20/08/2008, 00.00
MYANMAR
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La giunta birmana impedisce l'aiuto di cristiani e buddisti e aumenta la censura

I militari si sentono minacciati dal crescente senso di solidarietà e collaborazione fra fedeli di diverse religioni. Aumentano i controlli, sfruttano il lavoro dei profughi e trafugano gli aiuti internazionali. Prolungati gli arresti domiciliari per il premio Nobel Aung San Suu Kyi.

Yangon (AsiaNews) – “I cristiani birmani e i monaci buddisti lavorano, pregano, promuovono sforzi e iniziative comuni a favore della popolazione”, in particolare per quanti hanno perso tutto a causa del ciclone Nargis. Questo elemento di unione e collaborazione rappresenta una “minaccia per la giunta militare al potere”, che cerca di “ostacolare in ogni modo il legame fra fedeli di diverse religioni”, aumentando il controllo in tutto il Paese, nelle chiese, nei templi, negli angoli e nelle strade, persino sui mezzi di trasporto.

È questa la realtà quotidiana nel Myanmar, che una fonte - anonima per motivi di sicurezza - racconta ad AsiaNews: “Il governo ha utilizzato il lavoro dei profughi, accolti nei centri predisposti dalla Chiesa, per ricostruire strade e strutture danneggiate dal passaggio del ciclone”. Ancora oggi, a distanza di quattro mesi, nei dintorni della capitale Yangon vi sono “nuclei familiari che sopravvivono come possono, senza alcuna garanzia di cibo e acqua”. L’aiuto dei cristiani e dei buddisti è “fondamentale” per la loro vita, ma il governo “teme questa unione di intenti” perché potrebbe fomentare altre “rivolte popolari e abbattere la dittatura al potere”.

I birmani attraversano una “crisi economica sempre più grave” a causa dell’aumento dei prezzi, in particolare “nei generi di prima necessità, come gli alimentari”. Per molti l’unico pasto giornaliero si riduce a “una ciotola di riso”, alimento base della dieta nazionale, in molti casi proveniente dagli aiuti della comunità internazionale. Il punto è che la giunta militare, racconta la fonte, si accaparra le scorte “senza distribuirle direttamente alla popolazione”; i cittadini “si devono conquistare il pasto lavorando per la dittatura: la ciotola di riso diventa così il misero compenso che essi hanno in cambio”.

Il passaggio del ciclone Nargis ha stravolto l’economia nazionale, in particolare nella zona del delta dell’Irrawaddy, dove la maggior parte degli agricoltori ha dovuto abbandonare campi sommersi dalle acque, attrezzi agricoli distrutti e sementi andate perdute, per dedicarsi alla pesca, che può almeno garantire un pasto quotidiano. Questo nel breve periodo, perché il rischio è che il Paese si trovi in futuro senza riserve di cereali: secondo gli ultimi dati governativi, confermati da Onu e Asean, il ciclone ha devastato oltre 16.200 ettari di raccolto, mentre i danni a mezzi e attrezzature si aggirano sui 4 miliardi di dollari Usa.

A fronte di una situazione di estrema emergenza, il governo “preferisce arrestare i volontari e sparpagliare spie e poliziotti in ogni angolo del Paese. Abbiamo registrato numerosi casi di aiuti non consegnati o respinti – racconta la fonte – solo perché provenienti dalla comunità internazionale; a molti monaci è stato impedito di dare il loro contributo nell’opera di ricostruzione, mentre il governo sostiene con ostinazione che i problemi sono solo un pretesto usato dall’occidente per minare il loro potere. Questa è la propaganda sbandierata dalla giunta militare, per coprire la reale situazione in Birmania”.

La repressione nel sangue della rivolta dei monaci nel settembre 2007, la crescente crisi economica e le possibili celebrazioni per il ventennale del massacro degli attivisti che chiedevano la democrazia – avvenuto l’8 agosto 1988 – ha accresciuto “l’ossessione dei militari in materia di sicurezza” e l'annullamento di qualsiasi voce contraria al regime: “Dal primo di agosto le città sono blindate, i templi pattugliati di continuo, non è stato possibile organizzare alcuna celebrazione per ricordare il massacro di 3mila persone avvenuto nell’agosto dell’88”. E anche l’icona della lotta per la democrazia in Myanmar, il premio Nobel Aung San Suu Kyi vive una sorta di “morte civile per il lungo isolamento”, imprigionata prima nelle carceri del Paese e poi costretta agli arresti domiciliari. Un provvedimento che, di recente, la giunta birmana ha prolungato di un altro anno, consentendole però di vedere (due volte questo mese) il suo avvocato, le cui visite erano interdette dal 2004. Per comunicare con la sua gente, l’attivista utilizza dei pannelli affissi sulla sua abitazione, in uno dei quali ha scritto: “Tutti i martiri devono finire la loro missione”. Parole forti e dirette, foriere di funesti presagi: forse per evitare che la situazione precipiti, in questi giorni l’inviato Onu Ibrahim Gambari cercherà di incontrare Aung San Suu Kyi e il suo legale, oltre a tenere colloqui ufficiali con i vertici della dittatura militare. (DS)

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