05/10/2017, 11.18
INDIA
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Kanchan Kumari Sao: voglio essere imprenditrice di me stessa, contro i matrimoni infantili

di Kanchan Kumari Sao

La ragazza è stata educata in una scuola di don Bosco in India. La tradizione familiare prevedeva per lei il matrimonio dopo la 10ma classe. Il padre analfabeta ha voluto che continuasse gli studi. Kanchan vuole entrare in un’azienda tutta al femminile. Vuole anche creare opportunità lavorative per le ragazze del suo villaggio e impedire che si sposino in giovane età.

Calcutta (AsiaNews) – “Mio padre è sempre stato il mio eroe. Da analfabeta, voleva che i figli studiassero. E ha puntato i piedi contro il volere della famiglia, che voleva darmi in sposa a 16 anni”. È la storia di Kanchan Kumari Sao, una ragazza indiana originaria del Jharkhand e cresciuta a Calcutta, in West Bengal. L’ha raccontata ad AsiaNews p. M C George Menamparampil, responsabile degli Uffici missionari della Congregazione di don Bosco e coordinatore delle azioni dei salesiani in situazioni di crisi e disastri naturali in tutto il mondo. Kanchan è una delle tante ragazze indiane salvate e istruite dalle scuole di don Bosco, mentre il fenomeno dei matrimoni infantili e forzati non accenna a diminuire in tutto il mondo.

P. Menamparampil riporta che Kanchan cresce e va a scuola. A 16 anni il suo destino sarebbe stato segnato, se il padre non fosse intervenuto con una scelta “rivoluzionaria” per la tradizione di famiglia: la ragazza deve studiare. E così, seguendo l’esempio del padre-eroe che è un operaio edile, Kanchan sceglie una formazione in ingegneria civile in una scuola professionale di don Bosco. Oggi il suo obiettivo è entrare nella “Nariprise”, un’azienda formata da sole donne che sono imprenditrici di se stesse e rischiano tutto per il proprio futuro. Vuole anche cambiare la mentalità della gente del suo villaggio e spingerli a riconoscere il valore dell’istruzione femminile. Di seguito il racconto (traduzione a cura di AsiaNews).

Quando ho superato gli esami della 10ma classe [circa 16 anni, ndr] è cominciata la guerra. I miei nonni e gli zii volevano che mi sposassi subito. Mio zio diceva che sua figlia aveva 15 anni, e dato che era più giovane di me, io avrei dovuto sposarmi per prima, come impone la sacra tradizione del nostro gruppo tribale. Ma mio padre ha puntato i piedi, affermando che io avrei dovuto studiare fino alla 12ma classe, o almeno fino ai 18 anni. Ed eccomi qui, ormai ho passato da tempo i 18 anni, e ancora studio – e sono così felice!

Mi chiamo Kanchan Kumari Sao. Sono al terzo anno del corso di diploma per diventare ingegnere civile. È un lungo passo per una ragazza tribale adivasi, figlia di un padre analfabeta e proveniente da un remoto villaggio nella giungla del Jharkhand.

Mio padre viveva in un’unica casa insieme a quattro fratelli e alle loro famiglie, come una “famiglia congiunta” [tipica nel subcontinente indiano, ndr]. A quel tempo non esistevano scuole nel villaggio. Quando avevo tre anni, mio padre è emigrato con noi a Calcutta. Fino a quel momento egli aveva lavorato solo nei campi di riso o nella raccolta dei prodotti della foresta. In città ha iniziato a lavorare come coolie [manovale pagato alla giornata – ndr] nelle imprese edili. Ma non aveva ambizioni per sé. Voleva invece che i suoi figli studiassero. Lavorava sodo, guadagnava, imparava e cresceva.

Mia mamma ha studiato fino alla quarta classe. È lei che ha scelto la mia scuola. Le scuole medie in lingua inglese erano troppo costose, perciò ho studiato quatto anni in una hindi. Quando è venuto il turno di mio fratello, anche lui ha studiato nella stessa scuola. Ma a quell’epoca mia madre aveva scoperto un programma speciale.

La scuola di don Bosco a Liluah [nel distretto di Howrah, alla periferia di Calcutta – ndr] accoglieva bambini della classe media. Essi pagavano la retta. Ma di sera chiunque poteva andare lì e frequentare corsi di inglese, anche se per poche ore rispetto ad una scuola normale. E tutto gratis! Mio fratello ha frequentato entrambe le scuole: in hindi durante il giorno, quella di don Bosco la sera. Dopo quattro anni in questo modo, egli è stato ammesso ai corsi regolari dell’istituto di don Bosco. Ora frequenta la 10ma classe.

Dopo il quarto anno, anche io ho provato a frequentare la scuola media in inglese; ma purtroppo, conoscendo solo l’hindi, non riuscivo a stare al passo con i compagni di classe che ne avevano iniziato lo studio fin dalla materna. Perciò sono tornata alla mia vecchia scuola.

La 10ma classe è un passaggio importante in India. La commissione per l’educazione statale conduce esami e distribuisce certificati. Ciò consente di trovare un lavoro un po’ più elevato rispetto al semplice impiego manuale. Nonostante il litigio con il resto della famiglia, la decisione era che il mio percorso scolastico doveva continuare. La questione successiva era cosa avrei dovuto studiare.

Il nostro vicino era un insegnante del Dbseri (Don Bosco Self-Employment Research Institute, Istituto di ricerca di don Bosco per l’auto-impiego) a Mirpara. Egli mi ha suggerito un corso vocazionale che si svolgeva all’istituto. “Qual è l’utilità per Kanchan di arrivare fino alla 12ma classe a meno che non vada all’università dopo? Che lavoro può trovare con quel certificato?”, domandava. Abbiamo studiato la lista dei corsi al Dbseri. Papà è sempre stato il mio eroe. Lavorava nelle costruzioni. E io ho deciso di intraprendere il corso di ingegneria civile. Magari non poteva aiutarmi con la teoria, ma di sicuro lo avrebbe fatto nella pratica. Mamma invece voleva che diventassi sarta.

Abbiamo consultato fratel Matthew. Egli ha guardato il livello [d’istruzione] cui ero arrivata, mi ha domandato cosa mi piacesse fare e cosa no, ha analizzato il passato della famiglia e mi ha consigliato di fare ingegneria. “Di sarti ce ne sono a bizzeffe”, è stata la sua risposta. “L’industria edile continuerà a crescere a ritmo veloce dato che l’economia indiana è in forte espansione. Con facilità potrai diventare supervisore del cantiere”.

Ci ha raccontato la storia di Preety Gupta, un’altra migrante dal Bihar, che aveva fatto lo stesso corso dopo la 10ma classe. All’inizio ha trovato impiego in un’azienda. Oggi ha una sua impresa con progetti in tre Stati, tra cui un palazzo residenziale di 16 piani. Preety lo ha supervisionato “dalla prima colata di cemento per le fondamenta all’ultima pennellata d’intonaco”, come lei stessa affermava.

Il dado era stato lanciato. Mi sono iscritta a ingegneria civile – un corso di diploma di tre anni. Fratel Matthew è stato così gentile! Mi ha permesso di pagare una retta più bassa perché mio padre era povero! Sfortunatamente ho stretto amicizia con una ragazza sbagliata della mia classe. Facevamo marachelle e marinavamo la scuola. Alla fine del primo anno non ho passato gli esami. A quel punto mio padre mi ha detto che avrei dovuto decidere: ripetere il primo anno o lasciare la scuola, se lo studio era troppo intenso per me.

Ho scelto di cambiare. Mi sono allontanata dagli studenti disobbedienti. Cosa ancora più strana, mentre i miei risultati miglioravano, gli amici stretti di un tempo diventavano invidiosi del mio crescente successo. Ho superato il secondo tentativo. Non mi sono mai guardata indietro. Ora in classe per la maggior parte del tempo sto da sola.

Il Dbseri infonde fiducia in noi stessi, oltre a [fornirci] competenze sulle costruzioni. [Da allievi], abbiamo iniziato ad avvertire che possiamo fare un lavoro di qualità e persino creare, costruire e gestire un’azienda di nostra proprietà. Alcune lezioni vertono su come amministrare una piccola impresa. Altre attività co-curricolari mirano a costruire la nostra personalità. Le ragazze ricevono lo stesso rispetto dei ragazzi. Sono così grata a don Bosco e a fratel Matthew.

Ora sono all’ultimo anno. Sto osservando il “Nariprise” del Dbseri. In hindi, “nari” significa “donne”. La parola Nariprise è una nostra invenzione: vuol dire “impresa delle donne”. Ed è la risposta ad un recente problema. Tre anni fa, a Delhi, una ragazza è stata stuprata con brutalità e alla fine è morta. Dopo quell’episodio sono state approvate alcune leggi più severe. Qualche tempo fa una ragazza, laureata in questa scuola, era a lavoro insieme ad un uomo. È accaduto “qualcosa” di inaccettabile. I lavoratori maschi ne hanno pagato le conseguenze e la compagnia ha avuto cattiva pubblicità e problemi legali. In seguito, tutte le imprese in maniera silenziosa hanno licenziato le lavoratrici donne. Il risultato è che oggi nessuno assume donne.

È stato lo stesso fratel Matthew ad incoraggiare le donne a entrare in questa riserva di uomini. Perciò si dispiaceva del fatto che esse non avessero più dove andare. Ad un tratto gli è venuta l’idea del Nariprise. E 12 laureate, su un totale di 24, hanno accettato la sua sfida. Si sono registrate presso il governo come sei piccole imprese.

Fratel [Matthew] aveva un fratello, un appaltatore. Gli ha chiesto di subappaltare la costruzione di bagni e cucine per queste ragazze. Ma l’appaltatore aveva timore di correre rischi con un tale mucchio di principianti, appena uscite da scuola, e per giunta tutte ragazze! Le ragazze hanno messo a sua disposizione le proprie capacità in modo del tutto gratuito, per [la costruzione di] 10 bagni e cucine, [con la promessa] che egli avrebbe potuto continuare a lavorare con loro solo se le laureate avessero soddisfatto i suoi standard. E così è stato! i primi bagni e cucine sono stati consegnati secondo la tabella di marcia, e le ragazze hanno vinto il contratto per il resto dell’edificio ed in seguito per altri due.

Nariprise è tuttora molto piccola. Presto faremo più in grande e meglio. Le persone ricche hanno paura di rischiare soldi in cose nuove. Noi non abbiamo soldi da investire. Ma investiamo su noi stesse e rischiamo il nostro futuro. Abbiamo fiducia nelle nostre capacità, nel duro lavoro e nel nostro leader. Egli ci ama. Un giorno riusciremo anche a sganciarci da lui. Ed è esattamente ciò che egli si aspetta da noi.

Potremmo crescere con maggiore velocità se avessimo da parte qualche soldo. Abbiamo bisogno di investire nella formazione dei muratori che impieghiamo e negli attrezzi. Ci serve più meccanizzazione.

Io ho diversi sogni. Il primo è costruire una casa per me stessa. Nel villaggio cinque famiglie vivevano accalcate in un’unica casa. A Calcutta siamo in affitto. Io costruirò la mia casa.

Il secondo sogno è un corollario del primo – avere una compagnia edile di mia proprietà. All’inizio sarà piccola, ma poi crescerà. Guadagnerò e darò lavoro ad altri, soprattutto alle donne.

Ho anche un sogno per le ragazze del mio villaggio. Io ho rifiutato il matrimonio a 15 anni. Nonostante ciò, mio zio ha fatto sposare sua figlia – più giovane di me – prima dei 18 anni. Le ragazze del mio villaggio, e altrove, non devono sposarsi così giovani.

Mi piace fare visita al mio villaggio. La foresta è splendida, non come Calcutta, una città piena di gente e sudicia; mi piace stare in compagnia dei cugini e degli zii; il cibo è delizioso. Ma le persone sono talmente povere. Possono fare solo lavori manuali nei campi. E le ragazze sono costrette a sposarsi così in tenera età!

Ora nel villaggio è sorta una scuola, ma ha dei livelli d’istruzione pessimi. La maggior parte dei bambini, soprattutto le femmine, non vanno a scuola. I genitori hanno paura di due cose se acconsentono all’educazione delle bambine. La prima è che quando esse sono lontano da casa, possono essere stuprate e persino uccise. La seconda è che potrebbero sposare ragazzi non adatti. Ma la soluzione non è impedire che le donne ricevano un’istruzione.

Un giorno voglio influenzare la mia gente affinchè essa capisca che ragazzi e ragazze devono avere le stesse opportunità di studio, e studiare fin quando vogliono. Quel giorno io sentirò di aver realizzato i miei sogni.

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