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» 30/05/2007 08:54
MALAYSIA
Kuala Lumpur non riconosce la conversione della cristiana Lina Joy
Oggi la Corte federale ha rimesso al tribunale islamico il caso di Lina Joy, la donna che da anni chiede il riconoscimento legale della sua conversione dall’islam. Diventa lampante la contraddizione interna al Paese: la libertà religiosa garantita dalla Costituzione non può convivere con la legge islamica, che viene imposta sempre più anche a cittadini non musulmani. Fuori dal tribunale centinaia di manifestanti gridano “Allah-o-Akbar”.

Kuala Lumpur (AsiaNews) – Duro colpo alla garanzia di libertà religiosa in Malaysia. Lina Joy, la donna convertitasi dall’islam al cristianesimo, ha perso la sua lunga e coraggiosa battaglia per vedere riconosciuta legalmente la sua nuova fede. Oggi la Corte federale, il più alto tribunale civile del Paese, a cui si era appellata come ultima speranza, ha deciso che solo la Corte islamica potrà rimuovere la parola “islam” dai suoi documenti d’identità
.
Su tre giudici chiamati a sentenziare sul caso, uno si è espresso a favore e due contro la richiesta della cristiana; questi ultimi sono il capo della Giustizia, Ahmad Fairuz Sheikh Abdul Halim ed il giudice federale Alauddin Mohd Sheriff. Il verdetto arriva dopo anni di attesa e un infuocato dibattito pubblico interno, segnato da pressioni dei fondamentalisti islamici e minacce di morte alla donna ed ai suoi legali.
 
Azlina Jailani, 42 anni, inizia a frequentare la chiesa nel 1990, finché nel 1998 decide di battezzarsi e prendere il nome di Lina Joy. Nel 2000 chiede di essere registrata come cristiana sulla sua carta d’identità (documento in cui compare d’obbligo la religione di appartenenza) rivolgendosi prima all’anagrafe e poi alla Corte di appello. Solo così avrebbe potuto sposare il suo fidanzato, un cristiano di origine indiana. Entrambe le istanze, però, rifiutano e la donna nel 2005 fa appello alla Corte federale. Il problema è che Lina, essendo di etnia malay, è considerata “d’ufficio” musulmana e “non può cambiare religione”. Pur garantendo formalmente piena libertà religiosa, infatti, la Malaysia stabilisce che tutte le questioni di fede dei malay - anche la loro conversione - vadano giudicate dalla Corte islamica e non dalle leggi civili. Di fatto nel Paese esistono due legislazioni: quella islamica e quella costituzionale che spesso entrano in conflitto. Nel caso di Lina Joy è evidente: la Costituzione garantisce la libertà di religione; la legge islamica proibisce la conversione a un'altra religione.
 
La sentenza di oggi costringere così Lina Joy a sposare un musulmano e a sottostare di conseguenza alle discriminatorie leggi islamiche su matrimonio ed eredità. L’avvocato della donna, Benjamin Dawson, ha più volte ricordato in passato che la Costituzione malaysiana non richiede l’approvazione del tribunale islamico per convertirsi dall’Islam.
 
Dallo scorso anno la donna ha dovuto abbandonare il suo lavoro e vivere nascosta per le minacce di morte che continuava a ricevere. Anche il suo legale, musulmano, è oggetto di pesanti intimidazioni. Oggi, davanti alla Corte federale circa 200 manifestanti hanno gridato “Allah-o-Akbar” (Allah è grande) dopo il pronunciamento del verdetto.
 
Su una popolazione di 24.385.858 abitanti, in Malaysia il 60% è musulmano di etnia malay, il resto è diviso tra cristiani, induisti, buddisti e culti come quello sciamanico. Da tempo le minoranze denunciano una progressiva espansione della sharia. Le leggi islamiche una volta disciplinavano solo le questioni personali e familiari, mentre ora coprono sempre più ambiti della vita. Ad aprile scorso la Conferenza episcopale malaysiana insieme alle altre comunità non musulmane in Malaysia ha partecipato ad una campagna nazionale di preghiera per il “ritorno della libertà religiosa” nel Paese.

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