01/02/2019, 12.22
LIBANO
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Investimenti, debito e rifugiati: le sfide del nuovo governo libanese

Fuochi d’artificio sui cielo di Beirut hanno salutato ieri la nascita dell’esecutivo, per la terza volta guidato da Hariri. Sono 30 i ministri, quattro dei quali sono donne. Cauto ottimismo dalla stampa locale e regionale. I problemi “interni” frutto dei conflitti regionali e internazionali. Servono riforme per sbloccare i miliardi promessi.

Beirut (AsiaNews) - Fuochi d’artificio ad illuminare il cielo di Beirut e il rendimento di alcuni bond libanesi ai massimi livelli dall’agosto scorso hanno salutato, ieri pomeriggio, la nascita del nuovo governo dopo nove mesi di stallo politico e tensioni fra i gruppi in Parlamento. Il Paese dei cedri celebra la formazione di un esecutivo di unità nazionale, come auspicato a più riprese in passato dallo stesso patriarca maronita card Beshara Raï. Analisti ed esperti parlano di “compromesso” che ha permesso “a tutti [i partiti e fazioni] di salvare la faccia”.

Il Primo Ministro Saad al-Hariri - al terzo mandato - parla di “mosse coraggiose” necessarie per affrontare i “problemi annosi”, in primis il pesante debito. Il premier, utilizzando [evento raro nei discorsi ufficiali] il libanese dialettale in luogo dell’arabo letterario, si è scusato con i cittadini “per il grave ritardo” nella nascita del nuovo esecutivo: un gesto, anche questo, assai inusuale in un Paese in cui i politici non rendono conto del proprio comportamento o dei propri errori.

Il nuovo governo è composto da 30 ministri, quattro dei quali sono donne, inclusa la titolare del dicastero [una prima assoluta] degli Interni. Dal maggio scorso il Libano attendeva la nascita di un esecutivo forte e unito, per superare le molte minacce e sfide: dalle difficoltà economiche (con un debito pari al 150% del Pil) alla crisi immigrazione; dalla crescente povertà al problema occupazionale che colpisce con maggior incidenza i giovani. Una situazione, denuncia la Chiesa libanese, di gravissima difficoltà, acuita dalla guerra nella vicina Siria, che ha innescato una emergenza umanitaria senza precedenti.

Gebran Bassil, alleato politico del movimento sciita filo-iraniano Hezbollah e genero del presidente Michel Aoun, mantiene il ministero degli Esteri. Il dicastero della Difesa, che gode di un vasto budget frutto dei finanziamenti statunitensi, è affidato a un altro fedelissimo del capo di Stato: Elias Bou Saab. Dalle finanze, Rayya Hassan (una delle quattro donne al governo) passa al ministero degli Interni. Una donna guiderà anche il dicastero dell’Energia, mentre alle Finanze resta il confermato Ali Hassan Khalil. 

La stampa locale e regionale ha accolto con favore - pur con differenti sfumature a seconda dei blocchi di riferimento, sunnita, sciita o cristiano - la nascita di un governo frutto di “delicati compromessi”, che dovrà affrontare “una gravissima crisi economica”. Analisti e osservatori ricordano che i problemi “interni” che ne hanno ostacolato a lungo la nascita sono, in realtà, il riflesso dei conflitti regionali e internazionali che finiscono per ripercuotersi sul Libano. 

Pur godendo di ampio credito e sostegno in Occidente, l’esecutivo resta sotto osservazione negli ambienti governativi a Washington per la presenza di elementi di Hezbollah. Gli Stati Uniti non nascondono la propria “preoccupazione” per possibili influenze di una “organizzazione terrorista” che risponde agli ordini di Teheran. Avendo perso oltre un terzo dei parlamentari alle ultime elezioni, Hariri ha dovuto far ricorso ad aiuti esterni e a soluzioni di compromesso in una nazione formata da 18 comunità religiose e da una condivisione dei poteri tanto efficace, quanto fragile. 

Ad Hariri il compito di avviare riforme necessarie per sbloccare gli 11 miliardi di dollari in prestiti e aiuti promessi dalla comunità internazionale e trovare una soluzione ai profughi siriani sul territorio, quasi 1,5 milioni su un totale di 4 milioni di abitanti. Nel mirino le precarie finanze dello Stato, infrastrutture fragili e progetti di sviluppo ancora fermi sulla carta. “Serve un programma chiaro e coraggioso di riforme” ha dichiarato il premier, insieme a norme finalizzate “allo sviluppo che non possono più essere procrastinate. Dobbiamo voltare pagina e iniziare a lavorare”.

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