08/10/2018, 16.34
INDIA - VATICANO
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Giovane indiano al Sinodo: non solo telefonini, ma trovare noi stessi

di Anna Chiara Filice

Percival Holt è l’unico giovane indiano invitato all’incontro dei vescovi. Parla di un nuovo modello di gioventù, nato dalla rivoluzione digitale e dall’imitazione dei modelli occidentali. Una “transizione generazionale” che crea turbamento e pone nuove sfide. La “fede in azione” accanto alla preghiera.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Ciò che i giovani dell’India chiedono ai vescovi cattolici è che essi “ci aiutino a trovare la nostra strada realizzando noi stessi, non solo imitando i modelli occidentali”. Lo dice ad AsiaNews Percival Holt, l’unico giovane indiano presente al Sinodo dei vescovi che si svolge in Vaticano fino al 28 ottobre. Il ragazzo, appena 25enne ma con una lunga esperienza di militanza cattolica, racconta come vivono le nuove generazioni del suo Paese, le loro ansie e le paure. Dal racconto emerge un nuovo “prototipo di gioventù”, fatto di rapporti più aperti tra maschi e femmine e con le altre religioni, di interesse per la cultura occidentale, di ricerca di autonomia personale e buoni posti di lavoro per raggiungere l’indipendenza economica. Accanto a tutto questo, aggiunge, si è formata una nuova consapevolezza dell’essere cristiani: “Non ci basta più solo la preghiera, i giovani d’oggi vogliono mettere in azione la loro fede”.

Percival ha 25 anni e un master in biotecnologie; vive a New Delhi ed è il presidente dell’Indian Catholic Youth Movement. Ha iniziato a frequentare il gruppo a 17 anni, e da allora ha avuto modo di conoscere diverse realtà indiane. Per questo tiene a precisare che “esiste una netta differenza tra come vivono i giovani all’interno del Paese, da nord a sud”. La sua esperienza è quella di un giovane educato, nato e cresciuto nella capitale, dove “più si avverte l’influsso della cultura occidentale. I giovani delle città puntano ad avere un buon lavoro e prima ancora, una buona istruzione. Conducono una vita molto simile a quella dei giovani europei o americani. I ragazzi che vivono nelle zone più rurali, hanno più o meno le stesse aspettative, con la differenza che sono più orientati alla famiglia”. Per “orientati alla famiglia” Percival intende non solo l’attaccamento ai legami familiari, ma soprattutto la necessità di fare carriera per sostenere la famiglia dal punto di vista economico. Per fare una semplificazione, “i giovani delle città pensano di più a loro stessi, i giovani dei villaggi alla comunità”.

Quella che racconta Percival è la “generazione digitale”, che ha assistito al boom della diffusione di internet e dei social media. Il giovane condivide le perplessità di papa Francesco a proposito di questa generazione 2.0 attaccata sempre al telefonino. “I giovani in India – spiega – sono molto radicati nei legami familiari, nelle tradizioni culturali che spesso si mescolano alla religione. Negli ultimi anni però abbiamo preso parte alla rivoluzione digitale e siamo circondati da una sovraesposizione dei modelli provenienti dall’estero. Questo rischia di spingerci ad un’imitazione passiva di altri stili di vita, cercando di copiare l’esistenza di qualcun altro. Quando però si paragona con la propria realtà, emerge il divario: e questo può portare a grandi frustrazioni personali o a sviluppare un senso d’inferiorità”.

Spesso, sottolinea Percival, “ciò che i giovani vogliono essere, non si concilia con le tradizioni della famiglia e questo crea profondo turbamento”. Pertanto è necessario che “i vescovi ci guidino in questa fase transitoria. Chiediamo loro che ci aiutino a capire il valore del lavoro, della carriera del denaro, della famiglia e come conciliare ogni cosa. Non vogliamo solo imitare, ma realizzarci come persone”.

Di fronte a questa società in continuo mutamento, ai modelli provenienti dall’estero, alla maggiore possibilità di viaggiare, secondo Percival ai giovani cattolici “non basta più solo la preghiera, vedono la loro fede come ‘fede in azione’. Ovviamente la preghiera è alla base della nostra fede, e vogliamo esprimerla nella pratica aiutando gli altri, con opere caritatevoli, servizi umanitari, sostenendo i più bisognosi nella ricerca di lavoro. Se io riesco a trovare lavoro a qualcuno, aiuto i più bisognosi, provo gioia nel fare questo al prossimo. È il mio modo per vivere la fede, la maniera in cui porto a termine la mia missione di cristiano”.

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