26/11/2009, 00.00
INDIA
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L’India ricorda le vittime dell’attentato a Mumbai dell’11 novembre 2008

di Nirmala Carvalho
L’esercito sfila nelle strade per la“Marcia della protezione”. Un sopravvissuto ricorda l’attacco del Taj Mahal e “la tristezza che offusca ogni sentimento di rabbia o di vendetta”. “Questa tragedia mi ha insegnato che la vita umana è preziosa, che dobbiamo preservarla come un tesoro”.
Mumbai (AsiaNews) - Tutta l’India commemora le vittime degli attentati che il 26 novembre di un anno fa hanno insanguinato Mumbai. La giornata in cui il Paese ricorda i 174 morti è iniziata già nella notte. Gli obiettivi colpiti dai terroristi sono mete di pellegrinaggio. Davanti agli hotel Taj Mahal e Oberoi Trident, alla stazione ferroviaria di Chhatrapati Shivaji, al Leopold Café, al Cama Hospital e alla Chabad house passano gruppi o singole persone per rendere omaggio alle vittime .
 
La polizia ha aperto le commemorazioni ufficiali sfilando con le forze di sicurezza, i reparti antiterrorismo e mezzi di assalto. La Suraksha march, che significa “Marcia della protezione”, ha toccato i luoghi degli attentati percorrendo il tragitto compiuto dal gruppo dei 10 terroristi. Una manifestazione di forza per sottolineare che i militari e polizia oggi sarebbero pronti a rispondere ad un’altra aggressione improvvisa senza lasciare la città in preda al terrore per quasi 60 ore, come invece è successo un anno fa.
 
Oggi alle finestre e per le strade di Mumbai si vedono bandiere dell’India e striscioni contro la violenza ed il terrorismo. Dopo lo shock la capitale finanziaria del Paese non si è mai fermata. Ha cercato di nascondere sotto il tran tran quotidiano i segni indelebili di un’inquietudine che si porta addosso dalla notte del 26/11.
 
AsiaNews ha incontrato uno dei sopravvissuti all’attacco del Taj Mahal hotel. È un giovane 24enne cristiano che ancora oggi lavora nell’albergo. Chiede di non essere citato per nome e ad un anno dall’attentato dice che “la tristezza offusca ogni sentimento di rabbia o di vendetta”. Ha perso degli amici. E nelle sue parole il loro ricordo è velato da un senso di colpa “perché io sono sopravvissuto mentre i miei colleghi sono morti nella tragedia. Le loro vite sono state interrotte da questa insensata strage, i loro sogni per il futuro si sono spenti in pochi minuti”.
 
Il ricordo del 26/11 è ancora vivo nella sua memoria: “I primi rumori degli spari, gli scoppi improvvisi che spaventano gli ospiti e mi mettono in allerta”. Ricorda con amarezza anche gli attentatori: “Erano ragazzi giovani, non più vecchi di noi impiegati, molti abili nel maneggiare gli AK47 e le granate”. Racconta che pochi giorni dopo l’attacco aveva subito ripreso il suo lavoro cercando di recuperare quello che si era salvato e fare un inventario dei danni “ma il peso della tristezza ha continuato ad essere schiacciante”.
 
Nelle settimane seguite all’attentato le sue giornate sono state segnate “non dalla rabbia, ma dalla tristezza e dal rammarico per l’insensata perdita di vite umane e per la violenze che non porta a nulla”. Il Natale dell’anno scorso non è riuscito nemmeno a fare l’albero: “Non riuscivo a gioire quando così tanti miei amici erano stati uccisi” Ma oggi, a distanza di un anno, dice che “la culla della Natività mi dà nuova speranza. La vulnerabilità del Bambino Gesù è un segno di nuova vita e la precarietà della sua nascita nella mangiatoia mi da un immensa forza e coraggio”.
 
Nel giorno in cui l’India commemora le sue vittime il tribunale speciale allestito per giudicare l’unico terrorista sopravvissuto ha annunciato di aver concluso l’esame delle quasi 600 testimonianze raccolte. Dal Pakistan è giunta ieri la notizia dell’incriminazione di sette militanti islamici implicati negli attentati. E fra gli accusati c’è anche Zakiur Rehman Lakhvi, comandante delle operazioni del movimento estremista Lashkar-e-Taiba considerato la mente dell’attacco terroristico. Per molti è un segno di apertura da parte di Islamabad ma India e Pakistan faticano a ristabilire pieni e franchi rapporti dopo il 26/11. I 10 attentatori di Mumbai erano di nazionalità pakistana. I giorni successivi all’attentato hanno segnato uno dei punti di crisi più grave nei rapporti tra i due Paesi con la sospensione delle relazioni e New Delhi che punta l’indice dritto contro il governo di Islamabad accusandolo di responsabilità dirette negli attentati.
 
Il 24enne sopravvissuto non vuole parlare di politica, ma critica le tante speculazioni e polemiche seguite al 26/11 dice: “Come è possibile fare un mercato della morte degli ospiti e dei nostri colleghi? I nostri colleghi hanno lasciato parenti e famiglie in lutto. A noi è oggi chiesto di partecipare al loro dolore”.
 
Ad un anno di distanza dal 26/11 il giovane cristiano dice: “Se questa tragedia mi ha insegnato qualcosa è che la vita umana è preziosa, che dobbiamo preservarla come un tesoro. E che dobbiamo rispettare e apprezzare ogni persona, amico, collega e familiare”.
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