20/02/2016, 11.12
MYANMAR
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L'esercito e la polizia birmana "impediscono la distruzione dei campi di oppio"

di Francis Khoo Thwe

Attivisti di Pat Jasan, movimento anti-droga, nel mirino: tre operatori feriti da una mina, un altro ucciso a colpi di pistola. Il gruppo, affiliato ai movimenti cristiani Kachin, è stato messo al bando. Il Myanmar è il secondo produttore al mondo dopo l’Afghanistan. Le coltivazioni un affare sul piano economico e una merce di scambio politica fra militari e gruppi etnici. 

Yangon (AsiaNews) - L’esercito e la polizia birmana impediscono la distruzione dei campi di oppio nel nord del Myanmar, in particolare negli Stati Shan e Kachin dove si concentra la produzione del papavero dal quale si ricava l’eroina. Il Paese del Sud-est asiatico è il secondo produttore al mondo alle spalle dell’Afghanistan e, negli ultimi anni, ha registrato una crescita continua non solo nella coltivazione, ma anche nel consumo in particolare fra i più giovani. 

Il Pat Jasan Group, movimento attivista contro la droga affiliato alle Chiese cristiane Kachin, ha coinvolto oltre mille persone nella campagna di sradicamento della pianta che è iniziata ai primi di gennaio. Tuttavia, gli operatori hanno finora incontrato una feroce resistenza non solo fra i contadini, ma pure fra le milizie che traggono profitti dal narcotraffico. E sono stati banditi dalle autorità. 

Negli ultimi giorni tre attivisti di Pat Jasan sono stati feriti nello scoppio di mine anti-uomo; un ragazzo di 19 anni è rimasto ucciso in seguito a colpi di arma da fuoco. Il gruppo riferisce inoltre che i militari non garantiranno più la sicurezza degli operatori impegnati nella pulizia dei campi, perché “non è una organizzazione registrata”. 

Nel 1999 il governo birmano aveva lanciato un piano quindicinale per eliminare le coltivazioni di oppio; tuttavia, lo scorso anno è stato esteso fino al 2019. Del resto l’oppio non è solo un affare sul piano economico, ma è diventato nel tempo merce di scambio e compromesso politico in un gioco di alleanze e contrapposizioni fra esercito e gruppi etnici. 

Un rapporto del Dipartimento per la droga e il crimine delle Nazioni Unite (Unodc) del 2013 riferiva che il “Triangolo d’oro” (area che comprende i territori di Myanmar, Tailandia e Laos) copre “almeno il 18%” della coltivazione e vendita mondiale di oppio. E l’anno precedente il Myanmar si è piazzato al secondo posto, alle spalle dell’Afghanistan, nella produzione mondiale di oppiacei grazie a una crescita delle coltivazioni negli Stati Shan e Kachin, minoranze etniche spesso in lotta col governo centrale birmano.

Interpellate sulla questione ai tempi della pubblicazione del documento, fonti cattoliche di AsiaNews nella regione hanno parlato di un "fenomeno in continua crescita". Vi sono motivazione storiche che risalgono ai tempi del colonialismo britannico, quando "la coltivazione era legale"; un fattore che ha determinato pesanti squilibri, perché "la gente si è abituata all'oppio, mentre mancava il riso". Nel tempo, ha proseguito la fonte, la droga "è diventata un grande affare, oltre che un sostegno economico per le minoranze etniche del Myanmar" in lotta con Naypyidaw.

Per le famiglie povere la droga si è trasformata in “una sorta di possibilità di riscatto. Ma le conseguenze sono devastanti: arresti, famiglie disgregate, figli abbandonati, e nei villaggi i tossicodipendenti che paiono veri e propri morti che camminano". A destare maggiore preoccupazione, ha concluso la fonte, sono "i riflessi sui giovani, per i quali si prospetta un futuro buio”. Negli anni la Chiesa cattolica e le missioni hanno avviato centri di recupero, cui si sono affiancati progetti educativi che cercano di garantire istruzione a bambini e adulti.

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