tra cui quelle di generi alimentari) ed hanno ottenuto un surplus di esportazioni. Hanno così accumulato un forte ammontare di riserve valutarie in dollari. In una crisi valutaria la Cina rischia di perdere molto del valore delle riserve monetarie accumulate. Viceversa la compressione delle importazioni (grano, altri cereali e carne) ha generato in Cina un’inflazione dei prezzi dei generi alimentari, i beni di consumo più rilevanti per oltre 900 milioni di cinesi. Non è che una piccola conferma delle recenti dichiarazioni del Papa nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, dove il pontefice reputa “piatto”, senza profondità e spessore l’attuale sistema finanziario e le sue tecniche (nn. 10-12), che si preoccupa di creare ricchezze dal nulla, conducendo il pianeta al disastro attuale . [4]

    [1] Vedi Bloomberg, 2008-11-25 16:35:48.130 GMT “U.S. Pledges Top .5 Trillion to Ease Frozen Credit (Table)”

    [2] In tal caso, escluse le polizze AIG, si arriva ad un totale pari al 429,37 % del Pil.

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