04/07/2007, 00.00
PAKISTAN
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Lal Masjid, la moschea che vuole talebanizzare il Paese (scheda)

Rapimenti, intimidazioni, persino la creazione di una corte islamica indipendente dal potere giudiziario. Dallo scorso gennaio, la “moschea rossa” di Islamabad tiene sotto scacco il governo del generale Musharraf.
Islamabad (AsiaNews) – Gli scontri armati avvenuti ieri davanti alle porte della Lal Masjid, la “moschea rossa” del Pakistan, sono solo l’ultimo di una serie di episodi violenti collegati al luogo di culto. Questa predica sin dallo scorso gennaio la necessità di adottare la legge islamica in tutto il Paese, ed addestra gli studenti della sua madrassa alla violenza anti-governativa.
 
Il 22 gennaio le studentesse della Jamia Hafsa, la madrassa [scuola islamica ndr] che dipende dalla Lal Masjid, hanno occupato una libreria per bambini adiacente alla loro scuola, per protestare contro la demolizione di sette moschee della capitale. Il 13 febbraio, le autorità hanno accettato di ricostruirne una in cambio del ritiro delle studentesse dalla libreria.
 
Il 27 marzo, le stesse studentesse (accompagnate da alcuni colleghi della Jamia Faridia), sono entrate con la forza in un’abitazione privata ed hanno rapito una donna, sua cognata e la nipotina di sei mesi, accusate di gestire una casa di piacere. Gli ostaggi sono stati rilasciati solo dopo le loro pubbliche scuse ed il pronunciamento del loro pentimento.
 
Il 28 marzo sono stati rapiti tre agenti di polizia, per protestare contro l’arresto di alcuni studenti musulmani coinvolti in azioni violente. Gli ostaggi sono stati rilasciati il giorno dopo, ma i colpevoli non sono stati perseguiti.
 
Il 30 marzo, gli studenti della Jamia Hafsa hanno visitato alcuni negozi di cd e videocassette: alla fine della visita, hanno avvertito i proprietari che “era meglio per tutti” se avessero cambiato attività. In caso contrario, “ne avrebbero pagato le conseguenze”. Alcuni negozi sono stati chiusi, mentre altri hanno cambiato i prodotti in vendita.
 
Il 6 aprile, la Lal Masjid ha creato la propria corte di giustizia ispirata dalla sharia [la legge islamica ndr]. Il capo imam della moschea, Abdul Aziz, ha dichiarato che erano pronti “migliaia di attacchi suicidi” in caso di chiusura della corte. Il 9 aprile, la corte ha emanato una fatwa contro l’ex ministro pakistano del Turismo, Nilofar Bakhtiar, “colpevole” di essere stata fotografata mentre abbracciava il suo istruttore di paracadutismo.
 
Il 10 aprile, il governo ha annunciato di aver bloccato il sito internet e la radio della moschea, entrambi illegali. Il 25 aprile, Islamabad ha dichiarato di aver risolto ogni questione ancora in sospeso, ma Aziz ha smentito tutto.
 
Il 18 maggio, alcuni studenti della Jamia Faridia hanno rapito quattro agenti di polizia, come rappresaglia per l’arresto di undici giovani estremisti. Il 20 maggio, il presidente della Lega pakistana dei musulmani, Chaudhry Shujaat, ha cercato di risolvere la questione tramite il dialogo, ma ha fallito.
 
Il 23 giugno, gli studenti hanno attaccato uno studio di massaggi e sequestrato nove persone, di cui sette di nazionalità cinese: l’accusa era “induzione alla prostituzione”. Gli ostaggi sono stati tutti rilasciati, ma costretti a lasciare la città. Il 29 giugno, il presidente Musharraf ha dichiarato che nella moschea si nascondono attentatori suicidi collegati ad al-Qaeda, ma ha ammesso di non poter fare nulla per bloccarli.
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