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    » 23/02/2016, 15.07

    SIRIA

    Lo Stato islamico libera anche l’ultimo gruppo di cristiani assiri di Hassaké



    La conferma in una nota ufficiale di Acero, l’associazione assira che ha curato le trattative per il rilascio. Liberi, dietro pagamento, anche gli ultimi 43 membri della comunità. Ad oggi non vi sono più ostaggi nelle mani dei jihadisti. In questi mesi tre persone sono state giustiziate. 

    Damasco (AsiaNews) - Le milizie dello Stato islamico (SI) hanno rilasciato anche l’ultimo gruppo di cristiani (nella foto), ancora nelle loro mani, parte di una comunità di almeno 200 fedeli sequestrata lo scorso anno nel nord-est della Siria. Si tratta di 42 persone liberate nella mattinata di ieri, grazie alla mediazione messa in campo dai vertici della Chiesa assira, che si è adoperata per il rilascio di tutti i prigionieri. In una nota i membri di Acero (Assyrian Church of the East Relief Organization, che ha curato in prima persona il rilascio dei cristiani assiri) “confermano” la liberazione “dell’ultimo gruppo di ostaggi rapiti nel febbraio 2015” e ancora nelle mani dello SI. 

    Ad accogliere il gruppo vi era il vescovo assiro Mar Afram Athneil, che ha trattato i termini della liberazione. Ad oggi, prosegue il comunicato di Acero, “non vi sono più ostaggi” nelle mani dei miliziani e “ogni notizia che va in senso opposto è da ritenere priva di fondamento”. 

    Ringraziando quanti hanno “lavorato in questi 12 mesi” per il rilascio delle centinaia di fedeli e “rallegrandosi” per il felice esito della vicenda, i vertici dell’organizzazione “ricordano le enormi perdite, materiali e umane, subite dagli assiri in Siria”. 

    Secondo alcune fonti, vicine alla comunità assira, per ottenere la loro liberazione sarebbero stati versati fino a 18 milioni di dollari come riscatto; altri, dietro anonimato, confermano il pagamento di una forte somma di denaro, “ma non 18 milioni. Abbiamo pagato meno della metà”. Un membro della comunità riferisce che, ad oggi, resta sconosciuta la sorte di cinque assiri, anch’essi sequestrati lo scorso anno dai jihadisti e di cui si sono perse le tracce. 

    Un anno fa, il 23 febbraio 2015, centinaia di cristiani assiri dei villaggi lungo il fiume Khabur, nei pressi di Tal Tamr, nel governatorato di Al-Hasakah, nel nord-est della Siria, sono stati rapiti dallo Stato islamico (SI). Fra di loro vi erano anche donne, bambini e anziani. Nei giorni successivi al sequestro collettivo, i terroristi hanno liberato un primo gruppo di 19 cristiani, in seguito al pagamento di un riscatto di circa 1.700 dollari a testa.

    In seguito, attraverso contatti serrati con mediatori e portavoce, si era giunti ad un accordo per la consegna di tutti i prigionieri; tuttavia, un'imboscata tesa - probabilmente da combattenti curdi - alla carovana jihadista che stava per liberare tutti i prigionieri ha fatto saltare l'operazione

    Il rapimento delle famiglie cristiane - almeno 250 persone, ma sui numeri esatti ha sempre regnato l'incertezza, tre dei quali sono stati giustiziati in una esecuzione sommaria - è avvenuto durante l'offensiva lanciata dai jihadisti contro villaggi a maggioranza assira nel nord-est. Si tratta di un'area dall'importanza strategica, perché rappresenta una sorta di ponte fra le terre del Califfato in Siria e Iraq e permette l'apertura di un corridoio con la Turchia per armi, rifornimenti e combattenti.

    Testimoni locali riferiscono che, in seguito all’offensiva dei miliziani di Daesh [acronimo arabo dello Stato islamico, SI], oltre 5mila assiri - dei 30mila che componevano una delle più antiche comunità cristiane del Medio oriente - hanno deciso di abbandonare il Paese, scegliendo la via dell'esodo in cerca di un riparo più sicuro.

    Fino al marzo 2011, quando è iniziata la rivolta contro il presidente siriano Bashar al-Assad, trasformata nel tempo in una guerra sanguinosa che ha causato 260mila morti e oltre 11 milioni di sfollati, in Siria vivevano fino a 40mila cristiani assiri. A questi si aggiungevano almeno 1,2 milioni di membri di altre denominazioni cristiane. Oggi il numero, come nel vicino Iraq, si è di molto ridimensionato, fin quasi a dimezzarsi. 

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