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  • » 22/05/2007, 00.00

    CINA

    La Borsa cinese e il rischio della crisi economica

    Maurizio d'Orlando

    Gli alti e bassi della Borsa di Shanghai, la febbre per gli immobili vuoti preoccupano gli economisti mondiali. A rischio vi è lo scoppio di una bolla finanziaria che coinvolge tutto il mondo.
    Milano (AsiaNews) – Secondo alcuni economisti, il mercato finanziario cinese è sull’orlo dello scoppio di una bolla speculativa. Se il governo non interviene abbassando la crescita economica, il rischio è la destabilizzazione della società.
    Nell’ultimo anno e mezzo la borsa di Shanghai ha avuto un aumento del 235 %; quella di Shenzhen, nello stesso periodo, è cresciuta del 289 %. La frenesia borsistica ha ormai contagiato tutti nella fascia costiera, la più industrializzata della Cina. Non di rado gli studenti universitari giocano in borsa il contante destinato a coprire le spese di vitto e alloggio e le rette per gli studi. Gli impiegati comprano e vendono in borsa fino a quando essa chiude e subito dopo iniziano a svolgere il lavoro da cui traggono lo stipendio. Anche i pensionati investono in borsa. Alcuni ipotecano perfino l’appartamento per comprare azioni. A tutte le età, dal medico al portiere, tutti giocano in borsa. La passione dei cinesi per i giochi d’azzardo e la venerazione per la fortuna non è certo una novità, ma è di oggi il fatto che anche le imprese cresciute in poco tempo con la grande espansione economica di questi anni, trascurano il proprio settore di base per dedicarsi ai giochi finanziari.
     
    Crescita economica e yuan sottovalutato
     
    Tale frenesia ha certo buone giustificazioni. Nel 2006 la crescita dell’economia cinese è stata del 10,7 % ; nel corso del primo trimestre 2007, il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato dell’11,1 % su base annua e questo è il quarto anno consecutivo di un’espansione ad un ritmo vicino o superiore al 10 %. È anche vero, però, che un nucleo di realtà è la base per molte esagerazioni. La crescita borsistica cinese è ormai troppo gonfiata rispetto alla pur forte espansione dell’economia reale: lo si desume da un parametro di valutazione abbastanza significativo: il rapporto tra i prezzi medi di borsa e gli utili medi delle aziende quotate. Alla borsa di Shenzhen tale rapporto è 60; quello della borsa di Shanghai è leggermente inferiore. A titolo di paragone, nel Dow Jones americano, il medesimo rapporto è circa 17. In altri termini, per le imprese quotate a Shenzhen, supponendo che gli utili attualirimangano sempre invariati, il prezzo attuale di borsa è pari alla somma degli utili per i prossimi sessanta anni e questo sembra francamente poco ragionevole.
    Un multiplo superiore al normale non sempre è sintomo di una sopravvalutazione: gli economisti parlano in questi casi di previsioni di crescita. Ad esempio un multiplo di 60 potrebbe corrispondere ad una previsione di utili pari a dieci volte quelli attuali per i prossimi sei anni. Anche questo però non sembra molto ragionevole. In teoria l’andamento della borsa, se sufficientemente rappresentativa, dovrebbe riflettere quello generale dell’economia del paese. È intuitivo che difficilmente l’economia della Cina potrà decuplicare ogni anno per i prossimi sei anni. In alternativa possiamo ipotizzare che l’economia cinese mantenga gli attuali ritmi di crescita. Per poter considerare realistica l’attuale capitalizzazione di borsa, cioè il valore globale di tutte le imprese quotate calcolato sulla base dei prezzi di listino, dovremmo presupporre la continua progressione di una smisurata concentrazione della ricchezza nazionale cinese in poche imprese ed in poche mani. Anche questa ipotesi è però poco probabile perché, pur con tassi di crescita che nel resto del mondo sono solo un sogno, il livello dei conflitti sociali gravi, circa trecento al giorno, salirebbe in maniera esponenziale e difficilmente sostenibile, anche mediante un aumento, ad esempio, della repressione.
     
    Può la Cina continuare la propria corsa ?
     
    Pur supponendo che sia possibile che la concentrazione di ricchezza finanziaria aumenti a dismisura, non sarà facile soddisfare la condizione precedentemente presupposta, vale a dire il mantenimento degli attuali ritmi di crescita economica.] Nel caso della Cina, la sua popolazione è il 22 % di quella mondiale, mentre il suo Pil rispetto a quello mondiale è ancora relativamente basso,
    circa la metà, se calcolato agli attuali tassi di cambio . Il mantenimento di un tasso di crescita economica annuo simile a quello attuale, diciamo del 10 %, significa il raddoppio, in circa sette / otto anni, del valore globale dell’economia cinese. Apparentemente potrebbe sembrare ragionevole o quanto meno possibile. In fin dei conti tale crescita significherebbe che il reddito pro capite cinese tra sette / otto anni sarebbe vicino a quello medio mondiale attuale.
    D’altro canto, dall’anno 1 dell’era cristiana fino al 1820 circa, il Pil cinese variava tra circa il 26 ed il 36 % di quello mondiale. Dalla prima metà dell’800 - dall’introduzione dell’oppio a cura degli inglesi - tale rapporto è andato diminuendo fino a toccare un minimo negli anni di Mao (nei primi anni ‘70 era attorno al 7 % di quello mondiale). Secondo la Banca Mondiale (BM), nel 2005 il Pil cinese era il 14,37 % di quello mondiale. È stata senz’altro una bella galoppata, sviluppata per di più in un arco di tempo irrisorio in termini storici, ma a prima vista potrebbe esserci ancora spazio per il raddoppio del valore attuale dell’economia cinese in un arco temporale di sette / otto anni. Se nel 1820 il reddito pro capite cinese era il 36 % di quello mondiale perché nel 2015 non potrebbe situarsi tra il 20 e il 30 % di quello mondiale ?
    Il punto è che quel 14,37 % di cui si è detto è calcolato in termini di parità di potere d’acquisto, l’unico metodo che consente paragoni più o meno ragionevoli tra paesi del mondo e situazioni molto differenti[1]. Se invece si fa il raffronto a tassi di cambio di mercato[2] , il Pil cinese, sempre nel 2005, è stato grosso modo, secondo i dati della BM, appena il 5,5 % di quello mondiale. La sproporzione tra i due dati, il 14,37 % ed il 5,5 % del Pil mondiale, entrambi relativi allo stesso anno, è più che evidente ed è interamente dovuta alla spropositata sottovalutazione della valuta cinese, lo yuan, e le stesse autorità cinesi lo sanno bene. È infatti evidente che gran parte della crescita economica reale di questi anni è il risultato proprio di un deliberato artificio finanziario, la sottovalutazione dello yuan (RMB).
     
    La rincorsa dell’economia cinese in circa trenta anni, dal 7 % al 14,37 % in termini reali, è stata ottenuta grazie al traino delle esportazioni sotto costo e dunque in un certo senso a spese del resto del mondo. Questo modello di sviluppo difficilmente potrà reggere ulteriormente. È infatti forse poco noto che già ora il Pil cinese, in termini reali, cioè a parità di potere d’acquisto, vale 8.814 miliardi di dollari ed è il secondo al mondo dopo quello degli Stati Uniti, che vale 12.416 miliardi di dollari (dati BM relativi al 2005). Se dovesse permanere l’attuale differenziale di crescita economica è facile prevedere che in pochi anni il Pil cinese finirebbe per sopravanzare quello americano. Se finora, per una serie di calcoli politici e di interessi economici specifici, i dirigenti cinesi hanno avuto di fatto mano libera in questa loro pluriennale manipolazione del cambio e delle esportazioni, non sembra ragionevole supporre che continueranno a trovare le porte aperte per mantenere un modello di sviluppo a spese del resto del mondo e squilibrato all’interno.
     
    Frenare la crescita e rivalutare lo yuan: i rischi della Cina
     
    Da quando la BPC, la banca centrale cinese, nel luglio del 2005 ha permesso una più che controllata fluttuazione dei cambi, la valuta cinese si è apprezzata di un po’ più del 5 % e nel primo trimestre di questo anno pari a 0,96 %. Per evitare aspettative di eccessive rivalutazione del cambio è però subito sceso in campo il Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale. Secondo una nota resa pubblica lo scorso 10 maggio[3] , un ulteriore incremento del 5 – 10 % del tasso di cambio comporterebbe la perdita di circa 3,5 milioni di posti di lavoro, mentre il reddito, già molto basso, di circa 10 milioni di contadini ne sarebbe compromesso. In base alle statistiche ufficiali gli addetti alle imprese industriali e manifatturiere dedite all’esportazione sono circa 70 milioni mentre 100 milioni sono gli occupati in agricoltura che producono derrate destinate ad essere esportate. Si noti inoltre che mentre la disoccupazione nelle zone urbane e costiere è circa il 4 %, in realtà se si include la sotto-occupazione rurale, la percentuale dei disoccupati in Cina è del 10 – 14 %. Se le autorità monetarie permettessero una rivalutazione del tasso di cambio in linea con il potere d’acquisto interno, esploderebbe il già forte livello di conflitti sociali, che per il momento si mantiene ancora a bassa intensità e a livelli controllabili. Anche se i dirigenti cinesi volessero collaborare con le autorità occidentali, non possono permettersi di rallentare le esportazioni perché in tal caso sarebbe a rischio l’equilibrio politico interno ed in ultima analisi il proprio potere.
    Da qui nasce il groviglio finanziario. Con lo yuan artificialmente basso, la Cina continua ad accumulare surplus record di riserve di valuta estera generate dalle esportazioni. Nel 2006 il surplus commerciale cinese ha raggiunto il livello record di 177,5 miliardi di dollari, con un incremento del 74 % rispetto all’anno precedente. Perciò, la People’s Bank of China (la PBC,  la banca centrale), detiene più di 1.200 miliardi di dollari di riserve valutarie, più di qualsiasi altra banca centrale al mondo ad eccezione di quella degli Stati Uniti che non ha la necessità di mantenerne. La Federal Reserve americana, infatti, può stampare dollari a volontà, ipso facto generando valuta che, dagli accordi di Bretton Woods del 1944 e poi dall’inconvertibilità aurea decretata il 15 agosto 1971, ha valore di riserva.
     
    La bolla finanziaria
     
    L’origine della bolla finanziaria cinese è proprio in questa massa di liquidità in dollari generata dal surplus delle esportazioni. I dollari generati dalle esportazioni, convertiti in yuan per le aspettative di rivalutazione, non appartengono alle aree rurali interne della Cina e pertanto non raggiungono quelle zone che più ne avrebbero bisogno, né in termini di investimenti in grandi infrastrutture, né in maggiori consumi, per innalzare un tenore di vita di pura sussistenza. Tali disponibilità monetarie vanno invece ad alimentare conti correnti a vista, remunerati dalle banche cinesi con un basso tasso d’interesse il cui controvalore globale è di circa 4.000 miliardi di dollari. Il piccolo risparmiatore cinese delle zone industrializzate sa per esperienza che le banche locali hanno una affidabilità non eccelsa. Infatti il sistema bancario cinese è stato sì ricapitalizzato più volte negli scorsi anni ma non è stato ristrutturato a fondo perché il potere di erogare a discrezione il credito bancario è una delle basi primarie del controllo politico interno da parte della dirigenza comunista cinese. È così che, in mancanza di un adeguato sistema pensionistico o di fondi pensione privati e non avendo altra alternativa che il conto corrente a bassa remunerazione presso banche - solo pochi anni fa rivelatisi alquanto fragili - inizialmente l’investimento in borsa poteva essere visto come un’opzione non del tutto sconsiderata. Pur essendo la borsa cinese nella sua prima infanzia e non garantendo di certo livelli specchiati di trasparenza, in fondo l’affidabilità dei conti delle imprese quotate non era di sicuro peggiore di quelli delle banche locali. L’alternativa alla borsa ed ai conti correnti era l’investimento immobiliare e di fatti i prezzi nelle zone costiere ed in particolare di Shanghai hanno raggiunto livelli speculativi difficilmente giustificabili in termini di utilizzo a scopi abitativi o commerciali. Molti edifici rimangono perciò vuoti. La caratteristica davvero peculiare della Cina di oggi è che, parallela alla frenesia di borsa, si è infatti sviluppata una corsa al mattone, quello che solitamente è considerato un bene rifugio alternativo all’azzardo dei mercati finanziari. Da ultimo, ma non meno importante, è opportuno ricordare che molti dei dollari generati dalle esportazioni sono impiegati dalle banche e dalla stessa PBC per finanziare il debito americano. C’è però da dubitare che tutto ciò possa durare a lungo. AsiaNews suggerisce dunque di disinvestire dalla borsa cinese ? Francamente non è proprio la nostra missione fornire consulenze e pareri di gestione patrimoniale. D’altro canto già da mesi alcuni gestori bisbigliano ai clienti più fidati di “alleggerire” quanto investito nella borsa cinese.
     
    La crisi della Cina e la crisi mondiale
     
    D’altra parte non è del tutto sicuro che un crollo della borsa cinese sia così imminente. La ragione è che il Partito Comunista al potere celebrerà il suo 17° congresso il prossimo autunno per approvare importanti cambiamenti al vertice ed eleggere un nuovo governo in marzo. In queste occasioni, se si può trarre una qualche indicazione da precedenti storici recenti, c’è da attendersi che, per propagare ottimismo ed entusiasmo nell’economia e nella società, la dirigenza cinese sarà più propensa ad indulgere nella spesa pubblica e negli investimenti, che al rigore.
    Ma non tutto può conformarsi alle esigenze dell’agenda e del ciclo politico. Secondo alcuni analisti se l’indice della borsa di Shanghai raggiunge quota 4.000 – al momento è attorno a 3.500 – anche per la principale piazza borsistica della Cina il multiplo delle quotazioni di mercato rispetto agli utili sarebbe 60. Si tratta di una soglia molto significativa: questo era il livello raggiunto dalla borsa giapponese nel 1987, prima del crollo che aprì la lunga stagione di una stagnazione ultra decennale di tutta l’economia, da cui a stento il Giappone ne è uscito solo da poco. Simili considerazioni si possono sviluppare relativamente allo scoppio a Wall Street e poi in America della bolla speculativa della “New Economy” e relativamente alla crisi finanziaria monetaria ed economica che, originatasi nel luglio del 1997 in Thailandia, si propagò poi al resto dell’Asia e nel 1998 alla Russia.
    Il ciclo decennale sembra dunque prossimo ad una nuova scadenza nel 2007 o nel 2008, con una differenza significativa: il ruolo delle banche centrali e delle istituzioni monetarie questa volta potrebbe essere minore. Il crollo del 1987 fu la conseguenza della stretta monetaria imposta dagli Stati Uniti al Giappone con l’accordo del Plaza nel 1985. Il governatore della Federal Reserve di allora, Volker, voleva limitare le esportazioni giapponesi che allora dilagavano sul mercato americano, come ora quelle cinesi. Nel 1997 il crollo fu attribuito alla stretta imposta dal Fondo Monetario Internazionale alle economie a quell’epoca emergenti della regione, (Corea del Sud, Taiwan Tailandia, Indonesia e Filippine) le cosiddette allora tigri asiatiche, che da tale momento non si sono più del tutto riprese con gli stessi ritmi di crescita. Oggi il dominio delle banche centrali e delle istituzioni monetarie sembra molto minore. La finanza “innovativa” – derivati finanziari, fondi speculativi ad alto rendimento, cartolarizzazioni e molte altre simili alchimie – la liberalizzazione dei mercati e la globalizzazione hanno prodotto una bolla monetaria probabilmente senza precedenti nella storia, di cui quella cinese non è che un corollario. Secondo dati della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea, la “banca centrale” delle Banche Centrali, il volume globale della “quasi moneta” è pari a circa 50 volte il volume del Pil mondiale. È una bolla incandescente di denaro cartaceo, o meglio elettronico, senza sostanza, che si può propagare ad una velocità incontrollabile e che ormai può facilmente travolgere ogni autorità ed istituzione monetaria ed economica. Basta solo una piccola scintilla per incendiare tale bolla e tale scintilla potrebbe scoccare in Cina. Gli effetti verrebbero risentiti in tutto il mondo, e non sarebbero diversi da quelli derivati dallo scoppio di simili bolle nella storia: un impoverimento per molti e la concentrazione di ricchezze e potere in mano a pochi. La globalizzazione non ha annullato il ciclo economico: forse lo ha solo un po’ allungato e ne ha reso gli effetti più generalizzati e probabilmente più profondi.
    [1] Tale metodo è simile concettualmente al metodo Geary-Khamis utilizzato per i confronti storici.
    [2] Occorre ricordare però che in Cina il tasso di cambio è ancora stabilito dalla Banca Centrale, vale a dire da funzionari del Partito Comunista.
    [3] Dal titolo Valutazione della Rivalutazione del RMB sull’Occupazione .
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