26/02/2019, 12.55
INDIA
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Elezioni in India: caste e islam distorti a scopo politico

A maggio il Paese vota per eleggere il prossimo governo centrale. L’India è uno Stato laico, ma in vista delle tornate elettorali la religione e l’appartenenza castale vengono sfruttate da tutti i partiti. Le città dal nome “troppo islamico” cambiano nome. Gli studenti del Kashmir denunciano aggressioni dopo l’attentato che ha provocato la morte di diversi soldati

New Delhi (AsiaNews) – Non solo pellegrinaggi e pseudo-scienza, ma anche caste e religione islamica al servizio della politica. È quanto sta avvenendo in India, dove a maggio si voterà per eleggere il prossimo governo generale, la Camera bassa del Parlamento (Lok Sabha) e alcune Assemblee statali. Questa volta, dopo il grande raduno indù del Kumbh Mela, organizzato in forma faraonica sulle sponde dei fiumi Gange e Yamuna a Allahabad (in Uttar Pradesh), a essere cavalcate dal dibattito politico sono l’appartenenza castale e religiosa, dopo l’attentato compiuto in Kashmir da un gruppo islamico legato al Pakistan che ha provocato la morte di 44 soldati.

L’India è un Paese formalmente laico, multiculturale e pluralista. L’articolo 25 garantisce la libertà di culto e di propagazione delle fede. La sua popolazione è a maggioranza indù, tuttavia la pacifica convivenza tra le comunità religiose è sempre stata un cardine fondamentale dello Stato. Secondo l’ultimo censimento sulla popolazione del 2011, su oltre 1,2 miliardi di abitanti, nel Paese gli indù sono il 79,8% (quasi 967 milioni); i musulmani sono la minoranza più numerosa, cioè il 14,23% della popolazione (pari a circa 173 milioni); i cristiani sono appena il 2,3% degli abitanti, con 27,8 milioni.

Nonostante il panorama sociale permeato da buoni rapporti tra le comunità etniche e confessionali, alla vigilia delle varie tornate elettorali tornano a essere ribadite le differenze religiose e di casta, sfruttate dall’uno o dall’altro partito.

È il caso dell’approvazione delle quote riservate per i poveri delle caste elevate. Oppure quanto avvenuto nella città di Allahabad, che il Chief minister Yogi Adityanath ha deciso di rinominare Prayagraj dal per via dell’antico nome “troppo islamico”. La pratica di cambiare nome alle località per puro scopo politico è diventata ormai tradizione e non ne sono esenti nemmeno i governi di sinistra, che hanno sostituito diversi termini inglesi con quelli indigeni, per pacificare i gruppi linguistici locali.

Dall’attacco del 14 febbraio scorso a Pulwama, nel territorio conteso al confine tra India e Pakistan, a lamentarsi sono gli studenti provenienti dal Kashmir. Essi denunciano che a prescindere dall’appartenenza religiosa e castale, stanno subendo varie forme di abusi. Alcuni college hanno reso noto che non accetteranno l’iscrizione di alunni provenienti dalla Valle o intimano loro di lasciare le stanze affittate. Uno di loro, Irshad, riporta un sentimento di “islamofobia” sia da parte degli insegnati che dei compagni. Per paura, sta studiando a casa. “Se non mi faranno passare l’esame del corso – dice – non avrò altra scelta che andare a lavorare nelle fabbriche di mattoni. Conosco tanti studenti musulmani molto più brillanti di me che già lo fanno”.

Infine l’appartenenza di classe. In Uttar Pradesh, ad esempio, la popolazione musulmana classificata come “caste svantaggiate”, votava di solito per il Samajwadi Party. I dalit invece erano rappresentati a livello politico dal Bahujan Samaj Party. Il Bharatiya Janata Party (nazionalisti indù), raccoglievano i consensi dei brahmini. I Jat (contadini) votavano per il gruppo locale Rashtriya Lok Dal. Dopo i massacri dei musulmani a Muzaffarnagar del 2013, che ha provocato 50mila profughi, questo partito si è alleato al Bjp e ora è una grande forza politica all’interno dello Stato.

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