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    » 14/01/2016, 00.00

    ASIA

    Il petrolio scende sotto i 30 dollari al barile, tremano le oligarchie del mondo



    Il brent crude rimbalza dopo poche transazioni a 30,22 dollari, ma il prezzo continua a scendere da 15 mesi di fila. Pesano il calo della domanda energetica in Cina e le tensioni geopolitiche internazionali, ma il punto centrale rimane la sovrabbondanza di petrolio a fronte di una richiesta in calo continuo. Mosca annuncia una revisione del budget per il 2016; Washington si affida alle trivellazioni offshore. L’Arabia Saudita rischia più di tutti e interviene per calmierare il settore idrico e i carburanti. Unico superstite, l’Iran.

    Roma (AsiaNews) – Per la prima volta dall’aprile del 2004, questa mattina il prezzo del petrolio è sceso sotto i 30 dollari Usa al barile. Il ribasso è durato pochissimo: il “brent crude” – titolo usato come indicatore per il greggio nei mercati internazionali – è rimbalzato da 29,96 a 30,22 dollari nel giro di poche transazioni. Tuttavia il record al ribasso si inserisce in un trend che va avanti da 15 mesi: in questo periodo, il prezzo del petrolio è calato del 70%.

    Gli esperti sono concordi nel ritenere il calo permanente. Peter Pulikkan, analista del settore energetico per Bloomberg Intelligence, ritiene la soglia dei 30 dollari un “livello psicologico chiave per gli investitori. Si tratta di una quotazione che impone ai protagonisti di questo mercato un ripensamento totale. Nel 2015 il mantra relativo al greggio era ‘meno, per più tempo’. Ora siamo nella fase ‘sempre meno, per ancora più tempo’”.

    Dietro questa riduzione nel breve periodo vi è di certo la fragilità dell'economia cinese. La “fabbrica del mondo” continua a produrre sempre meno, e la sua richiesta di energia è in calo. Pesano inoltre le polemiche sollevate dal riscaldamento globale e gli scontri fra i Paesi produttori. Ma il vero motivo rimane la grande disponibilità di petrolio sul mercato e il generale declino della domanda. Cui va aggiunta una generale instabilità socio-politica in tutte le nazioni che vivono di petrolio.

    Daniel Yergin, esperto di politiche energetiche e vice presidente di IHS, non ha dubbi: “Il punto di partenza è la sovrapproduzione di greggio e la battaglia per le quote di mercato fra i Paesi produttori. Se a questo aggiungiamo il calo cinese, la rivalità geopolitica fra Arabia Saudita e Iran e l’imminente ritorno del petrolio di Teheran sui listini, otteniamo questo risultato. Otto anni fa tutto questo sarebbe stato inconcepibile”.

    I petrodollari, scrive oggi il Wall Street Journal, “stanno divenendo petrocentesimi. Ora bisogna capire se le nazioni implicate nel settore potranno sopportare il cambiamento”. Il riferimento è a Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela: tutti chiedono oggi un incontro urgente dell’Opec (Organizzazione delle nazioni che esportano petrolio) nel quale quanto meno cercare di trovare una linea comune. Fuori dalla lista, almeno per ora, gli Stati Uniti: le trivellazioni offshore si sono dimostrate utili a generare una sorta di autarchia energetica che potrebbe garantire la stabilità del mercato Usa.

    Se il prezzo rimane a questi livelli, i tagli ai vari budget nazionali sono inevitabili. Ma il punto finale è la possibile instabilità sociale provocata dall’impoverimento, che potrebbe condurre a cambi di regime in Paesi quanto meno repressivi. Un esempio, scrive la Jamestown Foundation, viene dal Kazakhstan: il padre-padrone della nazione, Nursultan Nazarbayev, ha annunciato una serie di liberalizzazioni – un piano in 100 punti “verso il sogno kazako” – con le quali spera di capitalizzare le industrie statali e rimpinguare le casse svuotate dal crollo del barile. Riforme “che avvengono però in un periodo troppo critico per essere considerate sincere”.

    Anche Mosca cerca di correre ai ripari. Il primo ministro russo, Dimitri Medvedev, ha annunciato che intende rivedere il budget nazionale per il 2016 e ha chiesto al Paese di “prepararsi per il peggior scenario economico possibile, quello in cui il prezzo del petrolio continuerà a scendere”. Le tasse generate dal mercato del greggio e del gas costituiscono circa il 50% del totale delle entrate nazionali: il budget per l’anno appena iniziato si basava su una stima di 50 dollari al barile. Per Anton Siluanov, ministro delle Finanze, il conto totale “sarebbe in pari con un prezzo di 82 dollari al barile. Senza quella cifra, dobbiamo tagliare”.

    La crisi colpisce duro anche le monarchie del Golfo, le quali però hanno una facile via di uscita: Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti sono infatti garantiti dalle agenzie di rating internazionale (hanno tutte una doppia “A”, giudizio considerato corretto dagli analisti). Qualora dovessero aver bisogno di liquidi, potrebbero chiedere prestiti alla comunità internazionale a ottimi tassi di interesse. La Russia (tripla “B” negativa) e il Venezuela (tripla “C”) non hanno la stessa possibilità.

    Discorso a parte merita l’Iran, non valutato dal rating internazionale perché ancora soggetto a sanzioni economiche da parte della comunità internazionale. Il quarto produttore di petrolio al mondo – dopo Riyadh, Mosca e Washington – vede un costante miglioramento della propria economia interna man mano che si allenta la tensione diplomatica nei suoi confronti. E dopo circa 40 anni di privazioni derivate dall’opposizione americana, anche il barile a 30 dollari porterebbe un boom per l’intera popolazione.

    La nazione più a rischio sembra essere l’Arabia Saudita. Il suo deficit di bilancio ha toccato lo scorso anno il 15% del Prodotto interno lordo, al punto che il governo ha dovuto prendere provvedimenti speciali – e senza precedenti – per calmierare il settore del carburante e dell’acqua e aiutare così la distensione della pressione fiscale. Non si tratta di generosità, sottolinea il Financial Times: “Con una minoranza sciita sul piede di guerra e la continua minaccia dello Stato islamico, la monarchia wahabita rischia grosso a sfidare il risentimento pubblico”. 

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