08/02/2021, 08.38
MYANMAR
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Manifestazioni in tutto il Myanmar: ‘Diciamo no alla dittatura!’ (FOTO)

di Francis Khoo Thwe

Decine di migliaia di dimostranti in molte città. Tensioni solo a Naypyidaw. A Mandalay, il vescovo della città è uscito in strada a sostenere i dimostranti, alzando il segno delle tre dita. Critiche al card. Bo per la sua lettera “troppo neutrale” e benevola verso i militari. Diffuso l’appello del papa, ma i fedeli vogliono "una dichiarazione più netta”.

Yangon (AsiaNews) – Decine di migliaia di persone hanno manifestato oggi in molte città del Paese (V. gallery) chiedendo la fine della dittatura militare e la liberazione della leader Aung San Suu Kyi. Alle manifestazioni hanno partecipato non solo membri e simpatizzanti della Lega nazionale per la democrazia (Nld), il partito di Aung San Suu Kyi, ma anche operai, medici, infermieri, monaci buddisti, sacerdoti e perfino vescovi. A Mandalay, il vescovo cattolico della città, mons. Marco Tin Win, è uscito in strada a sostenere i dimostranti (foto 2 e 3), alzando il segno delle tre dita, divenuto il simbolo della lotta della libertà contro la dittatura militare.

Oggi è il terzo giorno di manifestazioni popolari, dopo che i militari hanno deciso il colpo di Stato, azzerando i risultati delle elezioni dello scorso novembre, dove l’Nld ha conquistato più del 70%  dei seggi.

Scontri fra dimostranti ed esercito si registrano finora solo a Naypyidaw, la capitale, dove le forze dell’ordine hanno usato gli idranti contro le proteste. Gli appelli  che si diffondono parlano di una campagna generale di disobbedienza civile, che era partita giorni fa con lo sciopero di medici e infermieri, poi allargatosi a studenti e insegnanti.

A Yangon un gruppo di monaci ha marciato davanti ai dimostranti, insieme con operai e studenti. Fra i molti cartelli e striscioni, si leggeva: “Liberate i nostri leader, rispettate i nostri voti, rifiutate il colpo di Stato militare!” e “No alla dittatura!”.

Le proteste di questi giorni sono le più massicce dal 2007, quando una “rivoluzione zafferano”, innescata dai monaci buddisti, ha portato a un ripensamento della giunta militare, iniziando a favorire riforme democratiche. Tali riforme, che lasciavano sempre più spazio alla società civile, paiono interrotte con il colpo di Stato del primo febbraio della scorsa settimana.

Fra i cattolici del Myanmar (circa l’1% della popolazione), vi è molta polemica verso il card. Charles Maung Bo, che si è fatto ritrarre insieme ai militari della giunta (foto 4). Anche la sua lettera di esortazione alla pace e al dialogo, è stata criticata perché “troppo neutrale”, avallando le accuse dell’esercito, secondo cui vi sono stati brogli alle elezioni del novembre scorso. Tale accusa è stata rifiutata dal Comitato elettorale.

Ieri, papa Francesco ha espresso “viva preoccupazione” per la situazione del Myanmar e “solidarietà per il popolo”. Egli ha anche chiesto che “quanti hanno responsabilità nel Paese si mettano con sincera disponibilità al servizio del bene comune, promuovendo la giustizia sociale e la stabilità nazionale, per una armoniosa convivenza”.

Diversi fedeli dicono ad AsiaNews che essi vorrebbero “una dichiarazione più netta da parte del papa”. Intanto essi hanno distribuito il messaggio di ieri del pontefice.

Protests in Myanmar
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