03/03/2020, 11.26
CINA
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Karluk: uiguri discriminati perché ‘diversi’

Per l’accademico uiguro, la realtà quotidiana nello Xinjiang/Turkestan orientale è ben peggiore di quanto rivelato da documenti recenti. I confuciani Han considerano il “diverso” un traditore. Ostracismo del Partito anche verso tibetani, mongoli, cristiani, Falun Gong e stranieri. Comunità internazionale paralizzata dalle minacce di Pechino.

Ankara (AsiaNews) – “La condizione del popolo uiguro è ben più tragica di quanto finora descritto dai media internazionali”. È quanto dichiara ad AsiaNews Abdürreşit Celil Karluk, sociologo uiguro dell’università Haci Bayram Veli di Ankara. Per l’esperto di questioni etniche in Cina, “la leadership di Pechino è riuscita a paralizzare l’azione della comunità internazionale grazie alle minacce e alla corruzione”. Secondo le Nazioni Unite, oltre un milione di uiguri (su una popolazione di quasi 10 milioni) e altre minoranze turcofone di religione islamica sono detenuti in modo arbitrario nello Xinjiang, regione autonoma occidentale della Cina. Per Pechino si tratta di centri di educazione e assistenza professionale per combattere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo islamico. Attivisti per i diritti umani e molti governi, tra cui Stati Uniti e Unione europea, li descrivono come veri e propri campi di internamento. In una ricerca pubblicata lo scorso 1 marzo, l’Australian Strategic Policy Institute (Aspi) sostiene che più di 80mila internati uiguri sono impiegati in fabbriche fuori dello Xinjiang come parte del programma governativo di “rieducazione”. Per i redattori dello studio, questi cittadini cinesi sono sottoposti a “lavori forzati”, sfruttati da 83 grandi marchi internazionali, tra cui Apple, Samsung, Microsoft, Google, Mitsubishi, Siemens, Sony, Nike, Adidas and LaCoste – oltre a Huawei, il gigante cinese delle telecomunicazioni. L’indagine dell’Aspi giunge poco dopo la pubblicazione di documenti che gettano luce sugli aspetti burocratici della repressione etnico-religiosa in corso in quello che gli uiguri chiamano “Turkestan orientale”. Di seguito pubblichiamo l'intervista integrale a Karluk.

Professor Karluk, sono usciti nuovi documenti e dati sulle repressioni subite dagli uiguri nello Xinjiang: pensa siano attendibili?

Quanto pubblicato di recente non riflette appieno la realtà in cui si trovano a vivere gli uiguri nella loro terra. Secondo la tradizione burocratica del Partito comunista cinese (Pcc), gli ordini e le direttive per iscritto non coincidono con quanto attuato in concreto: la condizione del popolo uiguro è pertanto ben più tragica di quanto finora descritto. I leader locali del Partito, specialmente nello Xinjiang e nel Tibet, adottano misure repressive per compiacere i superiori e ottenere avanzamenti di carriera.

Molti osservatori sostengono che il Pcc punti a cancellare le tradizioni islamiche nello Xinjiang perché queste rappresentano una minaccia alla stabilità socio-politica della Cina. È questo l’obiettivo delle autorità comuniste?

Lo scopo del Partito non è quello di massacrare o sradicare gli uiguri perché sono musulmani. La filosofia han, il gruppo etnico maggioritario in Cina, non accetta la diversità e la coesistenza tra differenti culture. C’è un vecchio detto confuciano: “Chi è escluso dal mio clan è un traditore”. Il Pcc ha la stessa attitudine ostile verso tibetani, mongoli, cristiani, appartenenti al Falun Gong e, in genere, tutti gli stranieri.

Nella tradizione confuciana la “differenza” è una minaccia. Il pensiero del Pcc è poi più autoritario di quello confuciano e vede negli uiguri un pericolo perché essi sono una nazione “diversa”, pronta a costruire un proprio Stato moderno, con il proprio sistema culturale di riferimento. In Cina anche gli hui sono di credo musulmano, ma il Partito non li considera pericolosi perché hanno aderito ai principi confuciani e hanno accettato la loro “sinizzazione”.

Crede che la comunità internazionale, e in particolare la Turchia, stia facendo abbastanza per fermare la repressione nello Xinjiang?

La leadership di Pechino è riuscita a paralizzare l’azione della comunità internazionale grazie alle minacce e la corruzione. Lo stesso vale per la Turchia, che per affinità etniche, linguistiche e culturali dovrebbe avere a cuore il destino del popolo uiguro. Ankara e il resto del mondo dovrebbero fare di più per far cessare il massacro degli uiguri in Cina, che è da considerarsi un crimine contro l’umanità.

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