24/09/2016, 11.48
PAKISTAN - INDIA

Lahore: cristiani e musulmani per la pace in Kashmir, contro le schermaglie di India e Pakistan

Kamran Chaudhry

Attivisti lanciano un appello ai governi dei due Paesi, perché mettano fine alla guerra verbale e risolvano in modo “pacifico” la disputa. Vescovo di Faisalabad: “Paesi vicini sul piano culturale. La guerra non è la soluzione”. Necessario approfondire i diritti umani e la giustizia sociale, contrastando gli “slogan belligeranti”. 

 

Lahore (AsiaNews) - Attivisti pro diritti umani cristiani e musulmani  lanciano un appello ai governi di Delhi e Islamabad, perché mettano fine alle crescenti tensioni fra i due Paesi nella regione contesa del Kashmir e risolvano in modo “pacifico” la disputa. IA Rehman, segretario generale della Commissione per i diritti umani in Pakistan, sottolinea che “questa forma di follia deve finire”; i cittadini di entrambi i Paesi devono esercitare pressione sui rispettivi governi, perché fermino “questa escalation delle violenze”. 

L’attivista pakistano è intervenuto a una conferenza nazionale intitolata “Democrazia e diritti umani in Pakistan: prospettive e sfide”, organizzata dal Centro per l’educazione ai diritti umani (Chre) a Lahore, nel Punjab. I promotori hanno distribuito fra i partecipanti sciarpe bianche e nastrini dello stesso colore da legare ai polsi, in segno di pace. 

Una preoccupazione condivisa anche dai vertici della Chiesa locale. Mons. Joseph Arshad, vescovo di Faisalabad e presidente della Commissione di Giustizia e pace della Conferenza episcopale pakistana, sottolinea ad AsiaNews: “Scegliamo la pace. Entrambi i Paesi - aggiunge - sono vicini sul piano culturale, devono sedersi e parlare. È necessario prendersi cura dei diritti umani di tutti gli abitanti del Kashmir. Certo, si tratta di un argomento sensibile ma la guerra non è la soluzione”. 

Tra India e Pakistan i periodi di distensione si alternano a momenti di aperta ostilità. Dai tempi della partizione, nel 1947, lo scontro verbale fra i due Paesi non si è mai fermato e ha ripreso nuovo vigore lo scorso 18 settembre in seguito all’uccisione di 18 soldati indiani in un attacco contro la base militare di Uri, nel Kashmir, la regione himalayana contesa.

New Delhi ha attribuito la responsabilità dell’assalto – il più sanguinoso degli ultimi 15 anni – al gruppo jihadista Jaish-e-Mohammed. L’organizzazione ha base in Pakistan, nazione che il ministro indiano degli Interni Rajnath Singh ha definito “Stato terrorista”. Pronta la replica dei ministero pakistano degli Esteri, il quale denuncia “l’evidente tentativo” di Delhi di sviare l’attenzione dalle violazioni ai diritti umani nell’area.  

L’attacco contro l’esercito indiano è giunto all’indomani di imponenti manifestazioni di piazza contro morte di Burhan Wani, uno dei leader separatisti più noti, ucciso dalle guardie della sicurezza. Negli scontri degli ultimi due mesi sono deceduti almeno 90 civili, oltre 13mila le persone rimaste ferite. 

I partecipanti alla conferenza di stamane a Lahore hanno analizzato l’attacco del 18 settembre e gli eventi che hanno provocato l’innalzamento della tensione fra i due governi. Samson Salamat, presidente cristiano di Chre, sottolinea che “le sciarpe bianche riflettono il nostro desiderio di pace”. Egli aggiunge che “il dialogo è la sola soluzione” praticabile per dirimere le contrapposizioni “fra le due potenze nucleari” che mettono in pericolo “la vita di milioni di persone”. La gente, conclude l’attivista, ha bisogno di “educazione, sanità e acqua pulita”. 

L’appello a fermare la “guerra verbale” fra India e Pakistan viene rilanciato anche da altri relatori presenti al convegno. Salman Abid, direttore regionale di Strengthening Participatory Organization, definisce “critica” la percezione del Pakistan in tema di diritti umani e democrazia. Per questo è necessario approfondire i temi di giustizia sociale e “contrastare gli slogan belligeranti” che non aiutano la causa. Richieste di pace e dialogo fra India e Pakistan vengono rilanciate pure sui social media. Il musicista musulmano Taimur Rahman scrive: “Non ci faremo manipolare e trascinare in una guerra con i nostri vicini. Condividi se sei d’accordo”. 

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