21/01/2010, 00.00
VIETNAM
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Ho Chi Minh City, condanne da cinque a 16 anni per i dissidenti accusati di sovversione

Fra questi vi è Paul Le Cong Dinh, 41enne avvocato cattolico. Al carcere si aggiunge una pena aggiuntiva agli arresti domiciliari. Il procedimento si è svolto fra imponenti misure di sicurezza. Diplomatico Usa: giudizio contrario agli obblighi in materia di diritti umani.
Ho Chi Minh City (AsiaNews/Agenzie) – Si è concluso con una sentenza di condanna il processo a carico dell’avvocato cattolico Paul Le Cong Dinh e di altri tre attivisti per la democrazia in Vietnam. Le pene variano da cinque a 16 anni di prigione, a cui si aggiunge un ulteriore periodo agli arresti domiciliari. Il dibattimento si è tenuto ieri a Ho Chi Minh City ed è durato un giorno solo, rispetto ai due previsti in origine. Imponenti le misure di sicurezza predisposte dalla polizia, mentre un piccolo gruppo di diplomatici e giornalisti occidentali ha potuto seguire l’udienza all’esterno della sala, attraverso uno schermo a circuito chiuso.
 
Paul Le Cong Dinh, avvocato vietnamita cattolico di 41 anni, famoso per le sue battaglie a difesa dei diritti umani, è stato condannato a cinque anni di carcere. Il blogger Nguyen Tien Trung, 26 anni, dovrà scontare una pena di sette anni. Entrambi erano incriminati per attività volte a “rovesciare il governo comunista” e hanno “ammesso” la propria colpa davanti ai giudici.
 
Tran Huynh Duy Thuc, 43 anni, e Le Thang Long, 42 anni, sono stati condannati rispettivamente a 16 anni e cinque anni di carcere. Durante l’udienza essi hanno respinto ogni addebito; il pubblico ministero li ha accusati di mantenere un atteggiamento di “diffidenza” verso i giudici e il tribunale. Il capo di imputazione formulato a carico degli attivisti – che dovranno scontare anche da tre a cinque anni ai domiciliari – prevede pene che variano da un minimo di 12 anni di prigione alla condanna a morte.
 
Durante l’udienza Tran Huynh Duy Thuc ha precisato che il suo comportamento “non ha violato la legge”. Egli ha ammesso di aver firmato una confessione in cui riconosce la difesa del multi-partitismo e denuncia “maltrattamenti” subiti nel corso dell’inchiesta.
 
Un gruppo di diplomatici e di giornalisti occidentali ha seguito il dibattito all’esterno dell’aula, attraverso una televisione collegata al circuito chiuso. Proibiti telecamere e telefoni cellulari. Le autorità hanno predisposto un massiccio schieramento di forze dell’ordine, per prevenire possibili proteste.
 
Ieri Kenneth Fairfax, del consolato generale statunitense, ha denunciato un giudizio contrario agli “obblighi” internazionali del Vietnam in materia di diritti umani. Egli ha anche chiesto la liberazioni di tutti i prigionieri, richiusi nelle carceri per aver “espresso pacificamente” le proprie opinioni.
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