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  • » 10/06/2008, 00.00

    INDIA – TIBET – CINA

    Liberati gli attivisti, riparte la “Marcia di ritorno” in Tibet

    Nirmala Carvalho

    Il leader del movimento giovanile racconta l’esperienza nelle carceri indiane e ribadisce il senso di solidarietà con i confratelli, che “vivono sotto la costante occupazione cinese”. Egli sottolinea il desiderio di “far ritorno in patria a qualunque costo” e definisce “vergognoso” l’atteggiamento della Cina.

    New Delhi (AsiaNews) – Ieri alle 14.30 ora locale è ripartita la “Marcia di ritorno”in Tibet dopo il rilascio, da parte delle autorità indiane, dei 259 tibetani e sei membri del comitato organizzatore arrestati il 4 giugno. I marciatori, il cui cammino si era interrotto a Berinag, sono stati liberati a Paonta Sahib, cittadina al confine fra lo stato dell’Uttarakhand e l’Himachal Pradesh, dove hanno ricevuto una calorosa accoglienza dalla locale comunità tibetana. Nel frattempo sono stati rilasciati anche i presidenti e un coordinatore delle 5 organizzazioni non governative che hanno promosso la “Marcia”, arrestati il 27 maggio e detenuti per 11 giorni nel carcere di Haridwar. Adesso guidano un gruppo di 50 tibetani pronti a percorrere quella che sembra essere la tappa più impegnativa del cammino: il tragitto da Berinag sino al confine con il Tibet durerà più di una settimana, durante la quale gli attivisti percorreranno circa 180 km lungo la storica via del commercio himalayana.

    In un’intervista ad AsiaNews Tsewang Rigzin, presidente del Tibet Youth Congress, racconta i giorni trascorsi nelle carceri indiane: “Siamo stati trattenuti per 11 giorni e abbiamo potuto sperimentare l’esperienza dei nostri confratelli in Tibet, in particolare i monaci dei monasteri che vivono perennemente circondati dalle forze di sicurezza cinesi”. “Negli ultimi 50 anni – afferma l’attivista – le autorità indiane ci hanno accolto, dimostrando un altissimo livello di ospitalità” e per questo “manifestiamo loro la nostra gratitudine”, ma ora siamo “determinati nel perseguire la nostra causa, che è la protesta pacifica contro l’occupazione illegale cinese in Tibet, le Olimpiadi di Pechino e il passaggio della torcia olimpica nella nostra regione”.

    “Durante la detenzione abbiamo capito – ribadisce Tsewang Rigzin – il prezzo da pagare per la nostra battaglia di libertà: essere imprigionati dalle autorità indiane è parte integrante di questa battaglia. Stiamo lottando per la nostra nazione e per il nostro popolo, e siamo pronti a pagare qualunque prezzo”. Egli conferma inoltre che il gruppo di marciatori farà ritorno in Tibet “a qualunque costo”, e si adopererà con i confratelli perché “l’occupazione illegale” del territorio da parte delle autorità cinesi “abbia un termine: la vista delle nostre montagne ci ha riempito il cuore di gioia, è stato un momento di grande ispirazione. I monti erano semplicemente meravigliosi e rafforzavano le nostre intenzioni. Ora possiamo contare su uno spirito e una forza ancora più grandi, niente e nessuno ci potrà fermare”.

    “Il passaggio della torcia olimpica in Tibet – conclude il leader del movimento giovanile – è previsto per il prossimo 19 giugno, e l’atteggiamento delle autorità di Pechino deve essere biasimato dall’intera comunità internazionale: usano i giochi per mostrare al mondo che il Tibet è parte della Cina; un atteggiamento a dir poco vergognoso, che continuano a perpetrare incuranti dell’opinione pubblica mondiale e delle critiche ricevute”. 

     

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